Nel 1976, con il saggio How the Other Half Dies, Susan George ribaltava la narrativa sulla fame nel mondo: non un tragico incidente della geografia o del clima, ma il risultato deliberato di scelte politiche ed economiche. La politologa che ha trasformato l’economia in un atto di resistenza e la statistica in una denuncia morale si è spenta il 14 febbraio 2026, ma la notizia è apparsa oggi, 19 febbraio . Americana di nascita ma parigina per vocazione intellettuale (e per amore: di Charles-Henry George, avvocato sposato nel 1956), non è stata solo e semplicemente una studiosa. Era il radar etico dei movimenti che, tra Seattle e Porto Alegre, hanno osato sognare un mondo diverso.
La donna che ha saputo smontare il dogma del “non ci sono alternative”.
L’anatomia del capitale: quando la fame è un progetto
Il suo esordio, How the Other Half Dies, è un testo essenziale. In quelle pagine, con una prosa affilata come un bisturi, dimostrava che la povertà non è una fatalità, ma una costruzione architettonica del potere. Ha distrutto il mito della “fame inevitabile”, dimostrando come la malnutrizione sia il prodotto di un agro business predatorio.
Per decenni, George ha smontato la narrazione degli enti economici internazionali – Fondo Monetario e Banca Mondiale – descrivendoli come i bracci armati di un neoliberismo che strangola i Paesi del Sud con il cappio del debito. La sua non era solo teoria: era una radiografia delle ingiustizie sociali strutturate, un grido contro un sistema che premia il capitale e punisce la vita.
Dai libri alle piazze
E infatti il suo impegno non si è mai fermato alla teoria. “Scholar-activist” per eccellenza, capace di sedere ai tavoli accademici dell’École des Hautes Études en Sciences Sociales e, un attimo dopo, di ispirare le piazze di Attac France (associazione internazionale per la tassazione delle transazioni e la giustizia fiscale, sociale e ecologica), di cui è stata presidente onoraria. Uno dei suoi lasciti più graffianti resta il Lugano Report del 1999. Con un espediente narrativo quasi distopico, rivela le logiche spietate di chi considera le persone come semplici costi da tagliare.
La connessione tra le crisi
Sapeva che le crisi – climatica, economica, di genere – non sono compartimenti stagni, ma vasi comunicanti alimentati dalla stessa ossessione per il profitto. La giustizia climatica non era solo una questione di emissioni di CO2, ma di potere. E sosteneva che le donne, specialmente nel Sud del mondo, fossero le “prime vittime e le ultime a essere ascoltate” nelle catastrofi ambientali. E non per un vago quanto retorico “istinto materno” verso la Terra, ma per una vulnerabilità strutturale: sono le donne a gestire l’acqua, il cibo e la cura, e sono loro a pagare il prezzo più alto quando le risorse scarseggiano.
Denunciava il backlash femminile come parte di una reazione conservatrice più ampia, dove la crisi climatica viene usata per riaffermare gerarchie patriarcali e limitare i diritti riproduttivi sotto il pretesto dell’emergenza o della “tradizione”. In un’analisi lucida sul backlash, spiegava che senza l’emancipazione economica e la difesa dei diritti riproduttivi, nessuna giustizia climatica o sociale sarebbe stata davvero possibile.
Sorelle di pensiero
Sebbene appartenessero a generazioni diverse, il legame con Naomi Klein, in un certo senso sua erede, è profondo, fatto di stima reciproca e sinergia intellettuale. Se la George ha gettato le basi analitiche negli anni ’70, la Klein, da No Logo in poi, ha portato quelle idee nel nuovo millennio. Entrambe hanno condiviso la diagnosi sul “capitalismo dei disastri“: l’idea che il sistema utilizzi le crisi per imporre riforme brutali. Cosa che d’altronde vediamo oggi realizzarsi.

La madre nobile dei No Global
George è stata la madre nobile del movimento No Global, dando dignità scientifica alle piazze di Seattle e del G8 di Genova. Di quei giorni del 2001, George scrisse che si trattò di una “cospirazione politica” per soffocare l’unico movimento che non chiedeva nulla per sé, ma giustizia per l’intera umanità.
Il Geocidio e la crisi climatica
Negli ultimi anni, la sua analisi si era fatta ancora più affilata. Parlava di “geocidio” e non usava mezzi termini per descrivere la responsabilità delle multinazionali nella crisi climatica. Il corporativismo e la politica hanno reso le grandi aziende del fossile e dell’agroindustria i carnefici del pianeta.
Vedeva nel capitalismo un sistema intrinsecamente cieco, capace di bruciare il futuro per un dividendo trimestrale. La crisi ecologica, diceva, non si risolve con i buoni propositi, ma scardinando il potere di quella “classe sovranazionale” che ha fatto della terra un bene di consumo.
Trump e la pandemia da Covid-19
Non ha risparmiato critiche feroci a Donald Trump, l’incarnazione più grottesca e paradossale del neoliberismo predatorio e populista, e del negazionismo climatico. L’ascesa di Trump e l’esplosione della pandemia di Covid-19 sono state le prove del nove del fallimento globale: una sanità pubblica smantellata dall’austerità che crolla di fronte a un virus. Per lei, la pandemia è stata la “tempesta perfetta” che ha messo a nudo la fragilità di un mondo senza cooperazione internazionale. Susan George non è mai stata una che si accontentava della superficie. Ci ha insegnato che la radicalità non è estremismo illogico ma studio ponderato e che non è possibile restare neutrali davanti alle ingiustizie. Un concetto che andrebbe recuperato da chi, davanti all’avanzare delle destre in tutto il mondo, sostiene ancora che la soluzione stia nel centro.



















