Commercio armi: foto simnolica
Foto: Unicef

Armi, profitti, silenzi. Così il mercato della guerra avanza sul pianeta

Sono più di cento i conflitti nel mondo, in crescita rispetto a cinquant'anni fa. E dietro questa escalation prospera l'industria degli armamenti, con il suo business miliardario. Nel quale l'Europa fa da padrona
08/10/2025
4 minuti di lettura

Il mondo nel 2025 conta oltre cento conflitti, secondo i dati dell’Uppsala conflict data program. Alcuni sono internazionali, altri interni ma con implicazioni globali. Si tratta di guerre spesso più asimmetriche e frammentate rispetto al passato, con attori statali e non statali, si combattono non solo per territori, ma anche per risorse naturali, identità etniche e influenze geopolitiche.

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Fonte: UCDP

E soprattutto per alimentare il mercato delle armi.

Armi e potere

Basti pensare agli affari dell’amministrazione Trump, che ha notificato al Congresso, lo scorso 19 settembre, vendite di armi a Israele per circa 6 miliardi di dollari: 30 elicotteri AH-64 Apache per 3,8 miliardi e 3.200 veicoli d’assalto per la fanteria per 1,9 miliardi. Mentre si attende un definitivo accordo di pace e si continua, “business as usual”, lo sterminio nella Striscia di Gaza. E oltre 480.000 palestinesi sono in fuga da Gaza City, sotto le bombe.

L’Europa dei fondi militari

Armi e affari che coinvolgono anche l’Europa. Lo confermano diverse inchieste, tra cui quelle pubblicate a giugno dal quotidiano belga L’Echo e l’omologo in lingua fiamminga De Tijd: oltre un miliardo di fondi europei per la ricerca sono stati destinati a partner israeliani, tra cui il ministero della Difesa e aziende del settore bellico, tramite programmi per la ricerca e l’innovazione.

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Investigate Europe ha rivelato dal canto suo che dietro la Intracom Defense, storica fabbrica di armi greca, si nasconde la più grande compagnia pubblica di armamenti israeliana, la “Israeli Aerospace Industries” (Iai). Di fatto, il governo israeliano è entrato nel progetto di armamento europeo acquistando il 95% della società greca, con un canale privilegiato per l’utilizzo dei fondi europei destinati alla difesa.

L’industria della guerra a Gaza

Dal rapporto di Investigate Europe e ReportesUnited emerge che la compagnia israeliana Iai, guidata da Boaz Levy, ha un ruolo centrale nella guerra a Gaza dopo il 7 ottobre 2023. È nota per i droni militari Heron e i bulldozer senza pilota Robotzer, usati nei territori palestinesi. La greca Intracom Defense è coinvolta in 15 progetti del Fondo europeo per la Difesa (FED), di cui sette avviati dopo l’attacco di Hamas e la conseguente offensiva israeliana su Gaza. Tutto ciò nonostante il mandato di arresto della Corte Penale Internazionale contro Netanyahu per crimini di guerra.

L’Italia nel nuovo riarmo globale

In questo scenario anche l’Italia è coinvolta: il progetto Marte, che mira a sviluppare carri armati da combattimento, include le aziende italiane Leonardo e Iveco. Ma già il rapporto Sipri 2025 ha spiegato come a livello mondiale siamo di fronte al più grande aumento della spesa militare annuale dalla fine della Guerra Fredda.

Fonte: UCDP

L’economia di guerra globale

Nella nuova economia di guerra globale – 2.718 miliardi di dollari spesi in armi nel 2024, con un incremento del 9,4% rispetto all’anno precedente – si segnalano le spese più ingenti in Medio Oriente e in Europa, aree segnate rispettivamente dai conflitti nella Striscia di Gaza e in Ucraina. Tutto ciò a vantaggio del Pil mondiale, cresciuto del 2,5%. Stati Uniti, Cina, Russia, Germania e India insieme rappresentano il 60% della spesa globale, pari a 1.635 miliardi di dollari.

Il piano tedesco

Non dovrebbe lasciare indifferenti nemmeno il piano di investimenti approvato lo scorso agosto dalla Germania: 1.000 miliardi di euro distribuiti su dieci anni per rafforzare la difesa militare del paese, con l’obiettivo di portare il Pil militare tedesco oltre il 2%, puntando al 3,5% entro il 2029.

L’Italia e il silenzio sulle esportazioni

Per quanto riguarda l’Italia, secondo i dati dell’osservatorio Milex, dall’inizio della legislatura il Ministero ha chiesto e ottenuto dalle Commissioni Difesa del Parlamento 42 miliardi e impegni finanziari pluriennali per altri 15 miliardi. Come ha evidenziato Giorgio Beretta, analista del commercio internazionale e nazionale di sistemi militari e di armi leggere, nonché dei rapporti tra finanza e armamenti, nel suo saggio Il Paese delle armi. Falsi miti, zone grigie e lobby nell’Italia armata (edito da Altreconomia in collaborazione con l’Opal), lo Stato italiano non rende noti i sistemi militari esportati nei vari Paesi del mondo, spesso in nazioni non democratiche.

Armi e regimi autoritari

«L’esportazione di armi a regimi autoritari è un problema che non riguarda solo le autorità governative che rilasciano le licenze di esportazione e le rappresentanze governative, ma anche le stesse aziende che producono ed esportano armi», si legge nel saggio.

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C’è una particolare attenzione da parte dei produttori a non rendere noti i clienti eccellenti, «in particolare quando si tratta di dittatori come Gheddafi (il cui arsenale privato, rifornito dalla Fabbrica d’Armi Beretta, è stato totalmente saccheggiato dagli insorti), di corpi di sicurezza pubblici e privati collusi col crimine (è il caso delle forze di polizia e delle private securities in Messico), o di regimi autoritari come Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Turkmenistan, Kazakistan, Oman, Bahrain, Iraq e Qatar».

Il costo sociale dei conflitti

A questa analisi si aggiunge un aspetto che riguarda direttamente la società civile: investire in armi significa sottrarre fondi alla sanità, all’istruzione, alla lotta ai cambiamenti climatici, al welfare. Riprendendo il messaggio di Antonio Guterres, segretario generale dell’Onu, lanciato in occasione della Giornata internazionale della Pace del 21 settembre, possiamo dire che «stiamo assistendo a un’esplosione di conflitti. Il diritto internazionale violato. E un numero record di persone in fuga dalle proprie case. Tutto ciò che vogliono è la pace».

Il linguaggio della pace

In questo clima di odio è sempre più necessario mettere a tacere le armi e costruire ponti. E soffermarsi su un aspetto decisivo: lo sviluppo sostenibile favorisce la pace: nove dei 10 paesi che hanno maggiori difficoltà a svilupparsi sono in conflitto. E impegnarsi per reprimere il razzismo, la disumanizzazione e la disinformazione che gettano benzina sul fuoco del conflitto, ha ribadito Guterres:

Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres
Il Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres. Foto: Onu

«Dobbiamo invece parlare il linguaggio del rispetto, aprire il nostro cuore agli altri. E usiamo la nostra influenza per promuovere la pace. Dove c’è pace, c’è speranza».

Mielizia

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Michele D'Amico
Michele D'Amico
Sono nato nel 1982 in Molise. Cresciuto con un forte interesse per l’ambiente.Seguo con attenzione i movimenti sociali e la comunicazione politica. Credo che l’indifferenza faccia male almeno quanto la CO2. Giornalista. Ho collaborato con La Nuova Ecologia e blog ambientalisti. Attualmente sono anche un insegnante precario di Filosofia e Scienze umane. Leggo libri di ogni genere e soprattutto tante statistiche. Quando ero piccolo mi innamoravo davvero di tutto e continuo a farlo.
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