Mentre i riflettori mediatici restano puntati sulle grandi crisi globali, in molte aree del mondo vanno in scena conflitti invisibili, dove la difesa della terra, dell’acqua e delle foreste si intreccia con la lotta per i diritti umani e la sopravvivenza delle comunità.
Questo mese, Take Five esplora cinque casi emblematici, lontani dalle prime pagine.
1. INDONESIA > L’ECO-CITY DI REMPANG
Dei 200 progetti inseriti nella lista delle infrastrutture chiave per lo sviluppo sostenibile dell’Indonesia, da realizzare entro il 2050 e finanziate perlopiù da investimenti esteri, 73 hanno già generato forme di conflitto sociale o ambientale. Tra questi, la costruzione dell’Eco City di Rempang – una città ultratecnologica alimentata da energie rinnovabili e comprensiva di un polo industriale per la produzione di pannelli solari – è tra i casi più controversi.

Il piano per la “Singapore di Indonesia”
Il piano mira a trasformare l’isola nella “Singapore di Indonesia”, cambiando il volto di 7.000 ettari di costa e foreste nel cuore di un territorio semi-selvaggio, oggi occupato da sedici villaggi di pescatori. Un’area che è appena il 10% della superficie totale dell’isola ma che ospita 7.500 persone, perlopiù di etnia Malay.
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A loro sono stati offerti pacchetti per il ricollocamento costituiti da un alloggio e un appezzamento di terra, un risarcimento giudicato del tutto inadeguato a compensare la distruzione del legame spirituale e materiale con la terra. Le proteste continuano senza sosta dal 2023, ma non hanno fermato gli sgomberi e le ricollocazioni forzate.

Crescita e legame con la terra
Al centro della contesa, c’è una divergenza profonda sui concetti di crescita e benessere delle comunità. Ma anche la negazione del legame con la terra: se le imprese sventolano le concessioni statali, le comunità Malay, prive di contratti d’acquisto, rivendicano una connessione ancestrale e non scritta.
Una connessione fondata su generazioni di presenza e cura del territorio.

NIGERIA > LE TERRE AVVELENATE DI OGONILAND
Ogoniland è una regione del delta del Niger. L’area è martoriata da tassi insostenibili di inquinamento da idrocarburi: per decenni, le multinazionali responsabili dell’estrazione del petrolio hanno avvelenato l’ambiente, coinvolte in quello che da molti è considerato un caso emblematico di neocolonialismo contemporaneo. Le stesse società hanno gradualmente abbandonato l’area o ceduto le attività ad attori locali, dopo che un rapporto del Programma per l’Ambiente delle Nazioni Unite (Unep), pubblicato nel 2011, ha gettato luce sulle responsabilità, sottolineando come fuoriuscite di petrolio, gas flaring (ovvero la combustione a cielo aperto) e scarichi non trattati pongano gravi rischi per la sopravvivenza della popolazione.

Bonifica e degrado ambientale
Si stima sarebbero necessari circa trent’anni per ripristinare condizioni accettabili: con lo sversamento di oltre 90 milioni di litri di petrolio solo tra il 2008 e il 2019 dagli stabilimenti Shell (a processo per disastro ambientale), i suoli di Ogoniland sono ormai sterili e le acque prive di pesci, mentre gli ecosistemi di foreste di mangrovie risultano gravemente degradati. Il benzene presente nelle falde supera di 900 volte i limiti raccomandati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, con tassi drammatici di mortalità infantile e malattie oncologiche.
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Sin dagli anni ’90, la popolazione locale ha dato vita a forme di resistenza, originatesi dal movimento per la sopravvivenza del popolo Ogoni guidato dall’attivista Ken Saro-Wiwa, poi giustiziato dal regime militare. Nonostante un piano di bonifica, promosso dall’Unep, sia stato lanciato nel 2018, solo il 10% delle aree prioritarie risulta oggi incluso in progetti di risanamento.

Ripartenza delle estrazioni e proteste
Lo scorso gennaio, il governo nigeriano ha proposto la ripartenza delle attività estrattive, provocando decine di proteste. Secondo Reuters, oltre 20 associazioni, tra le quali Environmental Rights Action/Friends of the Earth Nigeria e Health of Mother Earth Foundation, hanno firmato una lettera aperta al governo.
Denunciando l’ingiustizia ambientale, il silenzio internazionale e gli insuccessi dei piani di riparazione.
STATI UNITI > LA COP-CITY DI ATLANTA
Nel cuore della South River Forest, uno dei principali corridoi ecologici sopravvissuti all’asfalto nel tessuto urbano di Atlanta, in Georgia, è in costruzione un centro di addestramento per le forze dell’ordine noto come “Atlanta Public Safety Training Center” ma ribattezzato “Cop City” dagli oppositori. L’opera, che prevede infrastrutture per simulazioni militari, piste per elicotteri, aree antisommossa e un poligono di tiro, ha ricevuto il via libera nel 2021, nonostante l’elevato valore pubblico dell’area coinvolta: una foresta urbana che svolge funzioni chiave per il sistema idrico, il contenimento del calore e la biodiversità.

Controllo e degrado urbanoLe comunità locali, in larga parte afroamericane, denunciano inoltre un processo di degrado pianificato, in cui la sottrazione di spazi verdi si accompagna all’espansione dei regimi di controllo. Secondo il centro di ricerca sociale Brookings, il polo rischia di incrementare la criminalizzazione della popolazione nera americana, un fenomeno già documentato in città come New York, Philadelphia e la stessa Atlanta.

Repressione e processo agli attivisti
Dal 2023, la protesta ha subito una repressione senza precedenti. L’uccisione dell’attivista ambientalista Manuel “Tortuguita” Terán da parte della polizia ha preceduto una serie di arresti di massa. Decine di persone sono state incriminate per terrorismo, vandalismo e associazione a delinquere, secondo un’interpretazione giuridica controversa della legge Rico (Racketeer-Influenced and Corrupt Organizations Act). Il primo processo, quello contro l’attivista diciannovenne del movimento “Stop Cop City”, Ayla King, si è aperto nel luglio 2025 ma è stato sospeso per irregolarità procedurali.
Se condannata, rischia fino a 20 anni di carcere.
NORVEGIA > LO SVERSAMENTO DI RIFIUTI NEL REPPAFJORDEN
Il Repparfjorden, una striscia di mare in un territorio, quello della contea di Troms og Finnmark, tradizionalmente abitato dal popolo Sámi, è stata individuata come centro di dispersione per i rifiuti provenienti dalla miniera di Nussir. Il progetto minerario, parte dei piani per la transizione verde, punta a estrarre rame per batterie e tecnologie rinnovabili.
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Ma il processo di separazione del minerale genera enormi quantità di fanghi tossici e residui, che verranno scaricati sul fondo del fiordo attraverso dotti sottomarini. Una pratica ancora legale in Norvegia (uno dei pochissimi Paesi Ocse che la consente) ma vietata in Europa e considerata ad alto impatto ecologico dalla comunità scientifica.

Ecosistema marino e diritti Sámi
Lo sversamento, stimato in oltre 2 milioni di tonnellate di rifiuti ogni anno, avrebbe un impatto disastroso sull’ecosistema marino, mentre la miniera in costruzione sorge su aree in precedenza destinate al pascolo, mettendo in ginocchio le comunità indigene che fondano le proprie economie sulla pesca e sull’allevamento delle renne.

Appelli e blocchi pacifici
Le organizzazioni Sámi hanno lanciato numerosi appelli internazionali, organizzato blocchi e occupazioni pacifiche dei cantieri, denunciando la violazione del principio di precauzione e il mancato rispetto dei diritti sanciti dalla United Nations Declaration on the Rights of Indigenous Peoples (Undrip). Alle proteste partecipa anche Ella Marie Hætta Isaksen, musicista, attrice e attivista Sàmi.

Mentre il progetto, seppure al momento in stallo, è stato approvato dalle autorità politiche locali.
BRASILE > IL “DEVASTATION BILL” NELLE FORESTE INDIGENE
Nel 2023, il Brasile ha aperto la discussione su un disegno di legge che semplifica le procedure per la gestione delle terre, aprendo alla possibilità di sfruttamento anche in aree forestali protette e riducendo il ricorso ad analisi preventive su fattibilità e impatti sugli ecosistemi. Il Ddl, ribattezzato “Devastation Bill” dai suoi detrattori – attivisti e leader dei popoli originari –, ha scatenato il dibattito pubblico e alimentato manifestazioni e proteste. Rimaneggiato nel 2024 e messo nuovamente ai voti, nel maggio 2025 ha incassato la maggioranza alla Camera.

Il principio del “marco temporal”
Al centro della discussione anche la possibile adozione del principio del “marco temporal”, secondo cui i popoli indigeni possono rivendicare i propri diritti solo sulle terre occupate fisicamente alla data del 5 ottobre 1988, giorno della promulgazione della Costituzione brasiliana; una norma che non tiene conto degli allontanamenti forzati e che è stata perciò giudicata incostituzionale nel 2023 e sottoposta a veto parziale da parte del presidente Lula.

Deforestazione e nuovi conflitti
Le forze conservatrici del Congresso hanno avviato tentativi per reintrodurre norme simili in altre forme, alimentando uno scontro istituzionale che potrebbe compromettere gli obiettivi di deforestazione zero al 2030. Come rilevato dal Guardian, la legge minaccia oltre 3.000 aree protette. I rischi maggiori riguardano l’Amazzonia, dove vaste aree ancora formalmente non demarcate verrebbero esposte a sfruttamento indiscriminato.
Alimentando i conflitti tra popolazioni indigene e le imprese agroindustriali e minerarie.











