Ci sono esseri umani che non sono mai vecchi, nemmeno a cent’anni e più. Edgar Morin, mancato il 29 maggio nella sua abitazione a Parigi, era così, non solo per la straordinaria lucidità e chiarezza di pensiero che l’ha accompagnato fino alla fine, ma anche perché riusciva sempre a immaginare un futuro possibile, mai scoraggiato dalla complessità del mondo.
Mai tentato dalla seduzione riduzionista delle semplificazioni, sempre comprensibile malgrado la ricchezza dei suoi argomenti.
Il pensiero educativo
Filosofo, sociologo, politologo, Edgar Nahoum (Morin è il “nome di battaglia” che aveva scelto durante la Resistenza) ha avuto un ruolo fondamentale nel dibattito che, a partire dalla seconda metà del Novecento, ha attraversato il mondo dell’educazione, al quale ha regalato intuizioni brillanti sulla necessità di uno sguardo sistemico e sulla transdisciplinarità, ma soprattutto il concetto di testa ben fatta che esprime in un libro uscito, non a caso, mentre nasceva il nuovo millennio (La Testa ben fatta, Raffaello Cortina, 2007):
«La prima finalità dell’insegnamento è stata formulata da Montaigne: “È meglio una testa ben fatta che una testa ben piena”. Cosa significa una testa ben piena è chiaro: è una testa nella quale il sapere è accumulato, ammucchiato […] Una testa ben fatta significa che invece di accumulare il sapere è molto più importante disporre allo stesso tempo di:
• un’attitudine generale a porre e trattare i problemi
• principi organizzatori che permettano di collegare i saperi e di dare loro senso» (p.15).
Una testa ben fatta, insomma, è una testa che possiede le competenze dell’attenzione, dello spirito critico e della visione di futuro,che può essere valutata ma non misurata.
Sapere qualitativo
La scuola delle nozioni, del sapere quantitativo e misurabile, che ancora in parte resiste – e, anzi, recentemente si ripropone con insistenza – si apriva in quegli anni alla possibilità di un apprendimento qualitativo, fondato sulla competenza di mettere in relazione i saperi anziché sulla conoscenza di un gran numero di informazioni difficilmente utilizzabili.
Visione transdisciplinare
Dunque, la testa ben fatta riconosce la complessità del mondo attuale e non se ne lascia spaventare. Al contrario, riesce a costruire un pensiero pertinente grazie proprio alla capacità di superare le barriere della frammentazione disciplinare, mettendo in relazione la cultura umanistica e quella scientifica, la filosofia con l’arte, la sociologia con la storia. La visione sistemica, che consente di muoversi nella complessità riconoscendo i legami e le relazioni che tengono insieme la realtà, produce un «pensiero ecologizzante» senza il quale è estremamente difficile, se non impossibile, affrontare le criticità del nostro tempo, dalla crisi climatica planetaria alle guerre che tormentano il globo.
Coscienza della provvisorietà
Per affrontare la complessità del nuovo millennio, nel quale la disponibilità di informazioni è enorme e contraddittoria, occorrono saperi che Morin descrive in un altro piccolo grande libro, I sette saperi necessari all’educazione del futuro (Raffaello Cortina, 2001) dove, a partire dalla conoscenza della conoscenza, si arriva a teorizzare la costruzione di un’identità globale e di una cittadinanza planetaria.
Il percorso attraverso i sette saperi non è facile, perché attraversa la difficoltà di affrontare le incertezze, come sottolinea Michela Mayer in un bellissimo articolo, scritto in uno dei momenti più incerti del recente passato: la pandemia Covid. Convivere con la consapevolezza dell’imprevedibilità e della mutevolezza della vita su questo pianeta non è solo ricerca di equilibrio, ma capacità di cogliere opportunità di cambiamento.
Storia imprevedibile
Il cambiamento però è imprevedibile, perché «La storia non progredisce mai in modo frontale, come un fiume maestoso. La storia avanza di traverso come un granchio, progredisce sempre attraverso rami devianti. È per questo che è così difficile da prevedere». Questo passo, tratto da Sette lezioni sul pensiero globale (Raffaello Cortina, 2016, pag.51), mette in risalto la funzione storica delle idee innovative, che appaiono inizialmente “folli” in una società troppo attaccata all’illusione di sicurezza e di progresso lento e costante, idea oggi più che mai irrealistica.
La solitudine dell’innovatore
L’innovatore si trova perciò isolato, ma la sua diversità è l’unica risorsa che può garantire all’umanità un futuro «imprevisto, improbabile e creatore». Edgar Morin ci ha lasciati – troppo presto, malgrado la sua veneranda età, 104 anni.
La sua lezione però può aiutare chiunque si occupi di educazione a trasformarsi in un potente e creativo “ramo deviante” costruttore di futuro.



















