L’idea di riuscire a produrre più cibo riducendo l’impatto ambientale dei processi è stata il Santo Graal delle politiche agricole e industriali del Nord globale negli ultimi trenta o quarant’anni. Il mito dell’efficienza ha guidato il discorso istituzionale dal rapporto Bruntland in poi, promettendo il disaccoppiamento fra crescita economica e pressione sugli ecosistemi.
Questa narrazione rappresenta ancora oggi il pilastro del discorso pubblico sulla sostenibilità in tutti i settori.
Ma, come dimostrato ormai da diversi anni, non ha mai trovato riscontro nella realtà.
Il concetto di intensificazione sostenibile
Il settore agricolo non fa eccezione: se da un lato i movimenti sociali hanno definito il concetto di “agroecologia“, svincolandolo dall’aumento delle rese come mantra dello sviluppo della produzione alimentare, dall’altro i governi occidentali, istituzioni internazionali e centri di ricerca hanno difeso quello di “intensificazione sostenibile”, coniato a fine anni Novanta. Doveva essere la terza via, a metà fra la radicalità dell’agroecologia e l’insostenibilità dimostrata della “rivoluzione verde”.
Alla tecnologia la responsabilità dell’ambiente
L’intensificazione sostenibile prometteva di risolvere tutti i problemi senza modificare la cornice dei rapporti di potere: più innovazione e tecnologia, maggiore efficienza dei processi e conseguente aumento della produzione per unità di superficie, con simmetrico calo dell’impatto ecologico senza bisogno di riforme agrarie strutturali. Per riuscire, la terza via doveva produrre i suoi effetti in modo assoluto, globale, permanente e con una rapidità sufficiente.
Come per il resto dell’economia, tutto ciò non è mai avvenuto. Un nuovo rapporto dell’Ocse sulle performance ambientali dell’agricoltura riporta, infatti, che il disaccoppiamento si è avuto in maniera relativa (l’impatto ambientale è aumentato meno della produzione), localizzata e settoriale (solo in alcuni paesi e articolazioni del settore primario).
Cosa dicono i dati
Un’occhiata ai numeri restituisce un quadro inequivocabile. Tra il 1990 e il 2023, la produzione agricola complessiva nei 38 paesi Ocse è aumentata del 33%. Nello stesso periodo, l’area agricola totale è diminuita di quasi l’11% e il consumo di fertilizzanti ha cominciato a calare, specialmente dopo il picco dei prezzi del 2022.
Le emissioni di gas serra del settore sono rimaste sostanzialmente stabili in valore assoluto, mentre l’intensità emissiva per unità di prodotto è migliorata. Il surplus di azoto e fosforo per ettaro si è ridotto nella maggior parte dei paesi, e l’efficienza nell’uso dei nutrienti è aumentata.
L’efficientamento senza riforma agraria si è esaurito
I progressi iniziali, tuttavia, si assottigliano con il tempo. Negli anni Novanta, ad esempio, le emissioni di gas serra calavano dell’1,2% l’anno. Dal 2000 in poi, il tasso è crollato allo 0,4%. L’efficienza nell’uso dell’azoto e del fosforo ha smesso di crescere intorno alla metà degli anni 2010 e oggi è una linea piatta. Tradotto: le innovazioni facili sono già state fatte. Per andare oltre servirebbero cambiamenti trasformativi, non solo margini di efficienza.
Le questioni critiche secondo l’Ocse
Il rapporto Ocse elenca infatti tre problemi irrisolti. Primo: la biodiversità. Su 27 paesi che monitorano l’indice degli uccelli selvatici nelle campagne, 22 registrano un declino tra il 2013 e il 2023. L’intensificazione agricola, la perdita di habitat e l’uso del suolo continuano a fare danni.
Secondo: l’ammoniaca. In 24 paesi le emissioni agricole sono diminuite, ma in 10 sono aumentate, segno che la zootecnia intensiva si sta raggruppando sempre più in specifiche aree del pianeta (e i dati non includono la Cina, primo emettitore mondiale). Terzo: l’acqua. I prelievi idrici per l’agricoltura continuano a crescere (+0,32% all’anno), così come i consumi energetici diretti in azienda (+0,48% all’anno). Nessun segno di disaccoppiamento su questi fronti.
Europa dietro la lavagna
Nel rapporto si legge che “i soli guadagni di efficienza non sono stati sufficienti a compensare la crescita della produzione agricola”, e che una diminuzione assoluta delle emissioni richiederà “cambiamenti più trasformativi”.
Anche se il rapporto copre tutti i paesi Ocse, il messaggio per l’Europa è diretto. La Pac (Politica Agricola Comune) ha spinto molto su efficienza e gestione dei nutrienti, ma ha fallito sul fronte della biodiversità e delle emissioni di metano (legate agli allevamenti).
Il nuovo impulso (interno) ai fertilizzanti chimici
Con il Green Deal ormai smantellato e le proteste degli agricoltori sullo sfondo, il rapporto Ocse suggerisce che l’attuale modello di “disaccoppiamento leggero” ha le gambe corte. Tutto ciò va osservato alla luce del picco del prezzo dei fertilizzanti chimici che ha seguito le politiche Usa in Medioriente. Tale è la preoccupazione dell’agroindustria, che la Commissione Europea ha varato una strategia per ridurre la dipendenza dalle importazioni aumentando la produzione domestica.
Quali impatti ecologici si porterà dietro questa operazione e quanto incideranno sui già minimi progressi?



















