La Cop30 è in pieno svolgimento e quest’anno il dibattito sul clima e sulle politiche per contrastare il riscaldamento globale si svolge in uno scenario che riflette pienamente le contraddizioni, i divari e le crisi del nostro tempo.
A Belém, nel cuore dell’Amazzonia, il presidente brasiliano Luiz Inácio “Lula” da Silva, aprendo i lavori della Conferenza delle Parti, ha lanciato un appello alla responsabilità ai cosiddetti paesi sviluppati:

«Per andare avanti è necessaria una governance globale più solida, in grado di garantire che le parole si traducano in azioni» ha detto.
Un nuovo Consiglio per il clima
La sua è stata una proposta coraggiosa: «Creare un Consiglio per il clima, collegato all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, è un modo per dare a questa sfida l’importanza politica che merita – ha proseguito – Il clima non è una minaccia futura, è una tragedia presente. La Cop30 sarà la Cop della verità. Nell’era della disinformazione, in cui gli oscurantisti rifiutano non solo le prove scientifiche ma anche i progressi del multilateralismo. Chi vede la foresta solo dall’alto non sa cosa accade alla sua ombra. Il bioma più diversificato della Terra è la casa di oltre 50 milioni di persone».
Bioma in pericolo
E proprio quel bioma è in pericolo. I dati del rapporto MapBiomas, la piattaforma lanciata nel 2015 in collaborazione con Google per monitorare la deforestazione del “Polmone verde della Terra”, hanno rivelato, infatti, che il Brasile, fino al 2023, ha perso il 33% delle sue aree naturali mentre fra il 2008 e il 2023 quasi la metà dei comuni brasiliani ha perso vegetazione.
La diminuzione di aree naturali è avvenuta soprattutto nel Pantanal, dove, dal 1985, la superficie adibita all’allevamento è cresciuta del 79% e quella destinata alle coltivazioni del 228%.
La devastazione documentata
L’Amazzonia continua ad essere devastata, come documenta il rapporto “Toxic Gold” di Greenpeace: negli ultimi due anni, nonostante gli sforzi e le misure adottate dal governo brasiliano, sono stati distrutti 4.219 ettari di foresta pluviale in quattro territori indigeni, ovvero un’area pari a quasi la metà di Manhattan o a oltre quattromila campi da calcio. Vaste porzioni della foresta sono state avvelenate dal mercurio utilizzato per l’estrazione dell’oro, rappresentando una minaccia per i popoli indigeni, la fauna selvatica e il clima globale.
Le rotte dell’oro
Nel 2024, le tre principali destinazioni dell’oro brasiliano sono state Canada, Svizzera e Regno Unito, hub chiave per la raffinazione e il commercio del metallo prezioso. La Svizzera, in particolare, svolge un ruolo cruciale come principale centro di scambio internazionale e porta d’ingresso per oltre la metà delle importazioni d’oro dell’Unione Europea. Nel 2022, le importazioni svizzere hanno superato del 67% le esportazioni ufficialmente dichiarate dal Brasile e nel 2023 la differenza è stata del 62%, segnalando gravi irregolarità.

Domanda globale
Tra le prime dieci destinazioni per l’export di oro brasiliano figura anche l’Italia. L’oro può arrivare nel nostro paese in modo indiretto, attraverso rotte commerciali opache, ad esempio tramite riciclaggio, passando nei canali finanziari degli Emirati Arabi Uniti e della Svizzera. E dal rapporto è emerso che a livello globale, la domanda di oro illegale difficilmente rallentare.
Le richieste indigene
Intanto, il 10 novembre, settanta leader indigeni provenienti da Ecuador, Brasile, Perù, Colombia, Panama, Costa Rica, Guatemala, Messico e Indonesia hanno raggiunto Belém dopo aver percorso il Rio delle Amazzoni a bordo della “Flotilla Yaku Mama”. I messaggi delle popolazioni indigene sono chiari: fermare ogni nuova esplorazione petrolifera e di gas in Amazzonia; garantire la protezione integrale dei popoli indigeni in isolamento; e creare un fondo climatico globale, diretto e trasparente, che riconosca i popoli nativi come partner strategici nell’azione per il clima.
Stop alle trivelle
Gli attivisti non hanno risparmiato critiche nemmeno al governo brasiliano: vogliono una maggiore tassazione per i miliardari e la fine delle trivellazioni in Amazzonia. La protesta è proseguita l’11 novembre, quando i manifestanti hanno forzato il blocco di sicurezza della Cop30. Il leader della protesta, Cacique Gilson, del popolo Tupinambá che vive nei pressi del Basso Tapajós, in Brasile, ha dichiarato: «Noi non mangiamo soldi, vogliamo il nostro territorio libero. Ma continua il business dell’esplorazione petrolifera, mineraria e del disboscamento. Per noi è un momento di rivolta, di indignazione: sentiamo sulla nostra pelle la sconfitta del nostro territorio».
La profezia di Raoni
La scorsa settimana il noto leader del popolo Kayapo, Raoni Metuktire, ha dichiarato alla Reuters che molti membri delle comunità erano contrari ai progetti infrastrutturali nella foresta. Metuktire da decenni lotta per proteggere la terra dell’Amazzonia da chi vuole realizzare autostrade, ferrovie e pozzi petroliferi. Questa è la sua profezia:

«Questi progetti stanno distruggendo fiumi e terre e continueranno a farlo. Sarà molto dannoso per noi. E anche per voi. Pagherete le conseguenze delle vostre scelte».



















