L’autunno ha ormai spento i riflettori sul tema degli incendi, con il volo dei Canadair e l’acre odore di fumo che rappresentano ormai solo un ricordo. Ma l’estate 2025, secondo i dati del sistema europeo Effis, per l’Europa rappresenta la peggiore di sempre: quasi un milione di ettari sono stati bruciati entro il 9 settembre, più del triplo della media registrata tra il 2006 e il 2024. E le mappe satellitari confermano una storia che conosciamo fin troppo bene.
Clicca e consulta la mappa interattiva della Nasa sugli incendi nel mondo

Con tanto di macchie rosse che si moltiplicano, emissioni che oscurano il cielo, ettari di foreste che scompaiono in poche ore.
Il monitoraggio europeo
Il sistema Effis, gestito dal Jrc, monitora giorno dopo giorno l’andamento della stagione, incrociando immagini satellitari e dati meteorologici. Da lì apprendiamo che il fenomeno non riguarda solo il Mediterraneo, ma colpisce sempre più vaste aree del continente. In Portogallo sono andati in fumo 265mila ettari (circa il 3% del territorio nazionale), mentre la Spagna ha visto più di 380mila ettari devastati, con le più alte emissioni registrate dal 2003.
Italia, meno roghi ma più inquinanti
In Italia il 2025 è stato un anno difficile ma non disastroso come il 2021 o il 2023. Secondo Effis, le superfici bruciate sono state inferiori rispetto ai picchi del passato (147mila ettari nel 2021 e 98mila nel 2023), ma comunque superiori alla media storica di 51mila ettari. Allarmante invece il numero di incendi: 532 episodi contro una media di 265 annui.

L’impatto sull’aria e sul clima
Il fuoco non lascia solo cenere: nell’aria del nostro Paese, durante la stagione, sono finite 13mila tonnellate di PM2,5, più di 4mila tonnellate di ossidi di azoto, quasi 800 tonnellate di Black Carbon e circa 3 milioni di tonnellate di anidride carbonica. Un impatto che si riflette sulla salute, sull’atmosfera e sugli equilibri climatici.
Il legame con il cambiamento climatico
Siccità prolungata, ondate di calore, venti più intensi. Gli ingredienti del disastro sono sempre più spesso “cucinati” dal cambiamento climatico, che crea le condizioni ideali perché una scintilla – accidentale o dolosa – diventi un incendio fuori controllo. Per misurare questo rischio, gli scienziati utilizzano il Fire Weather Index (FWI): più alto è il valore, più favorevoli sono le condizioni meteo.
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E i valori medi negli ultimi anni tendono a crescere, come conferma anche il rapporto internazionale State of Wildfires 2023-24: il clima rende sempre più probabili incendi di vasta portata, e con essi aumentano i danni a biodiversità, paesaggio, qualità dell’aria e sicurezza delle comunità.
Dati e prevenzione
Ma non c’è solo Effis a rendere pubbliche queste informazioni. In Italia, i dati vengono raccolti e analizzati anche dall’Arma dei Carabinieri – Cufa, dal sistema statistico nazionale Istat e dall’Ispra, che pubblica indicatori sulla superficie di ecosistemi forestali colpiti. Tutti strumenti indispensabili per applicare la legge quadro 353/2000, che prevede vincoli e divieti sulle aree percorse dal fuoco. Il messaggio che arriva da questi strumenti è chiaro: il fuoco non è più un’eccezione, ma un appuntamento fisso delle nostre estati. Ed è qui che entra in gioco la parola chiave del futuro, l’adattamento.
Adattarsi per prevenire
Abituarsi all’idea che incendi di questa portata diventeranno la “nuova normalità” è difficile, ma necessario. Adattarsi significa pianificare il territorio tenendo conto del rischio, gestire i boschi per ridurre il combustibile naturale, investire in prevenzione anziché correre sempre dietro alle emergenze. Perché, come ricorda il rapporto europeo, la lotta al fuoco non si gioca solo con i canadair nei cieli d’agosto, ma molto prima.

A partire dai piani forestali, nelle mappe di rischio aggiornate, nella capacità di ridurre l’impatto del cambiamento climatico.











