La guerra in Iran pone al centro del dibattito globale la questione energetica, più degli aspetti politici come il diritto all’autodeterminazione del popolo iraniano e la democratizzazione del Golfo Persico. Lo conferma il recente bombardamento statunitense sull’Isola di Kharg, uno degli hub più importanti del petrolio di Teheran: da qui transita il 90% delle esportazioni di greggio del paese. Inoltre, gli attacchi potrebbero intensificarsi se i Pasdaran non interromperanno il blocco delle navi nello Stretto di Hormuz.
Ma il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi ha ribadito: «Hormuz chiuso solo per navi nemici e loro alleati».
La minaccia delle guardie islamiche
Al fianco del governo iraniano ci sono le Guardie della Rivoluzione islamica, che continuano a resistere e a lanciare droni contro obiettivi strategici americani nell’area del Golfo, come l’ambasciata di Baghdad in Iraq. Sono inoltre pronte a colpire banche statunitensi e israeliane e i colossi hi-tech in Medio Oriente, e a «ridurre in cenere» le infrastrutture petrolifere legate agli Stati uniti.
Il rischio della disintegrazione
In questo scenario, la guerra esistenziale iraniana diventa sempre più aspra. Reza Pahlavi, figlio in esilio dell’ultimo scià itaniano e residente negli Stati Uniti, ha dichiarato di essere pronto ad assumere la leadership di un governo transitorio del Paese «non appena cadrà la Repubblica islamica». Tuttavia, come ha rivelato il Financial Times, molti cittadini iraniani, seppur critici nei confronti del regime, temono un prolungamento del conflitto e la disintegrazione del Paese.
Gli effetti sull’economia europea
Intanto lo scontro sta provocando devastanti ripercussioni sull’economia globale: il prezzo del petrolio è aumentato di oltre il 20% in pochi giorni e si cercano vie di uscita da un conflitto che rischia di diventare incontrollabile. A soffrire è soprattutto l’economia europea. Dal recente rapporto Ember è emerso infatti che, nei primi 10 giorni del conflitto, l’Unione europea ha speso ulteriori 2,5 miliardi di euro per importare combustibili fossili. Il costo dell’energia prodotta da centrali a gas in tutta Europa è aumentato di oltre il 50%. Senza contare l’incapacità di fermare la guerra sul fronte del Libano e, ancora meno, sulla Striscia di Gaza.
La questione dell’uranio e del “yellowcake”
Israele, nelle ultime ore, ha giustificato l’intervento militare in Iran con la ricerca dell’uranio arricchito. «In questo momento il mondo intero sta cercando proprio quei 450 chili di polvere radioattiva, conosciuta come “yellowcake”, per poter dichiarare una vittoria sull’Iran», ha detto il generale Yitzhak Ben Israel, fisico e capo del centro di cyber-sicurezza dell’Università di Tel Aviv. «Qualche centinaio di chilogrammi è qualcosa di molto facile da nascondere. Gli impianti – le decine di migliaia di centrifughe, le fabbriche – sono molto difficili da occultare. Ma il materiale in sé è facilissimo da nascondere: lo metti in un contenitore, lo sigilli e lo nascondi».
Strategie militari e interessi economici
Di fatto Israele sembra però agire anche per un altro fine: indebolire la capacità militare iraniana oltre a quella del Libano. Da parte degli Stati Uniti sembra piuttosto evidente l’obiettivo di ostacolare gli interessi economici di Pechino nell’area del Golfo: solo dallo Stretto di Hormuz transita il 45% del fabbisogno nazionale cinese.
L’offensiva di Israele in Libano
Secondo il sito Axios, è in corso un’operazione di terra in Libano da parte dell’esercito israeliano, con l’obiettivo di eliminare i miliziani di Hezbollah e rispondere ai 200 missili lanciati dallo stesso movimento sciita e da Teheran su Israele, oltre a prendere il controllo dell’area a sud del fiume Litani. Una nuova occupazione che contribuirà ad aumentare i numeri della catastrofe umanitaria: oltre 800mila sfollati, circa 1.500 feriti e più di 600 morti.
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Il Libano viene così trascinato al centro della guerra con l’Iran, in una crescente escalation con delle conseguenze che riportano alla mente ciò che sta già accadendo al popolo palestinese. «Faremo ciò che abbiamo fatto a Gaza», ha dichiarato un alto funzionario israeliano, riferendosi alla distruzione di edifici che Israele sostiene siano utilizzati da Hezbollah per immagazzinare armi e lanciare attacchi.
Gaza ancora sotto le bombe
Dopotutto, a Gaza si continua a morire sotto le bombe. Il ministero della Salute della Striscia di Gaza ha registrato, tra la firma del cosiddetto “cessate il fuoco” nell’ottobre 2025 e la fine del febbraio successivo, l’uccisione di 630 persone palestinesi: 202 bambine e bambini, 89 donne e 339 uomini, che si sono andate ad aggiungere alle oltre 72.000 uccise dal 7 ottobre 2023. Amnesty International ha denunciato che, negli ultimi 29 mesi, il genocidio israeliano ha portato donne e bambini sull’orlo del baratro.
Crisi sanitaria e disumanizzazione
Gli sfollamenti di massa, il collasso del sistema di salute riproduttiva, materna e neonatale, l’interruzione dei trattamenti per malattie croniche come i tumori, l’elevata esposizione a malattie e a condizioni di vita prive di dignità – oltre che pericolose per la salute – hanno causato profondi danni alla salute fisica e mentale e hanno favorito il processo di disumanizzazione dei palestinesi.
Futuro negato
Una condizione alimentata dalle limitazioni, tuttora in corso, all’ingresso di prodotti indispensabili per la sopravvivenza della popolazione civile: cibo, medicine, attrezzature e strumentazioni mediche, materiali per la costruzione di rifugi e mezzi per la depurazione delle acque e per la rimozione di macerie, ordigni inesplosi e rifiuti.
Qui il costo della guerra non si misura in crisi economiche, ma in futuro negato.











