L’onda lunga dell’iniquità ambientale miete altre vittime. È quella che ha travolto case, scuole e ospedali, inghiottito strade, ponti e interi villaggi in Indonesia, Sri Lanka, Malesia e Thailandia. Da giorni, infatti, la morsa di due cicloni, Ditwah e Senyar, con l’ulteriore contributo del tifone Koto, sta devastando l’Asia meridionale con una potenza senza precedenti.

Al momento, infatti, sono oltre 1.200 i morti, più di 800 i dispersi, 1 milione e 400mila le persone colpite.
Stime in evoluzione
Le stime sono ancora in evoluzione perché gli effetti della pioggia, che ha toccato punte di 500 mm nell’arco di pochi giorni, non si sono ancora esauriti e molte comunità restano isolate. Eppure, nonostante la portata colossale di ciò che sta accadendo, vi sfidiamo a trovare questa notizia nei media di casa nostra.
Anche nella fase acuta, quella di qualche giorno fa: nelle home page dei maggiori quotidiani, che avrebbero tutti i mezzi per fare informazione internazionale di qualità, quasi non se ne è parlato. E l’appello di Anura Kumara Dissanayake, il presidente dello Sri Lanka, è caduto praticamente nel vuoto:

«Stiamo affrontando il disastro naturale più grande e difficile della nostra storia».
Verità scomoda
Questa differenza di attenzione rivela una verità con la quale prima o poi dovremo fare i conti: alcune catastrofi ci riguardano, altre annegano nel rumore di fondo. Quando la violenza del clima si è abbattuta su Valencia, poco più di un anno fa, le immagini hanno ristrutturato per giorni il flusso ordinario delle informazioni e i social sono stati letteralmente travolti da quel rovinoso fenomeno estremo.
Distorsione ottica
Era comprensibile, ci mancherebbe. Ma oggi, mentre intere province asiatiche sprofondano nel fango, il racconto di quanto accade bisogna andarselo a cercare nelle sezioni degli esteri. E a trenta giorni dalla tempesta tropicale Melissa, che ha messo in ginocchio un’altra zona fragile del mondo, i Caraibi, si conferma la distorsione ottica della narrazione globale: ciò che accade sul pianeta ha un impatto diverso nel nostro immaginario.
Dipende dalla distanza, certo, dal senso di appartenenza che fatalmente condiziona la notiziabilità. Ma anche dal reddito, dal peso geopolitico dei territori coinvolti. Dal potere di informare, che di solito è inversamente proporzionale a quello d’immettere in atmosfera gas climalteranti.
Povertà raddoppiata
Nel frattempo, lo Sri Lanka conta i morti: 390 vittime, 352 dispersi, decine di migliaia di evacuati. L’Unicef avverte che tra gli sfollati ci sono 275.000 bambini, molti dei quali già provati dalla crisi economica che negli ultimi anni ha raddoppiato i livelli di povertà. Le conseguenze psicologiche, fa sapere l’organizzazione, dureranno più a lungo dell’acqua che ha sommerso i villaggi. E nelle zone centrali, come a Kandy, quella potabile manca da giorni.
L’emergenza in Indonesia
La situazione è ancora più drammatica in Indonesia, dove 631 persone hanno perso la vita e 475 risultano disperse, in gran parte nell’isola di Sumatra. Le piogge torrenziali hanno divelto dalle montagne milioni di metri cubi di legname, trasformando le foreste in corridoi di detriti. Gli ambientalisti lo ripetono da anni: la deforestazione illegale ha indebolito il territorio, rendendolo più esposto a disastri di questo genere. «Non è solo un evento naturale, è una crisi provocata dall’uomo», denuncia l’Indonesian Environmental Forum.
Lo sottolinea il Wwf: dagli anni ’90 l’Indonesia ha perso un quarto della sua copertura forestale e solo nel 2024 oltre 240.000 ettari di foresta primaria sono andati perduti. Mentre l’acqua, fa notare dal Guardian la climatologa Roxy Koll dell’Indian Institute of Tropical Meteorology, co-autrice dell’ultimo rapporto dell’Ipcc, oggi fa più danni dei venti monsonici, resi ulteriormente umidi e carichi di pioggia dal vapore acqueo che si accumula a causa delle mutate condizioni climatiche.

Cause note, rimedi al rallentatore
Le cause, insomma, sono note. Sugli effetti ormai si chiudono gli occhi, a meno che non ci tocchino in prima persona. E la quiescenza del sistema informativo accompagna la politica del temporeggiamento, delle misure volontarie e delle sottigliezze lessicali intorno alla fuoriuscita dalle fonti fossili che il recente rito multilaterale di Belém ha messo nero su bianco.

















