A 50 minuti in automobile da Tangeri la bellissima quanto sconosciuta costa atlantica nella provincia di Larache fa da sfondo a un progetto unico e ambizioso. Fortemente voluto da Fouad Giacomo Filali e dalla sorella Antonia Yasmina, che hanno inteso ricambiare quanto il Marocco, terra del padre, ha donato loro, il progetto è nato per dare un’opportunità a quel territorio remoto proteggendo un angolo di Marocco autentico e dimenticato.

Per preservare questo ecosistema unico della regione hanno sostenuto la nascita del Parco naturale delle Dune di Khemis Sahel, che salvaguarda la biodiversità e un turismo rispettoso.
Terrazzo sull’Oceano
In quel contesto incontaminato, davanti a immense spiagge deserte e una natura spettacolare, è nato l’eco-retreat La Fiermontina Ocean con una villa e dodici suite immerse nella natura tra uliveti e frutteti con giardini privati e piscina sul terrazzo fronte Oceano. Per sostenere gli abitanti di villaggi rurali sperduti e abbandonati, che non esistevano neanche sulla carta, sono state intraprese azioni specifiche migliorando l’accesso alle risorse di prima necessità, alla salute e all’educazione, alfabetizzando gli abitanti e favorendo la nascita di cooperative locali.
Rispetto e accettazione
Nel vicino villaggio di Dchier sono state ricostruite secondo tecniche ancestrali quattro case in pietra dove i visitatori possono soggiornare e sono gli abitanti ad accoglierli coinvolgendo l’intera comunità. Tra queste, la Casa del Cadì è un omaggio al nonno paterno marocchino dei fratelli Filali che, attraverso fotografie, cimeli e mobili di famiglia, racconta una straordinaria storia di rispetto e accettazione tra culture diverse. Come quando nel 1953 la nonna pugliese, artista indipendente e moderna, giunse in Marocco per conoscere il padre del marito di sua figlia Anne, che parlava solo l’arabo ed era un giudice della legge coranica, ricevendone un’accoglienza sontuosa.

Radici ritrovate
Il cuore del progetto è la formazione ai mestieri dell’ospitalità e del turismo e l’inserimento lavorativo nell’eco-retreat degli abitanti dei villaggi, in particolare donne e giovani, in modo che grazie alle opportunità di lavoro non siano costretti a emigrare, ma restino nel loro paese contribuendo al suo sviluppo.

Ce ne parla Fouad Giacomo Filali, che trascorre lunghi periodi in quella regione remota.
Come è nato il progetto e qual è l’obiettivo principale che vuole raggiungere?
Ho scoperto questo luogo, questi paesaggi mozzafiato più di trent’anni fa. Ho comprato dei terreni, ma non volevo costruire, volevo che rimanesse naturale. Mia sorella ha acquistato un appezzamento di terra a sua volta e ha voluto edificare la sua casa, così ho fatto anch’io la mia. Per dieci anni è rimasto così. Venivo spesso perché mi piaceva il posto e andavo nei villaggi dell’entroterra. Un giorno mi sono imbattuto in due donne che sollevavano dei secchi d’acqua enormi e mi hanno detto che prendevano l’acqua da portare a casa.
Mi sono reso conto solo allora che avevano l’elettricità ma non l’acqua. Chi viene da una città fatica a capire che ci sia gente che non ha l’acqua. Ho finanziato un piccolo acquedotto e la distribuzione dell’acqua nel villaggio. Poi mi sono chiesto come dare una speranza e un futuro alle comunità di questo Marocco bellissimo ma abbandonato. Ho pensato di costruire un albergo per valorizzare il territorio e portare alle persone lavoro e una ragione per restare.

In che modo il progetto sostiene le comunità locali, in particolare le donne e i giovani?
Oggi all’eco-retreat La Fiermontina Ocean lavorano circa sessanta persone di cui la metà vengono da questi villaggi dell’entroterra. Abbiamo formato il personale per l’albergo, dalle signore che fanno le camere ai giardinieri, dagli addetti alla reception e al ricevimento agli autisti. Già fare la formazione di persone istruite è difficile, formare persone che non sanno né leggere né scrivere è stato molto difficile, ma ce l’abbiamo fatta e ora non ci sono problemi. Il nostro è un progetto alberghiero, ma anche di sviluppo comunitario. Nel villaggio di Dchier non abbiamo fatto l’albergo ‘dietro’ al villaggio, siamo ‘nel’ villaggio stesso. Abbiamo ricostruito quattro case in pietra secondo le tecniche tradizionali con decorazione marocchina, completamente diverse dalle suite davanti all’Oceano. Ora questo villaggio sperduto e abbandonato ha una scuola oltre a un hammam e un caffè, ma ci sono anche case brutte, imperfezioni perché è giusto che sia così.

Quali esperienze può sperimentare un visitatore nel villaggio di Dchier?
Noi proponiamo l’esperienza della prima colazione presso alcune famiglie del villaggio e sono le donne che non avevano un lavoro a essere impegnate e a guadagnare. Abbiamo ripristinato i due forni antichi dove la gente del posto fa di nuovo il pane e piccoli gruppi di visitatori possono assistere e assaggiarlo appena sfornato. Poi c’è la degustazione di olio e olive accompagnata da tè verde. In questo modo il villaggio vive e le persone lavorano.
L’ospitalità può essere uno strumento di riscatto sociale. Ogni ospite che sceglie di venire qui contribuisce in qualche misura a restituire dignità a questa gente. E vive un’esperienza autentica immerso nella natura e nella cultura locale. Ma non lo facciamo per avere un’etichetta di sostenibilità, non è uno strumento di marketing, non è questo il mio obiettivo. Io ho avuto molta fortuna nella vita, ma mia nonna era pugliese e la generazione di mia madre ha conosciuto la miseria.

Alla mia età voglio restituire qualcosa di quello che la vita mi ha dato.






















