Fa un certo effetto visitare Chernobyl – Pripyat: quando la storia non insegna, reportage fotografico a cura di Kathiuscia Covarelli e ospitato al MANU di Perugia fino al 20 giugno. Colpisce per il taglio glaciale, per la capacità di prevedere un oggi straniante e apocalittico, che del disastro del 1986 ha conservato le scorie, come un museo degli orrori in cui ribollono minacce, dolori, crisi.
Nata da una collaborazione tra l’Università degli Studi di Perugia e la Direzione Regionale Musei Umbria – Museo Archeologico Nazionale dell’Umbria e Associazione Borgo Bello, la mostra condensa in cinquanta scatti le sensazioni evocate dall’attraversamento di una zona cardine dell’immaginario.
Un non-luogo cristallizzato nel tempo, in cui convivono il ricordo dell’Urss e la sua faccia di cartapesta, la débâcle di una superpotenza e il sogno assurdo – fuori tempo – di farla risorgere.
Le fotografie di Covarelli raccontano un mondo sospeso, una bolla di fragilità. Stupisce saperle scattate prima della guerra in Ucraina, come si respirassero già venti di afflizione, quell’atmosfera di morte che non ha mai abbandonato un’area lente d’ingrandimento dell’Est. Il percorso si snoda lungo scenari perturbanti, che esplorano l’urbanistica sovietica (di cui Pripyat è un campione rappresentativo) e tracce di umanità rinnovata, commovente, come l’immagine di un’anziana, Baba Mariya, che abbraccia con affetto un membro delle troupe.
È il senso dell’abbandono, una plasticità della fine che riecheggia in tutte le foto di Pripyat, un cimitero attorno a cui vive un pugno di persone che ha visto morire la Terra, lo Stato, in cui non sono tornati nemmeno gli uccelli e restano le maschere antigas sul pavimento di una scuola, la scritta scrostata di un bar sul fiume.
Colpisce, per imponenza e stordimento, la foto dell’Hotel Polissia visto dalla piazza, con la vegetazione che lo lambisce, che si insinua nelle fondamenta, come a mostrare un’urgenza di riappropriazione, allegoria di un mondo sprofondato all’indietro, una waste land che ha il sapore di una nuova preistoria. Poi gli scatti della centrale Vladimir Il’ič Lenin, con la sala riunioni e la stanza di controllo del reattore n. 3, identica a quella del reattore 4. Una delle pochissime foto a colori immortala il pulsante di spegnimento che avrebbe dovuto arrestare il test di sicurezza.
Si vedono fili scoperti, bottoni dai colori acidi che richiamano l’estetica anni Ottanta, e tutto ha il gusto della morte, dell’imperizia e della censura, la stessa che ha innescato l’orrore del marzo scorso, quando i militari russi hanno scavato trincee nelle zone circostanti, senza alcuna protezione, ignari del sollevamento delle radiazioni dal suolo.
Quest’alternanza di luci e ombre, di bianco-nero e colori (un’altra foto immortala l’ingresso della città di Chernobyl, abitata da lavoratori della centrale e da militari che si alternano per brevi periodi di tempo) gioca con l’artificio cinematografico del flashback, per mostrare la fissità di un passato che non passa, che si incardina nelle giostre ricoperte di rampicanti, nella ruota panoramica simbolo di un fallimento ritornante.
E la statua di Lenin a Chernobyl, l’ultima visibile in Ucraina, è un monito al presente e al futuro: l’emblema di un’utopia perduta, guastata, che fluì nel disincanto e nell’orrore.