
Samantha Harvey, cinquant’anni e una formazione di studi filosofici e corsi di scrittura creativa, ha vinto il Booker Prize 2024 con la sua quinta opera, Orbital, tradotta felicemente da Gioia Guerzoni per NN Editore. L’autrice inglese racconta la situazione più antinarrativa che si possa immaginare: 24 ore di vita in orbita di sei astronauti, provenienti da cinque continenti. Due di loro sono donne, quattro uomini.
E insieme condividono la Stazione spaziale internazionale, composta da «diciassette moduli collegati, a ventottomila chilometri all’ora».
Routine orbitale
La narrazione è tutta in soggettiva. È un flusso di coscienza che ci raggiunge insieme a dettagli molto precisi sulla routine della vita in una stazione orbitale, per i quali Harvey si è avvalsa della collaborazione dell’Esa e della Nasa. Questa oscillazione fra il pensiero dei personaggi, la loro esperienza corporea e la descrizione delle loro attività, è parte del fascino del libro perché apprendiamo tutto dalle loro sei voci, così reciprocamente diverse, così appassionate.
Oltre la fantascienza speculativa
Nonostante l’ambientazione, Orbital non è un’opera di fantascienza speculativa. La tecnologia, la scienza e il loro impatto sulle prospettive di vita collettive, come la riflessione sul futuro che attende l’umanità, tipica della science-fiction, qui non hanno molto spazio. I sei astronauti di Orbital osservano la Terra a 400 chilometri dalla sua superficie, sciolti dal tempo come dalla gravità. «Siete vincolati al Tempo Coordinato Universale», dicono loro i colleghi dalla Terra. Ma lassù, nella loro grande “H” di metallo sospesa in orbita, l’orologio sembra non avere senso perché «lo spazio fa a pezzi il tempo».
Vivere al presente
Gli ospiti della navicella spaziale vivono al presente, ne registrano lo scorrere quotidiano per non lasciarsi ingannare dal susseguirsi continuo e velocissimo di albe e tramonti sulla Terra – ne vedono 16 in 24 ore – e anche perché sin dall’addestramento si sono sentiti ripetere: «Tenete il conto ogni giorno, appena vi svegliate, e ditevi, questa è la mattina di un nuovo giorno. Ricordatevelo sempre. Questa è la mattina di un nuovo giorno».
Tra filosofia e intimità
Quanto alle tecnologie e alle strumentazioni da cui gli astronauti sono circondati, più che esaminarle ed esaltarne il potenziale, Harvey le rende per quello che sono: il corrispettivo spaziale degli elettrodomestici di casa. Sin dalla frase iniziale, Harvey sottolinea le straordinarie condizioni di intimità e isolamento in cui vivono i suoi personaggi: «Sono così uniti, e così soli, che persino i loro pensieri, le loro mitologie interiori, a volte si incontrano. A volte sognano gli stessi sogni…».
Contemplando il pianeta
Un altro autore avrebbe forse esplorato il potenziale di dramma umano della situazione – le possibili rivalità, relazioni, i litigi – ma l’attenzione di Harvey è meno rivolta all’interazione fra i protagonisti, che ai modi in cui ciascuno di loro si relaziona al Pianeta, che è la loro vista principale e il fulcro della loro missione. In ogni caso, gli astronauti sono scienziati, sono il prodotto di un rigoroso addestramento, progettato per individuare il tipo di difetti umani che potrebbero interferire con il buon funzionamento della squadra.
Occhio umano
L’italiano Pietro riflette sulla possibilità che un giorno il loro lavoro venga svolto da robot «senza bisogno di idratazione, nutrienti, escrezioni, sonno». Ma si chiede «cosa significherebbe lanciare nello spazio creazioni senza occhi per vederlo, e senza cuore per temerlo o esultarne?». Nonostante lo stress fisico che i mesi nello spazio infliggono letteralmente al cuore umano, la sua capacità di provare emozioni è fondamentale per il loro scopo: «Un animale che non si limita a testimoniare, ma ama ciò di cui è testimone».
Fra lirismo e filosofia
Le pagine dedicate alla contemplazione del pianeta, infatti, sono di un lirismo travolgente e di un considerevole spessore filosofico. Gli astronauti a volte cercano di «pensare un pensiero nuovo», ma «non esistono pensieri nuovi, sono solo pensieri vecchi che nascono in momenti nuovi». E in quei momenti arriva una constatazione: «Senza la Terra siamo finiti. Non potremmo sopravvivere un secondo senza la sua grazia, siamo tutti marinai su una nave in un mare scuro, profondo, impenetrabile». Non c’è bisogno di parlare, basta guardare fuori dal finestrino quella radiosità rotante e maestosa che muta continuamente. «La Terra, da qui, è un paradiso. Trabocca di colori, un’esplosione di colori pieni di speranza. Quando siamo su quel pianeta guardiamo in alto e pensiamo che il paradiso sia altrove».
La Terra come possibile aldilà
Ma ecco cosa pensano gli astronauti e i cosmonauti: «Se davvero dopo la morte dobbiamo andarcene in un luogo improbabile e difficile da immaginare, quella sfera vitrea e lontana, con le sue splendide danze solitarie di luce, potrebbe essere il posto giusto». Rivelando la natura profonda di Orbital, il suo essere un racconto filosofico, una ballata d’amore per la Terra e una riflessione poetica, dove si afferma la forza della contemplazione.
Immagini ricorrenti
Nel romanzo ricorrono due immagini: una è la famosa fotografia scattata da Michael Collins durante la missione lunare del 1969 con la Terra sullo sfondo, che porta a riflettere sul fatto che nessun essere umano tranne il fotografo, fosse presente in quella foto. L’altra è Las Meninas di Velázquez, un dipinto che ci interroga su chi sia il soggetto e chi l’osservatore. In questo romanzo breve e denso, Harvey comprende l’umanità intera: la nostra ambizione, la nostra fragilità e avidità, la nostra assoluta dipendenza da questo nostro “mondo selvaggio” con i suoi ritmi.
Esperienza immersiva
Leggere Orbital è un’esperienza che ci porta dentro la vita quotidiana nella stazione spaziale, rendendoci intimamente partecipi di un’esperienza che molti e molte di noi hanno sognato di fare, almeno da bambini.
Lo sguardo degli astronauti diventa il nostro e con loro abbiamo visioni ampie e liriche del mondo naturale, interrogandoci sul nostro posto nel cosmo.

















