C’è tempo fino al prossimo 12 luglio per lasciarsi ammaliare dalla bella mostra, con la curatela di Daniela Lancioni, che Palazzo Esposizioni Roma ha dedicato a Mario Schifano. Il percorso espositivo, che si dipana fra le sette sale e la rotonda del piano nobile, propone oltre cento dipinti provenienti da collezioni pubbliche e private (tra i maggiori prestatori Gió Marconi ed Emilio Mazzoli, entrambi galleristi molto legati a Schifano), alcune serie fotografiche e tutti i cortometraggi attualmente reperibili.
Celebrativa dell’arte di uno dei personaggi più illustri della cultura italiana tra gli anni Sessanta e gli anni Novanta – nonché tra i pittori contemporanei più quotati, con opere capaci di arrivare all’asta sopra i due milioni di euro – l’esposizione sa anche restituire in maniera agile e divulgativa, senza essere mai didascalica, la biografia del pittore maledetto, secondo una abusata espressione.

E però amatissimo, sia dai critici che dalle celebrities.
Polaroid e grandi tele
Si va, infatti, dalle opere degli esordi negli anni Cinquanta, informali e materiche, ai primi monocromi del 1960 (tra cui compare, del 1964, l’olio su tela Io non amo la natura), alle nuove iconografie mediate dal linguaggio fotografico e dalle figure della storia dell’arte (dai Futuristi a Malevič), dai Paesaggi TV al ritrovato slancio verso la pittura e a un nuovo sentimento della natura, alla fine degli anni Settanta; per chiudere con i dipinti fuori misura degli anni Ottanta e i lavori degli ultimi anni, nei quali più esplicita si è manifestata la sua sensibilità nei confronti delle emergenze sociali.
Si può altresì ammirare l’incredibile varietà del suo fare artistico, in termini di dimensioni: dalle minuscole Polaroid (sarà difficile non trascorrere diverso tempo a scrutarle tutte, raccolte come sono nella parte centrale della penultima sala) ai quadri giganteschi di svariati metri.

Biografia e sguardo critico
Fondamentale, per conoscerne biografia e milieu culturale, una sosta nella prima sala per il dettagliato murales cronologico, dalla nascita in Libia nel 1934 all’infarto fatale, nel 1998. Vi si potrà leggere un’illuminante – quanto sublime per scelta lessicale – descrizione di Goffredo Parise: «Dunque, Schifano è un uomo di trent’anni, di tipo sommariamente mediterraneo, se non arabo. In riposo il suo corpo, alto circa un metro e settanta, del peso di cinquantasei chili, visto da angolazioni e distanze diverse, rivela anzitutto un languore felino, innocente e attonito. Come un piccolo puma di cui non si sospetta la muscolatura e lo scatto».
La Parete Agnelli
Ad accogliere visitatrici e visitatori, la ricostruzione della Parete della stanza di casa Agnelli, commissionata al “genio di Homs” nel 1968 per la residenza romana di Gianni Agnelli e Marella Caracciolo, a Palazzo Albertini-Carandini, sul Colle del Quirinale, ed esposta in uno spazio che ha le stesse dimensioni e caratteristiche di quello originale.
Nel mosaico di 14 tele, realizzato con smalti, spray, grafite, pastelli, Schifano ha riversato molti dei simboli già comparsi nel suo repertorio, come quelli che lui stesso aveva chiamato Paesaggi anemici, immagini appiattite e scomposte, che da un lato sono prive di una dimensione naturalistica e dall’altra restano incompiuti, quasi sospesi, perché vi sia spazio per sovrapporre l’esperienza di chi guarda.

smalto e acrilico su tela e cornice, 1984. Collezione Valsecchi,
foto: Giorgio Benn
Simboli e letteratura
Accanto, si riconoscono le querce e le palme, il cavallo, le celeberrime silhouette dei futuristi. In uno dei muri campeggia, come spesso accade nelle sue opere, una scritta che «si propaga come un’onda, gira in tondo lungo i bordi delle tele e ripiega su sé stessa», come scrive la curatrice, tratta dai Canti di Maldoror, il poema in prosa di Comte de Lautréamont, in cui il protagonista, in tutto l’uomo tormentato dell’Ottocento, incarna la rivolta adolescenziale e la vittoria dell’immaginario sul reale: «Ma io mi mettevo un dito sulla bocca, come per dirle di serbare il silenzio su questo grave problema, di cui non volevo ancora farle capire gli elementi, per non colpire, con una sensazione eccessiva, la sua immaginazione infantile…».
Un finale sorprendentemente attuale
Impossibile non restare colpiti dall’attualità dell’ultima sala, dove campeggiano opere di grande formato sulla crisi in Medio Oriente e 1344 fotografie, raccolte tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi degli anni Novanta, di personaggi come Luciano Pavarotti, Joseph Stalin, Giorgio de Chirico, Enrico Ghezzi ma anche nudi, bandiere, immagini varie scattate alla tv, agli amici o ai suoi lavori e poi ritoccate con lo smalto o il pennarello, in un gigantesco collage che sembra anticipare di decenni quell’estetica della sovrabbondanza e del rimescolamento dati tipica delle intelligenze artificiali contemporanee. Una conclusione che facilmente farà sorgere il desiderio di ripercorrere l’intero ciclo espositivo – artistico ed esistenziale – di nuovo da capo.

Cinema e catalogo
Ai film di Schifano, Satellite, Umano non umano e Trapianto consunzione e morte di Franco Brocani, è dedicato un calendario di proiezioni in Sala Cinema. La mostra è accompagnata da un catalogo Electa (45 euro).
I testi affrontano le diverse fasi del lavoro dell’artista, mentre un capitolo specifico è dedicato agli immaginifici titoli delle sue opere.
Per saperne di più
Mario Schifano
Palazzo Esposizioni Roma
Via Nazionale 194, Roma
Fino al 12 luglio. Aperto da martedì a domenica, ore 10.00 – 20.00 (ultimo ingresso ore 19.00)
www.palazzoesposizioniroma.it



















