Si è conclusa domenica 17 luglio la seconda edizione di Cinelido – Festival del Cinema Italiano, evento presso il Porto turistico di Roma dedicato alla promozione del cinema breve e dei talenti emergenti. Tra le opere in concorso, “L’ultimo spegne la luce” di Tommaso Santambrogio, prodotto da Rosso Film in partnership con Chiotto Production e distribuito da Sayonara Film. Il corto è ottimamente interpretato da Valentina Bellè, premiata a Cinelido come migliore attrice, e Yuri Casagrande Conti.
Di ritorno da una cena tra amici, una giovane coppia rimane chiusa fuori casa; la chiave è bloccata nella toppa, il cane di lui (Sangria), abbaia rabbioso dall’interno, né il fabbro né il custode rispondono in tempo alle chiamate. È una sequenza unica, statica, tutta girata sul pianerottolo: scene di convivenza spezzata, con ansie e rancori che deflagrano a tarda notte. Questo il fulcro dell’opera di Santambrogio, che coglie uno spunto banale per tessere il vuoto che lega gli amanti.
Cosa rimane quando l’amore svanisce? Perché si inizia a sopportare l’altro, a galleggiare nel silenzio dei giorni, nella viltà dei non detti? E l’amore, davvero, è sempre ciò che ci tiene insieme? Chiara e Ale, i protagonisti del film, mostrano le lacerazioni di un precariato emotivo che viaggia in parallelo alla mancanza di prospettive, ai soldi che non bastano, al lavoro che non c’è.
Mentre salgono le scale veniamo a sapere che lui sta progettando una start-up, non ne ha parlato alla compagna perché è solo un’idea, qualcosa che resta lì, nei buchi morti dell’occupazione “ufficiale”, quella che dà da mangiare. Lei invece vagheggia un ritorno alla terra («a me piace l’idea di prendersi un pezzo di terra, in campagna, mollare tutto…»), si indigna per i giudizi del fidanzato («conoscendoti ti romperesti le palle dopo due minuti»), è affaticata, insofferente. Nel gesto di sfilarsi le scarpe è racchiuso il senso del suo dolore, come a svelare involontariamente la fine della mascherata, il rifiuto di inanellare giorni sempre uguali, scanditi dai doveri e dalla sopportazione.
Santambrogio sa bene che per mostrare l’assopimento bastano alcuni dettagli: la coda di cavallo scomposta di lei, il cane che abbaia senza sosta, le spinte nervose di Ale mentre infila la chiave. Tutto si regge sulle prove attoriali dei protagonisti, che come in una pièce sono in scena da soli, nel teatro minimo del fuori-casa, tanto anonimo da mirare all’universale, per fungere da proscenio al dramma dell’estraneità. Le intermittenze del cuore, meglio ancora l’anestesia emotiva, è allora evocata per sottrazione; al centro ci sono Chiara e Ale, le loro accuse reciproche, le parole taciute che escono sghembe, sbagliate. La camera ne scruta i volti, tesi e scavati dall’abitudine al rimorso, all’accettazione autoimposta. Ogni gesto è fissato da lontano, solo nei momenti di maggior crisi Santambrogio indugia, si avvicina, fa parlare i corpi di quanto rimane fuori: il lavoro, i genitori, i sogni messi da parte.
C’è una duplice domanda nel remake HBO del bergmaniano Scene da un matrimonio (Hagai Levi, 2021) che recita così: «Perché ci vuole così tanto a lasciarsi? Perché nessuno parla del fatto che è una specie di eterno trauma?». L’ultimo spegne la luce prova faticosamente a rispondere, e l’utopia dell’amore maturo, che non strappa i capelli ma prova a r-esistere si accascia qui, tra la strada di casa e un futuro perduto.