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Una vista su Milano assediata dallo smog

Inquinamento ed epidemia, facciamo chiarezza

Esiste una relazione tra la concentrazione di inquinanti atmosferici e diffusione della Covid-19?  Gli indizi non mancano ma solo un rigoroso studio scientifico potrà dare una risposta definitiva 

7 Maggio, 2020
4 minuti di lettura

Lombardia, Veneto ed Emilia-Romagna, le regioni più colpite dalla pandemia da Covid-19 hanno altro in comune e anche in questo caso non è nulla di positivo: stiamo parlando dei più alti tassi di inquinamento atmosferico a livello nazionale e, forse, comunitario. Volendo trovare una spiegazione sul perché l’epidemia sia stata così devastante in determinate regioni del nord Italia, la relazione con l’inquinamento atmosferico è stata, giustamente, tra le prime ad aver attirato l’attenzione.  Allo stato attuale, le ipotesi si sono mosse su due filoni distinti: da un lato si pensa che il particolato (Pm), uno dei principali inquinanti dell’aria, veicoli direttamente il virus, dall’altro che elevati livelli di inquinamento indebolendo l’apparato respiratorio rendano le persone più vulnerabili all’infezione. Esiste, quindi, una relazione?

 

 

Particolato e inquinamento veicolano il virus?

Una prima risposta viene dalla Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA) la quale, in relazione ad un recente documento di posizione – che non ha nulla a che vedere con una pubblicazione scientifica – ha dichiarato:

«È stata trovata una correlazione significativa tra la distribuzione geografica dei superamenti giornalieri di PM10 in 110 province italiane e la diffusione dell’infezione Covid-19».

In altre parole, dove si registrano le più alte concentrazioni di particolato atmosferico si ha un maggior numero di casi positivi al Sars-CoV-2.  «La diffusione e la mortalità del virushanno spiegato sono risultate nettamente inferiori a Roma e nell’Italia meridionale dove il numero di superamenti di Pm10 è molto minore rispetto a quanto avviene nelle città situate nella Pianura Padana. Queste prime osservazioni suggeriscono che il particolato potrebbe essere considerato un indicatore della gravità dell’infezione da Covid-19 in termini di diffusione e risultati sulla salute».

 

 

Una relazione quindi sembrerebbe esserci, ma attenzione, perché può significare tutto o nulla. Il fatto che al crescere dell’inquinamento si assista ad una crescita della virulenza, non significa necessariamente che uno dei due fenomeni sia causa dell’altro, o meglio, una relazione c’è ma quello che manca, almeno per ora, è un rapporto causa-effetto.

Dati da maneggiare con cautela

L’Istituto Superiore di Sanità (Iss) è stato tra i primi a chiedere cautela. «La complessità del fenomeno, insieme alla parziale conoscenza di alcuni fattori che possono giocare o aver giocato un ruolo nella trasmissione e diffusione del virus, rendono al momento molto incerta una valutazione di associazione diretta tra elevati livelli di inquinamento atmosferico e la diffusione dell’epidemia Covid-19», hanno precisato Maria Eleonora Soggiu e Gaetano Settimo del Dipartimento Ambiente e Salute dell’Iss.

 

Gaetano Settimo dell'Istituto superiore di sanità
Gaetano Settimo dell’Istituto superiore di sanità

 

I motivi per cui bisogna maneggiare con cautela i dati disponibili, infatti, sono molteplici. Innanzitutto – come hanno fatto notare gli esperti dell’Iss – a mettere in crisi l’ipotesi della relazione diretta vi è il fatto che in Pianura Padana, dove in genere si registrano i più alti livelli d’inquinamento in assoluto, i focolai del nuovo coronavirus risultano circoscritti.

Bassa temperatura e umidità

C’è poi da aggiungere che le aree più inquinate sono – ovviamente – anche quelle più densamente popolate e che quindi è possibile che la densità di popolazione, piuttosto che l’inquinamento, abbia giocato un ruolo chiave nella diffusione dell’epidemia. Un altro spunto di riflessione viene dalla Società Italiana Aerosol (Ias): «È possibile – hanno spiegato in un documento – che alcune condizioni meteorologiche, tipicamente presenti nel nord Italia in questo periodo, quali la bassa temperatura e l’elevata umidità atmosferica, possano aver creato un ambiente che favorisce la sopravvivenza del virus». E ancora:

«Queste condizioni che, in genere, coincidono con una situazione di stabilità atmosferica intensa, favoriscono la formazione di particolato secondario e l’incremento della concentrazione del Pm in prossimità del suolo». In sostanza, la relazione tra inquinamento e diffusione del virus potrebbe basarsi soltanto su di una mera coincidenza.

Tracce di Rna

Dal canto suo la Sima, con un comunicato stampa del 24 aprile, ha rilanciato: “Presenza di Coronavirus sul particolato atmosferico: possibile ‘indicatore’ precoce di future recidive dell’epidemia da COVID-19”. Lo studio, da quanto dicono gli autori, sarebbe la prova che il virus viene trasportato dal particolato precisando – tuttavia – che questo «non attesta ancora con certezza definitiva che vi sia una terza via di contagio». 

 

 

È bene sottolineare, inoltre, che sul particolato atmosferico sono state rinvenute solamente tracce dell’Rna del virus e non quest’ultimo in forma attiva. Quindi, piuttosto che una prova del ruolo dell’inquinamento nella diffusione dell’epidemia, potrebbe trattarsi solamente di una conferma dell’esistenza del virus nell’ambiente.

 

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Il progetto Pulvirus

La realtà dei fatti è che i dati disponibili al momento non sono sufficienti a trarre delle conclusioni. Ad esempio, il periodo di monitoraggio è ancora troppo limitato mentre le variabili che influenzano il tasso di contagio sono veramente tante.  E forse è proprio sulla spinta dei dibattiti legati al tema che diversi enti come l’ENEA, l’ISS e il Sistema Nazionale per la Protezione Ambientale (SNPA), hanno deciso di  dar vita a Pulvirus, un progetto che si è promesso di rispondere, in via definitiva e secondo un rigoroso approccio scientifico, alla domanda: “Esiste, quindi, una relazione causa-effetto tra inquinamento e diffusione dell’epidemia?”. 

 

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