Un esemplare di bradipo

Il bradipo va piano e va lontano (nel tempo)

Un team di paleontologi dell'Università La Sapienza di Roma ci porta alla scoperta del bradipo, l'animale che si oppone alla frenesia dei ritmi contemporanei. Attraverso l’analisi tomografica ha individuato negli esemplari di oggi le tracce di una storia evolutiva lunga 35 milioni di anni
12 Maggio, 2020
2 minuti di lettura

Che sia l’animale più lento della Terra è cosa risaputa. Il bradipo, in un mondo votato alla velocità, al “tutto e subito”, è un animale che rompe gli schemi, a 250 metri all’ora. Si può pensare, addirittura, che la sua lentezza nei movimenti possa essere il risultato di una pratica contemplativa, e il suo volto sempre sorridente sembra in qualche modo poter confermare il raggiungimento di una serenità indistruttibile. Purtroppo questa azzardata teoria è sbagliata.

Analisi di un cranio del Pleistocene

Ce lo dice un team di paleontologi dell’Università La Sapienza di Roma, che ha individuato negli esemplari di oggi le tracce di una storia evolutiva lunga 35 milioni di anni. Attraverso l’analisi tomografica del cranio di un bradipo gigante (Catonyx tarijensis) del Pleistocene, i ricercatori hanno messo in evidenza punti di contatto con gli attuali generi delle foreste tropicali del Centro e Sud America.

 

Lo studio, pubblicato sulla rivista Frontiers in Ecology and Evolution,  ha messo in evidenza nuovi aspetti della biologia e del comportamento alimentare di una specie di bradipo molto più grande, quadrupede e non arboricola, ma in definitiva non troppo diversa rispetto agli attuali esemplari.

Anatomia di forme estinte

Grazie all’uso della tomografia computerizzata, i ricercatori hanno analizzato l’anatomia interna ed esterna di un cranio completo di un esemplare dell’altopiano boliviano. In particolare, sono stati studiati in dettaglio l’osso ioide, i modelli 3D dell’encefalo, i nervi cranici e i seni paranasali.

L’esito dell’osservazione ha evidenziato che questo genere di bradipo, ormai estinto, possedeva caratteristiche più simili all’attuale bradipo che ad altre forme fossili.

Inoltre, i risultati delle analisi dei nervi e delle ossa intorno alla bocca fanno ipotizzare che questo bradipo gigante avesse una limitata abilità di protrudere la lingua, a favore di una più sviluppata capacità prensile delle labbra. L’animale potrebbe quindi essere una forma brucatrice, tipica di ambienti con vegetazione variegata.

Tracce di un passato XL

«L’applicazione dei metodi tomografici – spiega Raffaele Sardella, coordinatore del laboratorio PaleoFactory del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università La Sapienza – continua a svelare preziosi dettagli anatomici in grado di fornire ai paleontologi informazioni utili a ricostruire, con sempre maggiore precisione, la paleoecologia di questi affascinanti mammiferi che rappresentano la punta di un iceberg di una lunga e articolata storia evolutiva le cui radici affondano nell’Eocene».

 

Il prof. Raffaele Sardella
Raffaele Sardella è il coordinatore del laboratorio PaleoFactory del Dipartimento di Scienze della Terra dell’Università La Sapienza

 

Lo stesso Sud America, dal canto suo, non è estraneo, ancora oggi, a forme giganti di esseri viventi. Si conoscono, infatti, diverse piante che producono semi giganti, che il vento non riesce a trasportare, come ricordo evolutivo di una realtà naturale XL.

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