

I limiti del linguaggio sono i limiti del mondo. Così scriveva Ludwig Joseph Wittgenstein, logico e filosofo del linguaggio, nella sua opera Tractatus logico-philosophicus (1921). Mai come in questo periodo storico il discorso sull’uso delle parole per forgiare un nuovo mondo è attuale e in fermento, basti pensare al dibattito sul linguaggio inclusivo. Abbecedario del Postumanismo, a cura di Elisa Baioni, Lidia Marìa Cuadrado Payeras e Manuela Macelloni (Mimesis Edizioni, 2021) è una guida per imparare a leggere la realtà in cui viviamo e a scrivere un nuovo capitolo della storia dell’essere umano, non più “uomo” e misura di tutte le cose, ma essere ibrido, in divenire, animale tra gli animali, aperto alla contaminazione e non più schiavo dei dualismi.


Cos’è il postumanismo filosofico?
Come spiega la filosofa Francesca Ferrando nel suo scritto Postumanesimo, transumanesimo, antiumanesimo, metaumanesimo e nuovo materialismo: relazioni e differenze e nello stesso Abbecedario, il termine postumano è un ombrello sotto il quale ritroviamo numerosi movimenti:
«Tutte queste prospettive riflettono su cosa significhi esseri umani nell’era digitale, nell’era della sesta estinzione di massa e in quella dei cambiamenti climatici, ma lo fanno con pratiche e punti di vista teorici molto diversi»
Il Postumanismo filosofico è una corrente di pensiero sviluppatasi nel primo decennio del XXI secolo e si poggia sull’interconnessione tra post-umanesimo, post-antropocentrismo e post-dualismo. L’uomo – maschio, eterosessuale, cisgender, neurotipico, normodotato – che è stato fulcro e misura nel pensiero occidentale, viene decostruito per abbracciare la pluralità dell’esperienza umana e animale, superando ogni forma di specismo, demolendo la separazione con gli altri esseri viventi.
È un essere umano che non è più bloccato nelle dicotomie noi/loro, uomo/donna, amico/nemico, natura/cultura, naturale/artificiale: riconosce e si contamina con un’alterità che non termina nell’organico, ma comprende l’inorganico del digitale e del virtuale.
La questione del linguaggio
Dedicare un intero libro alle parole non è un’operazione facile o scontata nel quadro generale del Postumanismo. È una corrente che avversa un passato (e un presente) in cui l’uomo si è issato sul piedistallo del linguaggio, quella caratteristica che lo distingue dall’animalità, attributo interpretato come il seme della coscienza e della soggettività. In quest’ottica sembra quasi un controsenso dare centralità al linguaggio.
«A differenza di altri metodi di comunicazione, la parola è quel costrutto che appartiene esclusivamente al regno dell’animale umano e ha cementato la nozione di differenza su cui sono stati costruiti diversi sistemi di oppressione. Basti pensare a come, anche all’interno della specie umana, coloro che non sono in grado di accedere alla parola, sia essa scritta o parlata, sono stati ritenuti, e in alcuni casi lo sono tuttora, meno umani»
È anche vero che la parola è costruttrice di realtà, plasmatrice del pensiero, e se vogliamo illuminare con una nuova luce il mondo in cui viviamo, il linguaggio può essere il principio del cambiamento.


Parole in evoluzione, parole nuove
Il libro è strutturato come un vero e proprio dizionario del Postumanismo i cui lemmi, scritti da numerose autrici e autori, sono completati da una breve bibliografia per poter approfondire ciascun argomento. Vi si trovano termini conosciuti che si stanno evolvendo, come “ambientalismo”, “biodiversità”, “flora”, “specismo” e “uomo”, e definizioni da introdurre nel nostro nuovo vocabolario, ad esempio “etnografia multispecie”, “postanimalismo”, “predicati umani” e “zooantropologia”. Piccoli fari che ci guideranno sulle rive del riconoscersi esseri umani diversi, pronti a contaminarsi e a frenare il declino del Pianeta di cui sono stati fino a ora i responsabili.