
Le foreste sono romanzi sterminati, composti armonici di miliardi di storie singolari, come lo è ogni foglia, ogni ramoscello, secondo un ordine che il migliore dei romanzieri riesce solo a simulare in modo grossolano”
È emblematica questa citazione dell’ultima opera di Luca Doninelli, “L’imitazione di una foglia che cade” (Aboca Edizioni, 2020). Un romanzo breve, pubblicato nella collana “Il bosco degli scrittori” al cui interno alcune grandi autori italiani (come Gian Mario Villalta, Ferruccio Parazzoli, Enrico Brizzi, Alberto Garlini e Carmine Abate) sono chiamati a raccontare una storia lasciandosi ispirare da un albero. Nel caso dell’autore bresciano – vincitore di un Grinzane Cavour, di un Super Grinzane Cavour e più volte finalista al Campiello e allo Strega – l’albero che dà linfa alla storia è un acero, o meglio, una foglia d’acero.
È quella che il protagonista ritrova tra le pagine di un manoscritto, il suo primo romanzo mai pubblicato. Quando la riconosce si libera in lui una sensazione di gioia e, insieme, di panico, come se avesse scoperto un tesoro inestimabile ma impossibile da trasportare. La lettura di quelle pagine lo riporta a un’epoca lontana, quando con un gruppo di amici uniti dalla passione per Barthes, Foucault, Derrida frequentava la bancarella di libri di un anziano signore francese che tutti chiamavano Monsieur Pineau. Proprio da quel luogo prenderà forma un nuovo viaggio, esistenziale, filosofico, che porterà il protagonista a chiudere inaspettatamente un cerchio, illuminando di senso un’intera esistenza.
Quella che emerge dal testo è quindi un’ecologia relazionale, ancora prima che ambientale: Doninelli ci mostra come un semplice elemento vegetale – una foglia – sia in grado d’innescare catene di ricordi, di incontri e di vita.
Esattamente quel che è accaduto con Proust e le sue “madeleine” ne “La ricerca del tempo perduto”, ma con una differenza: il mondo vegetale parla a tutti noi, nessuno escluso. Basta saperlo vivere, ascoltare, leggere.
Il romanzo breve di Doninelli, corroborato da una scrittura elegante e precisa, procede per continui rimandi e inneschi, come se ogni passo attivasse un nuovo link: trovano spazio ricordi intimi e familiari ma allo stesso tempo il lettore si troverà incatenato nel leggere un dialogo tra un anziano libraio e Roland Bartes, il grande critico francese (autore di opere come Le parole e le cose, La camera chiara e Frammenti di un discorso amoroso) di cui ricorrono quest’anno i 40 anni dalla scomparsa. Quella di Doninelli è la ricerca di un ordine nella frammentarietà della vita: la consapevolezza di vedere tanti pezzi e il bisogno di rimetterli insieme. Uscendo quindi dalla difficoltà d’interpretare per assumere il punto di vista degli alberi che, immobili e placidi, sanno evidentemente osservare la vita da una prospettiva migliore di quella degli uomini.














