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Il mondo delle donne pastore secondo Anna Kauber

Due anni di lavorazione, un viaggio lungo oltre diciattemila kilometri: In questo mondo di Anna Kauber è un documentario straordinario e intenso, che racconta le storie di centinaia di donne pastore, di cui si sa poco o nulla. Una testimonianza corale, che va oltre l'indagine di genere per rivelare come il mondo sia già cambiato
28 Novembre, 2019
1 minuto di lettura

Nel nostro immaginario è sempre un uomo. La figura del pastore è da sempre “maschile”. Forse, complice di questa visione è anche, almeno per il cinema,  il celebre Padre padrone dei fratelli Taviani, dove, tra sofferenza e solitudine, un magistrale Omero Antonutti, recentemente scomparso, insegnava al figlio Gavino il duro mestiere del pastore.

E invece le cose stanno cambiando. Ce lo racconta Anna Kauber con il documentario In questo mondo, insignito del più importante riconoscimento alla 36esima edizione del Torino Film Festival. Sempre più donne stanno scegliendo il mestiere di pastore. Kauber, scrittrice e paesaggista, ne ha incontrate circa un centinaio, tra i 20 ed i 102 anni,  ha vissuto con loro per più giorni, per  carpire la complessità e la ricchezza delle loro storie.  Il risultato finale, così, è un viaggio di circa 17 mila kilometridue anni di dedizione totale, che ha attraversato tutte le regioni italiane.

 

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In questo mondo prende vita dai volti e i volti delle donne pastore. Michela, Rosina, Maria Pia, Donatella, Caterina e tutte le altre, in un susseguirsi di storie uniche e singolari, danno vita ad un racconto corale.

Si respirano e percepiscono, in ogni immagine, i profumi delle montagne e delle campagne e, in una dimensione più profonda, si fa spazio una sorta di saggezza diffusa che rivela uno sguardo diverso del nostro collocarci nella natura. Commentando il documentario, Franco Piavoli, uno dei padri del nostro eco-cinema, le descrive come le “custodi della vita”.

Guarda l’intervista a Franco Piavoli

L’approccio femminile valorizza la cura degli animali, la tutela dei paesaggi e della biodiversità in una pratica che non è solo “lavoro” ma l’esempio di un delicato criterio di sostenibilità nel quotidiano.

Kauber non si limita a raccontarci i risultati di un’indagine di genere nel mondo del lavoro ma ci rivela come questa femminilizzazione dia luogo ad un ritrovato esercizio di equilibrio. Un equilibrio che potremmo definire, appunto, naturale.

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