
La policrisi del nostro tempo ci impone di interrogarci su possibili soluzioni che non possono prescindere da nuovi strumenti epistemologici — e quindi concettuali — rintracciabili nella “teoria della complessità“. Come spiegano i filosofi del pensiero complesso Mauro Ceruti e Francesco Bellusci nel libro Per una civiltà della Terra (Aboca Edizioni, 2026), l’epoca dell’Antropocene, caratterizzata dalle crisi climatiche e dal declino delle democrazie liberali, così come le sfide della globalizzazione, della post-pandemia e il perpetuarsi di guerre che minacciano la specie umana, rivelano che concetti quali complessità, relazione e interazione rappresentano delle chiavi di lettura:
chiavi essenziali per riorganizzare la condizione della vita umana sul pianeta.
Assumere la responsabilità della cura
Non più padrone della natura, l’essere umano dovrebbe, secondo gli autori, riscoprirsi parte di un ecosistema e adottare una visione basata sulla cura. Ciò implica un’etica della responsabilità, che trascenda le singole comunità o nazioni, capace di abbracciare il destino della Terra. Pensare a una nuova partecipazione democratica globale, così come appellarsi agli imperativi morali della pace e della convivenza fraterna universale, non significa più sostenere gli ideali di un cosmopolitismo astratto, quanto piuttosto porre un argine alla «guerra di tutti contro tutti» e all’aggressività distruttiva, favorendo così la conservazione della specie.
Una nuova formazione umana
«Il senso di umanesimo per il XXI secolo è fare umanità insieme e insieme abitare la Terra, e quindi forgiare un’etica planetaria e cosmica basata su un nuovo rapporto con il sapere e con la natura. Perciò la sua premessa educativa sta nell’allargare la memoria dell’uomo, questa volta alla durata profonda della specie umana e della vita sulla Terra». Superando i dualismi e i manicheismi della geopolitica novecentesca – dalle tesi di Fukuyama sull’espansione del liberismo a quelle di Huntington sullo scontro di civiltà – Ceruti e Bellusci delineano un paradigma inedito: la paideia dell’uomo planetario.
Connessione richiede cooperazione
Oltre le dicotomie tra tirannia e populismo, o tra locale e globale, emerge una visione fondata sulla cooperazione e l’accoglienza. Perché viviamo in una società intrinsecamente connessa, in cui il mito dell’individualismo atomistico e l’illusione dell’autosufficienza crollano. L’amore, la fraternità, la solidarietà e l’intelligenza cosciente smettono allora di essere utopie per farsi forze vive della complessità. Sono questi gli strumenti per edificare una politica e una filosofia all’altezza del nostro tempo: le fondamenta di una necessaria “Civiltà della Terra”.
Abbandonare il pensiero meccanicista e di dominio
Una simile riflessione non può offrire però un programma di «palingenesi sociale e globale», ma indica una via per abitare la complessità, liberando l’umanità dalle visioni assolute, dallo sviluppo tecnico-economico senza limiti e dal «pensiero meccanicista, riduzionista e tecnocratico, consustanziale al progetto di “superare” e “dominare” la natura».
Perseguire il progresso nelle relazioni
Lontano dalle promesse del razionalismo europeo e dalle ideologie reazionarie novecentesche, il progetto dei due filosofi non ambisce a eliminare «la tensione irriducibile interna alla vita», ma a far prevalere le forze rigenerative su quelle distruttive. «Il progetto di una “Civiltà della Terra” non potrà eliminare né l’infelicità, né la crudeltà, né il male, né la morte, ma potrà esaltare le aspirazioni, da ogni latitudine del mondo, a un progresso delle relazioni conviviali, pacifiche e solidali:
«Tra umani, tra individui, tra gruppi, tra etnie e tra nazioni».



















