
Il dibattito sul futuro della politica internazionale non può fare a meno di una riflessione sulle sorti dell’Occidente, che, almeno dal XXI secolo, appare debole e in declino. Segnato da nuove guerre, instabilità politica ed economica.
E dal il timore nei confronti dell’emergere di nuove potenze: Cina, India, Iran, Russia.
Superare l’eurocentrismo
Con il saggio Storia e futuro dell’ordine mondiale, in libreria da oggi per Fazi Editore, lo studioso indiano di relazioni internazionali Amitav Acharya, Distinguished professor alla American University di Washington D.c., ci offre una bussola per decifrare questo scenario di crisi. Lo fa con un invito chiaro: occorre superare definitivamente la prospettiva eurocentrica e rifiutare l’idea che la fine dell’egemonia americana debba necessariamente coincidere con il caos globale.
Civiltà e assetto globale
L’autore avvia la sua analisi interrogandosi sui concetti di “civiltà” e di “ordine mondiale”, dimostrando come l’attuale assetto globale sia il risultato dell’incontro fra civiltà «antiche e moderne, autoritarie e moraliste, occidentali e non occidentali».
Si rivela quindi fondamentale superare la dicotomia tra Occidente e “Resto del mondo”, disinnescando la hybris civilizzatrice occidentale che, nella pretesa di detenere il monopolio dell’equilibrio mondiale, ha finito per alimentare una sciagurata corsa agli armamenti.
Nessuna “fine della storia”
L’ordine, infatti, non coincide con il dominio di un solo polo. Anche per questo la tesi di un’omologazione universale al modello democratico-liberale, sostenuta da Francis Fukuyama, non è valida: non vi è alcuna “fine della storia”. Allo stesso modo, il tempo ha smentito l’argomentazione di Hegel, secondo cui i paesi non occidentali avrebbero potuto raggiungere la civiltà soltanto con l’ausilio dell’Occidente.
Paradosso cinese
Basterebbe soffermarsi sulle pagine del libro dedicate alla cultura cinese per comprendere non solo l’influenza del confucianesimo e del buddhismo nell’Asia, ma anche un paradosso storico: nell’epoca in cui gli intellettuali europei cercavano di liberare le società dalle catene della società aristocratica feudale, dai dogmi della Chiesa e dalle dottrine del diritto divino del re, nel “Paese di Mezzo”, l’imperatore regnava tramite «una burocrazia scelta sulla base di esami aperti e concorrenziali per l’attribuzione della carica di funzionario, anziché contare sull’aristocrazia feudale ereditaria, come accadeva in Europa». E soprattutto su quanto le idee e le istituzioni cinesi contribuirono «ad alimentare il fervore rivoluzionario contro l’ancien régime».
I lati oscuri della narrazione occidentale
Come sottolinea l’autore: «La retorica occidentale sulla storia dell’ordine mondiale si è concentrata solo sui lati negativi dell’Impero persiano e altrettanto ha fatto con gli elementi negativi di altri ordini mondiali non occidentali».
Attraverso l’imponente lavoro di Acharya, il lettore ripercorre cinquemila anni di storia — dai Sumeri e l’Egitto fino all’India, la Grecia e la Mesoamerica, i califfati medievali, gli imperi euroasiatici e l’Africa — in un viaggio che sfata i miti sulla nascita della democrazia e svela i limiti del pensiero occidentale, storicamente incapace di estirpare con facilità le piaghe della schiavitù e del razzismo.
Locke, Kant e il nodo del razzismo
Se è vero, infatti, che filosofi del calibro di John Locke e Immanuel Kant esercitarono una profonda influenza negli Stati Uniti, è altrettanto vero che lo fecero portando con sé posizioni razziste, persino per gli standard dell’epoca: «La tolleranza di Kant e di Locke nei confronti della schiavitù resta problematica, per la semplice ragione che alcuni loro contemporanei vi si opposero con fermezza». Negli Stati Uniti, il razzismo appare addirittura connaturato al progetto americano nel pensiero di Thomas Jefferson: lì, la schiavitù vi perdurò molto più a lungo che in Europa, giocando un ruolo strutturale nella loro ascesa economica.
Alternative postcoloniali
L’incontro con il cosiddetto mondo non occidentale, spiega lo studioso, ha offerto all’umanità alternative di ordine mondiale talvolta persino superiori a quelle proposte dall’Occidente: «I paesi postcoloniali e i loro intellettuali hanno fatto da apripista per porre fine al colonialismo e alle discriminazioni razziali (…) nel promuovere modalità più umane, più pacifiche e cooperative di organizzazione delle relazioni internazionali e nel favorire la tolleranza delle differenze religiose e culturali».
Resistenze e nuovi modelli
Dopotutto, forme di resistenza al colonialismo, al razzismo e all’imperialismo europeo sono rintracciabili in molte parti del mondo, dall’Africa all’Asia, ma anche in America Latina, considerata come estensione della civiltà europea. I
l sogno di Simón Bolivar non era forse proprio quello di una Unione antimperialista degli Stati dell’America Latina? Così come sul fronte economico, il “miracolo dell’Asia orientale” non ha nulla a che vedere con le ricette della Banca Mondiale, del Fondo Monetario Internazionale e del libero mercato.
Verso un “multiplex globale”
Il futuro allora, sostiene Amitav Acharya, sarà segnato da un “multiplex globale” che, tuttavia, non va confuso con il multipolarismo, dove dominerebbero le grandi potenze. Si tratta invece di «nazioni grandi, medie e alcune piccole ma innovative, insieme a individui che agiscono attraverso governi, imprese e gruppi della società civile sostenuti dai social media e impegnati in nuove forme di interdipendenza e interazione, che contribuiranno a plasmare il nuovo ordine mondiale».
Per quanto appaia scontato, attingere al patrimonio storico di tutte le civiltà rappresenta la vera chiave per guardare al mondo che verrà con fiducia e senza paura, nonostante le crisi.



















