Tempo di ritorno, nel racconto di tre generazioni l’inizio della crisi climatica

Il romanzo di Ferdinando Cotugno ripercorre, attraverso la propria storia familiare, una città e un paese cresciuti inseguendo una ricchezza fugace, basata sul massacro delle risorse. Per scoprirci responsabili senza colpa
26 Maggio, 2026
4 minuti di lettura

Forse uno dei metodi più efficaci per raccontare la crisi climatica è quello di assumere il particolare come punto di osservazione privilegiato, di ripensare il personale come politico – per usare una formula cara ai tempi delle “rivoluzioni” – e accettare di entrare dalla porta laterale, dove l’immaginario riesce ad esprimersi e a trovare nuove forme: nuovi modi di raccontare ciò che non si riesce più a dire. Lo ha ben capito Ferdinando Cotugno, giornalista ambientale che nel suo ultimo romanzo, Tempo di ritorno (Guanda, 2025), dà vita a una storia di clima e di fantasmi, come recita il sottotitolo:

assegnando alla letteratura, e specificatamente al genere memoir, il compito di mostrare un fenomeno di portata globale.

Tre generazioni e un fenomeno globale

L’operazione è interessante e adotta le lenti di tre generazione per immergersi nello stato delle cose ambientali, a rimarcare come le scelte di ognuno siano i tasselli di un mosaico più complesso, ormai prossimo al danneggiamento irrimediabile. Cotugno sceglie di parlare di suo nonno, già operaio all’Italsider di Bagnoli, e di Luigi, suo padre, proprietario di una ditta di trasporti e figlio del boom economico, ora in procinto di trasferirsi in Brasile per raggiungere la nuova compagna.

Leggi del cosmo e alterazioni umane

Nel mezzo c’è lui, giornalista in cerca di storie e di voci, di modi nuovi per raccontare l’invisibile.

«In statistica, il tempo di ritorno è il tempo medio che corre tra il verificarsi di due eventi di uguale intensità. Il tempo di ritorno è quanto ci mettono a tornare i grandi traumi, o le crisi epilettiche, o gli amori, o gli scudetti, o gli attacchi di panico, o i messaggi che disperatamente aspettiamo, o i temporali, o le ondate di calore, o le alluvioni. Funziona così: immaginate il giorno climaticamente peggiore della vostra vita. Quanto tempo ci vorrà prima vi ricapiti un giorno altrettanto brutto? È questo il tempo di ritorno, regolato dalle leggi del cosmo e della fortuna. La generazione dei miei genitori e quella dei loro genitori ha iniziato ad alterare queste leggi, con la combustione delle fonti fossili di energia» (p.2).

Sguardi del tempo e fuori dal tempo

Misurare il cambiamento climatico diviene così un viaggio nel tempo di ritorno, qualcosa che è possibile affrontare soltanto tornando a Napoli, nel quartiere Bagnoli, e documentare gli ultimi giorni in cui il padre sarà ancora vicino alla madre, Giuseppina. Personaggio meraviglioso e contraltare di una narrazione in cui dominano gli uomini, con lo sguardo dei loro anni e il sentimento del qui ed ora, mentre lei medita come sempre ha meditato e racconta una storia in cui il benessere economico coincide, in fondo, con una crisi esistenziale che ne mina le premesse.

Nessuna accusa

È questa la forza del romanzo di Cotugno: allontanare i sensi di colpa, fare piazza pulita delle accuse pur sapendo che la fugace ricchezza degli anni Sessanta, Settanta, Ottanta si è basata sul massacro delle risorse, su un’incontinenza senza prospettiva, con il carbone e il gasolio a scandire le sorti di un microcosmo prima familiare e poi sociale («Ogni storia familiare è smisurata e contiene l’intera umanità»).

Napoli protagonista

L’opera si articola in quattro atti con un’overture di rara poesia, dove il piccolo Luigi è fotografato in mezzo al mare di Bagnoli, a raccogliere insieme agli amici i residui di carbon coke caduti in acqua. È quasi un rituale laico, sullo sfondo di una città che ha fatto della commistione tra sacro e profano la sua cifra essenziale, il cuore di uno spirito del luogo che si alimenta di suggestioni, di miti, di fantasmi. Non è un caso che dopo le parti poi dedicate al padre e alla madre, l’autore ci regali un epilogo in cui, ancora una volta, è la città di Napoli la grande protagonista, presenza che corre sottotraccia lungo l’intero romanzo e che diviene personificazione di un tempo di cecità e benessere, grande “balia” – per dirla con Fabrizia Ramondino – che tutti accoglie e tutti cura pur respingendo a un tratto i suoi “bambini” riassumendo così gli umori, i bisogni, le illusioni e disillusioni di un paese nel Paese.

Tra scienza e storia personale

Cotugno è bravo a maneggiare le emozioni senza eccedere, muovendosi in bilico tra ricordi e dati scientifici, flashback della sua vita professionale (la Cop di Dubai 2023, le inchieste, i reportage) e riflessioni davanti alle fotografie di famiglia che, come affermava Leonardo Sciascia, restituiscono «il senso di quella vita, di quella storia, di quell’opera compiutamente, in “entelechia”» (Fatti diversi di storia letteraria e civile, Palermo, Sellerio, 1989).

Umanità che contiene clima

Così la storia del clima si legge nella pelle, nelle pieghe del viso, nelle scelte di padri che i figli hanno imparato a comprendere. È molto più di una registrazione giornalistica, infinitamente più efficace perché intercetta l’immaginario e diviene più prossima, più comprensibile, più urgente. Per comprenderlo fino in fondo basti un solo prelievo, quello relativo al mare e al culto della spiaggia, luogo dell’anima italiana, residuo di un tempo ormai andato e destinato a sparire per sempre se non si inverte la rotta:

«Uno potrebbe dire che l’idea di spiaggia come luogo del conforto sia una tradizione millenaria, quasi genetica, di centinaia di generazioni, ma solo nell’Ottocento si è trasformata in abitudine, un altro effetto collaterale della rivoluzione industriale […]. Nel suo libro L’invenzione del mare, Alain Corbin scrive che con poche eccezioni il periodo classico non conosceva attrazione per le spiagge. Sono un bene di consumo contemporaneo, cura che abbiamo inventato quando la vita urbana ha iniziato a mostrarsi per quella che è: comoda, promettente, sicura, ma anche insalubre, tetra, angosciante. Per primi arrivarono gli aristocratici, gli intellettuali, i padroni, i ricchi, per affrontare i problemi della modernità privilegiata […]. Con il Novecento sono arrivati gli altri: la spiaggia moderna nasce come un ritrovo d’élite, poi diventa uno spazio democratico, la classe operaia non ce l’ha fatta ad andare in paradiso, ma almeno è andata al mare. […] Il riscaldamento globale ce le porterà via, le spiagge, in quel modo inesorabile che ha il clima di portarci via ciò che amiamo, ma fino al giorno prima avremo la premura di non parlarne» (pp. 62-63).

È una fotografia impietosa, reale. Un ritratto dolceamaro di quello che ci attende. Di come eravamo e di come siamo diventati.

Mielizia

Saperenetwork è...

Ginevra Amadio
Ginevra Amadio nasce nel 1992 a Roma, dove vive e lavora. Si è laureata in Filologia Moderna presso l’Università di Roma La Sapienza con una tesi sul rapporto tra letteratura, movimenti sociali e violenza politica degli anni Settanta. È giornalista pubblicista e collabora con riviste culturali occupandosi prevalentemente di cinema, letteratura e rapporto tra le arti. Ha pubblicato tra gli altri per Treccani.it – Lingua Italiana, Frammenti Rivista, Oblio – Osservatorio Bibliografico della Letteratura Otto-novecentesca (di cui è anche membro di redazione), la rivista del Premio Giovanni Comisso, Cultura&dintorni. Lavora come Ufficio stampa e media. Nel luglio 2021 ha fatto parte della giuria di Cinelido – Festival del cinema italiano dedicato al cortometraggio. Un suo racconto è stato pubblicato in “Costola sarà lei!”, antologia edita da Il Poligrafo (2021).
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