
Il genocidio a Gaza è una pagina nera della nostra storia contemporanea. E non può essere ricondotto soltanto ai bombardamenti sulla popolazione inerme e alla distruzione delle case come risposta agli eventi del 7 ottobre 2023. A Gaza, in Palestina, il disegno di distruzione e annientamento di un popolo era già nell’aria. «Ucciderli tutti» è stato, infatti, l’obiettivo di un programma politico che ha raccolto e alimentato l’odio nei confronti dei palestinesi.
Un processo di disumanizzazione cresciuto nel corso di anni di occupazione illegale dei territori.
Un progetto per “portare aiuto”
«Tutti noi, persone della diaspora e persone di coscienza, ci siamo date da fare per trovare un modo per portare aiuti a Gaza. Era praticamente impossibile», spiega nel libro Ogni istante una vita. Racconti da Gaza al tempo del genocidio (Fazi Editore, 2026) la scrittrice palestinese-americana Susan Abulhawa.
Per denunciare l’orrore vissuto nella «cara Palestina», l’autrice e fondatrice dell’associazione Playgrounds for Palestine e ideatrice di corsi di scrittura nei territori occupati per la Culture & Free Thought Association (Cfta), ha pubblicato una straordinaria antologia di racconti scritti a Gaza durante il conflitto. I testi sono nati nell’ambito dei laboratori di scrittura organizzati nei campi tenda, dopo che l’autrice è riuscita ad attraversare due volte il valico di Rafah.
Il racconto di un’alienazione
Pagine intense di vita e di dolore, in cui le parole diventano cura e denuncia di un’umanità che resiste nella fede e nella dignità, ma anche testimonianza della barbarie e di uno sguardo collettivo rivolto alla liberazione (tahrir). Attraverso diciotto racconti brevi, il libro mostra il volto del male assoluto, il volto della guerra che annichilisce il futuro dei bambini e di chi ha perso tutto. «La guerra è ingiusta. Divora le nostre anime, ci ruba i sogni, ci scuoia vivi, ci espelle da noi stessi. Vaghiamo allora nei nostri corpi, diventiamo estranei persino a quelle versioni di noi che un tempo conoscevamo», scrive, ad esempio, Ghassan Salam.
Ritrovare voce
Di fronte alle testimonianze raccolte nel volume – dalle parole di Diana Sleih, Saja al-Laham, Rizq Ahmad e dei giovani della Cfta – non si può rimanere indifferenti alla sofferenza di una popolazione segnata dallo sterminio sistematico. Allo stesso modo, i mezzi di informazione non dovrebbero nascondere la forza straordinaria di chi cerca di non lasciarsi trascinare nel vortice della violenza e della vendetta, ma trova la propria voce nell’arte, nella scrittura e nelle manifestazioni pacifiche.
La vita e l’evitabilità del male
Per usare le parole della scrittrice Viola Ardone nella postfazione: «Ogni istante è una vita che si spezza o che rimane misteriosamente attaccata alla carne, nonostante tutto; ogni gesto è una storia, perché può essere l’ultimo o perché contiene lo scarto tra sopravvivere o no, tra restare in vita o cedere alla morte». L’arte, allora, può opporsi all’idea che il male sia qualcosa di inevitabile.
Restare umani attraverso l’arte
Per questo motivo, lo storico dell’arte Tomaso Montanari richiama, nell’introduzione all’antologia, il discorso pronunciato da Nabil Bey Salameh, cantautore palestinese naturalizzato italiano fondatore del gruppo Radiodervish, in occasione del Premio Tenco, quando ricevette il Premio Yorum nel novembre 2025.
In quell’intervento, ricordando il professore universitario Refaat Alareer, ucciso durante i raid israeliani, Salameh affermò: «In un tempo in cui le parole “identità” e “confine” sono diventate trincee, fare arte significa tentare ogni giorno di restare umani. L’artista, per me, non è colui che intrattiene, ma colui che ascolta e restituisce ciò che ascolta. […] L’arte che non si schiera, che non prende posizione, diventa decorazione.
«L’arte, se è viva, deve scomporre le certezze, far tremare il linguaggio, aprire varchi di senso».



















