
Ha il sapore del freddo, dell’umidità e del disincanto Giù nella valle, l’ultimo lavoro di Paolo Cognetti, un’opera che tanto deve al romanzo americano e a quella tradizione – musicale, artistica, cinematografica – che delle terre estreme, ora sconfinate ora minute, ha fatto un inno, quasi un’orografia di sentimenti che vivono lì, in quello spazio che tutto ingloba e tutto esclude. Facile cadere nell’equivoco di considerare la ‘discesa’ del titolo come un semplice compromesso di stato, una zona di mezzo tra la città e la montagna, come se l’autore avesse deciso di equilibrarsi, di scendere dove è possibile allargare lo sguardo, o dove si immagina di poterlo fare, almeno nel lasso di un’estate, quando la valle accoglie i cittadini, il loro passo un po’ naïf, l’immagine che portano con sé, di alterità e ‘rumore’.
L’immaginario della frontiera
Se compromesso c’è, tuttavia, esso risiede nella capacità – o forse nell’esigenza – di riannodare i fili, di articolare in rivoli di motivi quel grumo esistenziale che è poi l’anima di Cognetti, segnata dalla passione per la montagna e dall’immaginario della frontiera, tra Mario Rigoni Stern e William Faulkner, come se per raccontare un pezzo di ‘noi’ fosse importante guardare altrove, in una sorta di presbiopia funzionale.

Nella sua nota conclusiva, del resto, l’autore dichiara il debito verso Flannery O’ Connor, John Steinbeck, Raymond Carver. E poi Bruce Springsteen, l’album Nebraska consumato fino a rovinare il nastro, quasi che Cognetti lo sentisse dentro, sempre più forte per farlo suo, per non perdersi una parola, una melodia da custodire. Così, Giù nella valle risente della medesima atmosfera crepuscolare, un continuo oscillare tra luce e buio che rende la Valsesia un teatro in penombra, dove il bene e il male si confondono, o dove forse l’umanità è semplicemente in grado di svelarsi nei suoi chiaroscuri, di cedere alla propria ferinità.
Una Valsesia glaciale e crepuscolare
Gli spazi immensi puntellati da stazioni di servizio ed edifici che, senza sforzo, richiamano la cifra di Edward Hopper, appaiono avvolti da una nebbia glaciale, filtrata da luci al neon e dai lumi accesi nelle case dei pochi residenti, come Luigi ed Elisabetta i cui orari non combaciano, lei nella ristorazione e lui nel Corpo Forestale, lei milanese mai rientrata e lui nativo della valle, con un padre suicida e un fratello galeotto, Alfredo, trasferitosi in Canada per ricominciare a vivere. Aspettano il primo figlio, Luigi e Betta, e una casa di famiglia a Fontana Fredda, dove nessuno si spinge a vivere e che sarà affiancata da una pista da sci in costruzione, proprio accanto al larice e all’abete che il padre ha piantato quando i fratelli sono nati, a farsi ombra l’un l’altro, anzi: l’uno nell’ombra dell’altro.
L’animo umano in subbuglio
Il ritorno di Fredo, come lo chiamano nella valle, innesca una spirale di eventi imprevedibili, insondabili, ma il vero protagonista del libro, prima ancora dei rapporti tra fratelli, è l’animo umano in subbuglio, quelle crepe che scorrono sotto la superficie apparentemente liscia del quotidiano, il perturbante che all’improvviso esplode e assume la forma di cani sgozzati, di un’ascia piantata nella testa di un avventore, di alcol che scorre a fiumi e induce a dormire sul fiume, a sparire di notte, a perpetuare un vizio di famiglia che è, forse, un inguaribile male di vivere.
C’è tutto questo in Giù nella valle, un romanzo di gesti e azioni, di paesaggi e animali. Tutto scorre, come se il pensiero fosse un inutile ronzio mentale.
Non c’è spazio per le elucubrazioni, al massimo per i sentimenti che si affacciano all’improvviso, che crescono su loro stessi fino alla deflagrazione e allora investono ogni cosa: i cani e i lupi, le mogli e i fratelli. Nel mezzo, una natura sconfinata, né aspra né romantica. Forse dura, come del resto è la vita, certo antica, invincibile, svincolata – ancora una volta – dall’azione del piccolo uomo.















