
È un lungo viaggio storico, climatico e in fondo sentimentale l’ultimo libro di Luca Mercalli, Breve storia del clima in Italia (Einaudi, 2025). Un lavoro a cavallo tra divulgazione e accademia che tenta di fare il punto sul nostro passato “meteorologico”, tracciando un filo che attraversa la penisola a partire dalla preistoria fino agli ultimi, clamorosi eventi.
Il mesoclima italico
La forza dell’analisi sta nell’aver individuato un territorio – quello, appunto, dello sviluppo climatico italiano – ancora poco battuto, quasi un «desideratum», come lo definisce Christian Rohr nella prefazione, tanto più sorprendente «perché, a differenza di molti altri Stati nazionali moderni, l’Italia rappresenta anche una zona climatica significativa a livello regionale (mesoclima)».
Sfatare i luoghi comuni
Il contributo del professore di Storia del clima e dell’ambiente all’Università di Berna risulta prezioso per inquadrare il valore e il metodo del lavoro di Mercalli, il quale coniuga scienza, storia e cultura per restituire un quadro sfaccettato del nostro Paese, in grado da un lato di colmare un vuoto in termini di trattazione della materia, dall’altro di sfatare – con la raffinatezza del divulgatore – certi luoghi comuni strumentalmente utilizzabili dai negazionisti climatici.
Annibale contro il gelo alpino
Basti un solo esempio: quello della tribolazione di Annibale al passaggio delle Alpi nella seconda guerra punica (218 a.C.). Ricordando l’audizione al Senato del premio Nobel per la fisica Carlo Rubbia nel novembre 2014 («Ai tempi dei Romani, ad esempio, Annibale ha attraversato le Alpi con gli elefanti per venire in Italia. Oggi non ci potrebbe venire perché la temperatura della terra è inferiore a quella che era ai tempi dei Romani […]»), Mercalli rivela come basti “andare alla fonte” per ritrovare la neve abbondante e gli affanni inflitti da essa all’esercito cartaginese.
Ne parlano Polibio e Tito Livio nelle rispettive Storie, a dimostrazione di come l’intera impresa di Annibale sia stata una continua lotta contro il gelo alpino e poi appenninico.
Fasi climatiche dalle fonti
Il presidente della Società meteorologica italiana racconta con precisione e grazia gli eventi più significativi del nostro passato, muovendosi agilmente tra storia e leggenda: dalla fondazione di Roma segnata dall’alluvione che porta a galla la cesta con Romolo e Remo all’alluvione «della Venezia» datata 589 e detta «Rotta della Cucca» secondo Paolo Diacono nella sua Historia Longobardorum. E ancora il caldo e poi i diluvi altomedioevali, la piccola età glaciale durata sei secoli, il Pessimum climatico del 1812-16 in Versilia.
Il grido d’allarme del secolo scorso
Ampio spazio è dedicato al Novecento, anche se il penultimo, corposo capitolo è significativamente intitolato “I due climi del XX secolo”. Qui il discorso si fa denso e articolato, tocca eventi entrati nell’immaginario collettivo come l’alluvione del Polesine del 1951, quello di Firenze del 1966 e, naturalmente, il disastro del Vajont del 1963. Utili esempi per comprendere quanto la mutazione del clima abbia radici lontane, che si proiettano tuttavia in un orizzonte in terribile accelerazione. I riferimenti storico-scientifici consentono infatti di focalizzare una situazione da “grido d’allarme” perché, scrive Mercalli, «anno dopo anno le tempeste del futuro diventeranno pervasive e non lasceranno luoghi sicuri. La Terra diventerà un luogo meteorologicamente e socialmente instabile, pericoloso per la specie umana. Ma c’è ancora uno spazio di manovra per evitare il peggio».
Ascoltare la Storia
È in tale spazio che si inseriscono le riflessioni scaturite dal volume: «Chiediti: quante volte nella tua vita potresti sopportare un’alluvione che riempie di fango la tua casa, una grandinata che ti sbriciola il tetto, una siccità che brucia il tuo cibo, una piena che stravolge la tua automobile, una tempesta che stronca i tuoi alberi?»
La storia insegna, ma occorre avere sguardo per fissarla, udito per ascoltarla. Mercalli, con questo lavoro, ci guida lungo un percorso dei sensi.


















