Foto: Vigili del fuoco

Il Molise e le sue cicatrici. L’emblema di un’Italia spezzata dal dissesto

Piogge estreme, infrastrutture vulnerabili e prevenzione prossima allo zero riaprono ferite mai rimarginate nel territorio molisano. Greenpeace: «Grave il definanziamento delle misure prevista dal Pnrr per gestire le alluvioni»
3 Aprile, 2026
2 minuti di lettura

Il maltempo — o, per meglio dire, la crisi climatica — ha spezzato l’Italia, recidendo l’asse tra Nord e Sud. Per 72 ore le piogge del ciclone Erminio non hanno concesso tregua: fiumi esondati, territori isolati e ponti abbattuti sono le cicatrici di un paese in ginocchio.

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Nel Basso Molise l’incubo si fa reale e si teme il ritorno di uno scenario tristemente noto: la devastante alluvione del gennaio 2003, che causò oltre un miliardo di euro di danni.

Una ferita ancora aperta in una regione fragile.

Diga sotto pressione

In quella circostanza, l’invaso del Liscione raggiunse livelli critici. Per salvaguardare la tenuta della diga, si decise di aumentare i volumi di scarico, ma quella massa d’acqua, sommandosi alla piena naturale, generò un’onda d’urto che travolse campagne e centri abitati. Riaffiorano oggi i ricordi degli operai Fiat asserragliati sui tetti, mentre le ferrovie e le grandi arterie stradali si trasformavano in barriere insormontabili, intrappolando il flusso e spingendo il livello dell’acqua oltre i cinque metri. Immagine di un Sud isolato e lontano. Così, nelle ultime ore, la diga è tornata sotto stretta osservazione: le paratie sono state nuovamente aperte, con un impatto immediato e rilevante sul fiume Biferno in piena.

Il Molise e le sue ferite: la diga del Liscione durante l'apertura delle paratie
Foto: Facebook

Indagini sul ponte crollato

La Protezione Civile ha lanciato intanto l’allerta rossa per Molise, Abruzzo e Puglia, mentre la Procura di Larino ha già aperto un fascicolo in seguito al crollo di una campata del viadotto sul fiume Trigno: per i magistrati potrebbe trattarsi di crollo colposo.

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Ma al di là delle responsabilità penali che verranno accertate, l’attenzione si sposta sulla prevenzione. Il Rapporto “Quanto costa all’Italia la crisi climatica?” di Greenpeace, pubblicato ieri, parla chiaro: dal 2015 al 2024 — ovvero dalla firma dell’Accordo di Parigi sul clima — le Regioni italiane hanno stimato oltre 19 miliardi di euro di danni causati da frane e alluvioni. Ai primi posti per ammontare dei danni troviamo Emilia-Romagna, Campania e Veneto.

Risorse esigue

E le responsabilità politiche? Negli stessi anni, i governi che si sono succeduti hanno trasferito alle Regioni, per risanare il territorio, solo 3,1 miliardi di euro, pari solamente al 17% dei danni causati da alluvioni e frane. Anche sommando il contributo arrivato al nostro paese dal Fondo di Solidarietà Europeo, le misure economiche di compensazione raggiungono appena i 4 miliardi.

Prevenzione al rallentatore

E anche se dal 2015 al 2024 sono stati investiti in progetti di prevenzione del dissesto idrogeologico 10,5 miliardi di euro, rimangono piuttosto lunghi i tempi di realizzazione di questi interventi, soprattutto nelle regioni del Sud. «Rispetto al valore medio nazionale di realizzazione di un intervento, pari a 4,6 anni – fa sapere l’Ispra – diverse sono le Regioni e le Province Autonome per le quali si rileva un tempo superiore, tra cui Veneto, Lazio, Provincia Autonoma di Bolzano, Friuli-Venezia Giulia e Puglia, per le quali si registra una durata media superiore a 5 anni. Dall’analisi complessiva dei dati, inoltre, emergono i casi della Sardegna e della Campania, caratterizzate da tempi medi di realizzazione che sfiorano i sei anni».

Resilienza al palo

La Commissione europea invita fin dal 2013 tutti gli Stati membri ad adottare strategie e piani nazionali basati su analisi dei rischi climatici e su misure di resilienza. Ma siamo ancora indietro rispetto a Francia, Germania e Spagna. «Il trend dei fondi spesi per la prevenzione in calo negli ultimi anni, il confronto tra danni e stanziamenti per il risanamento e il recente definanziamento delle misure legate alla gestione delle alluvioni nel Pnrr lanciano un serio segnale di allarme, che non possiamo ignorare», commenta Federico Spadini, campaigner di Greenpeace Italia. «Nel nostro Paese, sempre più esposto agli eventi meteo estremi, interventi volti al ripristino degli ecosistemi e alla riduzione del consumo di suolo sono necessari e urgenti», ribadisce.

Il Molise nella morsa di Erminio: primo piano di Federico Spadini
Federico Spadini. Foto: Greenpeace

«Anche perché permettono di risparmiare risorse pubbliche e proteggere vite umane».

Mielizia

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Michele D'Amico
Michele D'Amico
Sono nato nel 1982 in Molise. Cresciuto con un forte interesse per l’ambiente.Seguo con attenzione i movimenti sociali e la comunicazione politica. Credo che l’indifferenza faccia male almeno quanto la CO2. Giornalista. Ho collaborato con La Nuova Ecologia e blog ambientalisti. Attualmente sono anche un insegnante precario di Filosofia e Scienze umane. Leggo libri di ogni genere e soprattutto tante statistiche. Quando ero piccolo mi innamoravo davvero di tutto e continuo a farlo.
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