La crisi in Medio Oriente, dopo un susseguirsi di colpi di scena che ha tenuto il mondo con il fiato sospeso, ha subito nelle ultime ore una brusca virata. Dalla minaccia di un annientamento totale si è passati a una fragile finestra diplomatica: il presidente statunitense, Donald Trump, ha accettato una tregua di 14 giorni, mediata dal Pakistan.
Congelando — almeno per il momento — l’escalation militare in Iran.
Punto di rottura
La tensione aveva raggiunto il punto di non ritorno martedì, quando Donald Trump aveva affidato a Truth un messaggio dai toni apocalittici: «Un’intera civiltà morirà stanotte, per non essere mai più riportata in vita. Non voglio che accada, ma probabilmente succederà». Il monito fungeva da preambolo a un attacco senza precedenti, orchestrato per imporre la riapertura forzata dello Stretto di Hormuz entro le ore 02:00 (ora italiana) di mercoledì. E quelle parole sembravano aver sigillato definitivamente la porta della diplomazia, lasciando presagire un conflitto su scala globale.
With the greatest humility, I am pleased to announce that the Islamic Republic of Iran and the United States of America, along with their allies, have agreed to an immediate ceasefire everywhere including Lebanon and elsewhere, EFFECTIVE IMMEDIATELY.
I warmly welcome the…— Shehbaz Sharif (@CMShehbaz) April 7, 2026
Una tregua negoziata
Ora la tv di Stato iraniana parla di una «umiliante ritirata di Trump dalla retorica anti-iraniana. Trump ha accettato le condizioni dell’Iran per la guerra». Secondo il sito di informazione americano Axios, la tregua entrerà in vigore quando Teheran aprirà lo stretto di Hormuz. E tra i 10 punti dell’accordo la garanzia che Teheran non verrà più attaccato. Si attende ora il primo round di colloqui tra Washington e Teheran previsto venerdì a Islamabad. Il ministro degli Esteri iraniano Araqchi ha confermato che il transito sicuro nello stretto di Hormuz sarà possibile per due settimane in coordinamento con le forze armate iraniane. «Se gli attacchi contro l’Iran cesseranno, le nostre potenti forze armate interromperanno le loro operazioni difensive», ha precisato Araqchi.
Cultura e resistenza
D’altro canto, già il Ministero degli Esteri, Esmail Baqaei, aveva preannunciato una resistenza non solo militare: «La forza della cultura, della logica e della fede nella giusta causa di una nazione “civilizzata” prevarrà senza dubbio sulla logica della forza bruta». Aveva detto il portavoce: «Una nazione che ripone piena fiducia nella rettitudine del proprio cammino deve impiegare tutte le sue capacità e risorse per salvaguardare i propri diritti e i propri legittimi interessi».
Divisioni globali
Ma nonostante lo spiraglio diplomatico, sul fronte delle istituzioni internazionali si registrano molte criticità. Al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, il veto di Russia e Cina ha bloccato una risoluzione presentata dal Bahrein che mirava ad autorizzare l’uso della forza per garantire la navigazione nello Stretto. Una mossa che ha sfidato apertamente la posizione di una vasta coalizione occidentale: Danimarca, Francia, Grecia, Lettonia, Liberia, Panama, Regno Unito, Repubblica Democratica del Congo, Somalia e Stati Uniti d’America. Pakistan e Colombia si sono astenuti.
Ed è ancora evidente la debolezza della diplomazia, perché le bombe israeliane e americane sono cadute sull’isola di Kharg e sulla città santa di Qom, con un obiettivo chiaro: colpire Mojtaba Khamenei. Le Guardie della Rivoluzione Islamica dal canto loro non si sono fatte intimidire. E avevano avvisato gli americani e i loro alleati: «Se superate le linee rosse, vi colpiremo privandovi per anni del petrolio e del gas della regione».
Rischio atomico
E mentre tra i governi europei avanza l’ipotesi di un possibile lockdown energetico, si spera nella definitiva fine dell’escalation militare. Da una parte, infatti, gli Usa hanno annunciato di non voler utilizzare testate nucleari, dall’altra un attacco alla centrale nucleare di Bushehr potrebbe avere conseguenze imprevedibili. Tariq Rauf, ex responsabile della verifica nucleare e del coordinamento delle politiche di sicurezza presso l’Aiea (Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica), ha dichiarato ad Al Jazeera che «le centrali nucleari come Bushehr sono progettate per resistere agli impatti, ma questo è il progetto: non sappiamo cosa accadrà nella realtà». Non sono bastate le tragedie di Hiroshima, Nagasaki, Chernobyl.
Vite sotto attacco
In questo scenario in continua evoluzione, che coinvolge sempre più Paesi non solo in Medio Oriente e dove la guerra è diventata strumento di controllo, ci si interroga sulla vita di milioni di persone, rimaste senza case e senza infrastrutture, costrette a subire attacchi illegali, private dei diritti umani fondamentali: vita, acqua, cibo e cure mediche.
«Negli ultimi giorni le forze statunitensi e israeliane hanno attaccato infrastrutture civili come centrali elettriche, ponti, università, fabbriche per la produzione di acciaio e impianti petroliferi», ha dichiarato la segretaria generale di Amnesty International, Agnès Callamard. «Hanno ucciso e ferito civili, condannato la popolazione iraniana ad anni, se non decenni, di acute difficoltà economiche, inflitto gravi danni alla salute e all’ambiente e causato danni di lungo periodo alle vite e ai mezzi di sussistenza».

Attaccare intenzionalmente infrastrutture civili costituisce un grave crimine di guerra. Occorre una pace duratura.



















