Blackout, chiusure delle industrie, carenza di carburante. Cuba è sotto assedio. Gli Stati Uniti dicono che ormai è uno stato fallito. L’isola della Revolución è tornata a essere il bersaglio simbolico e strategico del movimento Maga, nel nome dell’America First e della nuova dottrina Monroe. Per la nuova destra statunitense, Cuba rappresenta il “nemico storico” che deve finalmente cedere alle pressioni imperialiste, riposizionandosi al centro delle priorità di politica estera di Washington basata sulla forza, contro il diritto internazionale e le logiche del multilateralismo.
L’ombra della Baia dei Porci
Dopo 65 anni dalla dichiarazione di Fidel Castro sul carattere socialista della Rivoluzione a Cuba, alla vigilia dell’invasione statunitense della Baia dei Porci, una possibile operazione militare guidata dal Pentagono per far capitolare la leadership cubana, sul modello Venezuela, potrebbe farsi sempre più concreta. Le tensioni cominciate a gennaio tra Cuba e Usa, dopo i bombardamenti su Caracas, si sono infatti intensificate.
L’amministrazione Trump ha di fatto imposto un blocco petrolifero che ha aggravato le condizioni di vita della popolazione cubana, tra cui 2.010 prigionieri politici. Una tremenda crisi umanitaria: un violento squilibrio tra l’impennata dei costi dei beni essenziali e il potere d’acquisto dei salari, ormai insufficienti a garantire la sussistenza.
Senza acqua né medicine
A questa precarietà economica si somma una cronica carenza di presidi medici, che compromette la tenuta del sistema sanitario. La situazione è ulteriormente aggravata dall’assenza di energia elettrica che paralizza la rete idrica, privando numerose abitazioni dell’acqua corrente e determinando un grave deterioramento degli standard igienici, alimentari e sociali. Uno scenario di guerra voluto dal tycoon, in linea con le dichiarazioni di metà marzo: «Prendere Cuba. Voglio dire, che la liberi o la prenda, penso di poterci fare tutto quello che voglio. È una nazione molto indebolita in questo momento».

Diaz-Canel chiama il mondo
Ma in queste ultime ore il presidente cubano, Miguel Diaz-Canel, ha voluto sottolineare la profonda necessità di resistere all’aggressione multidimensionale. «Lotteremo, difenderemo noi stessi. E morire per la Patria è vivere, se dovessimo cadere in battaglia», ha dichiarato il presidente. «La causa principale dei nostri problemi è il blocco genocida imposto dal governo degli Stati Uniti contro il nostro popolo», ha spiegato. Poi ha lanciato l’appello alla comunità internazionale: «Chiediamo un movimento di solidarietà nazionale e internazionale per portare la verità su Cuba in ogni angolo del pianeta».
Russia, Cina e Ue in soccorso
Cuba non si arrende. E a sostegno del governo cubano sono intervenuti infatti i partner storici. La Federazione Russa ha risposto alla crisi energetica inviando la petroliera Anatoly Kolodkin, con 730mila barili di greggio, giunta sull’isola a fine marzo. La Cina ha consegnato 60.000 tonnellate di riso, il 20 marzo, e aiuti immediati di 80 milioni di dollari. Anche Bruxelles ha intensificato il proprio impegno. Nel corso del 2025, la Commissione Europea ha stanziato complessivamente quasi 6 milioni di euro per la gestione delle catastrofi e la risposta alle emergenze.
«L’Ue è al fianco del popolo cubano in questo momento di bisogno. Dopo l’uragano Melissa, eravamo presenti. E oggi, con un ulteriore stanziamento di 2 milioni di euro in aiuti umanitari, contribuiamo a fornire cibo e acqua potabile a chi ne ha più bisogno – ha dichiarato la Commissaria per l’uguaglianza, la preparazione e la gestione delle crisi, Hadja Lahbib – In un Paese che affronta una crisi energetica e una crescente carenza di risorse, questo sostegno contribuirà a garantire che gli aiuti salvavita raggiungano fino a due milioni di persone in difficoltà».
I numeri della disperazione
Le conseguenze dello strangolamento energetico si leggono soprattutto nei numeri della disperazione: i 94,1 milioni di dollari richiesti dall’Onu per mantenere i servizi essenziali destinati alle persone più fragili sono il prezzo del collasso di un intero sistema. Già duramente provato da decenni di privazioni, il popolo cubano non può più restare isolato, condannato all’oblio anche mediatico.

La flotilla che rompe il blocco
Per questo motivo la Nuestra América Flotilla partita dal Messico con 30 tonnellate di aiuti umanitari, tra cui medicinali e pannelli solari, ha voluto rompere il blocco energetico. Dall’altra parte del mondo le piazze si riempiono intanto per testimoniare che Cuba non è una minaccia. Azioni contro l’indifferenza, dunque, mentre continuano le minacce di Trump. Quel «penso che avrò l’onore di conquistare Cuba» pronunciato da The Donald ai giornalisti lo scorso marzo assume così un valore differente, specialmente dopo la sua evidente difficoltà nel venir fuori dal pantano della guerra in Iran. Ora, tra i paesi dell’America Latina si avverte un déjà-vu: quello dello spettro yankee che pretende di decidere i destini dei vicini in un fatale effetto domino; prima colpendo l’ultimo bastione del comunismo caraibico, poi i giganti più vicini, Messico e Colombia.
Trattative nell’Avana
L’allarme è arrivato venerdì scorso, nel cuore dell’Avana, quando rappresentanti del Dipartimento di Stato americano hanno incontrato esponenti del partito cubano, fra cui il nipote di Raúl Castro, per una visita certo non di cortesia. «L’economia cubana è in caduta libera e le élite al potere hanno poco tempo per attuare riforme chiave con il sostegno degli Stati Uniti, prima che la situazione peggiori irreversibilmente», ha dichiarato un funzionario americano ad Axios. «Esprimiamo preoccupazioni riguardo a gruppi di intelligence, militari e terroristici stranieri che operano con il permesso del governo cubano a meno di cento miglia dal territorio americano», ha aggiunto. L’amministrazione Trump pretende, inoltre, che Cuba paghi per i beni e le aziende sequestrate ai residenti americani dopo la rivoluzione di Fidel Castro.
Lo stesso copione del Venezuela
Un copione che non fa che ricalcare, quasi punto per punto, quanto già accaduto in Venezuela. Come ha sottolineato il presidente brasiliano, Luiz Inácio Lula da Silva, sabato scorso, in occasione della Global Progressive Mobilisation di Barcellona:

«Dobbiamo porre fine al bloqueo contro Cuba e lasciare che i cubani vivano la propria vita. Non è possibile restare in silenzio di fronte a questo».



















