Il vicepresidente degli Stati Uniti, J. D. Vance, mentre lascia Islamabad. Foto: Kyabram Free Press

Islamabad, il negoziato è fallito. Mentre Beirut è sotto le bombe. Cosa accadrà ora

Vance lascia il Pakistan con un nulla di fatto: nessun accordo su nucleare e Hormuz dopo 21 ore di negoziati. Nel frattempo i missili israeliani si abbattono sulla capitale del Libano, provocando oltre 250 vittime. L'Eurozona rivede al ribasso la crescita e l'inflazione s'impenna
12 Aprile, 2026
2 minuti di lettura

Non sono bastate ventuno ore di negoziati a Islamabad per chiudere definitivamente il fronte bellico tra l’asse israelo-statunitense e Teheran. «Abbiamo avuto una serie di discussioni sostanziali con gli iraniani. Questa è la buona notizia. La cattiva notizia è che non abbiamo raggiunto un accordo, e credo che questa sia una cattiva notizia per l’Iran molto più che per gli Stati Uniti d’America», ha dichiarato J. D. Vance, capo della delegazione statunitense, ai giornalisti poco prima di lasciare la capitale del Pakistan.

Nodi irrisolti

Le divergenze sul controllo dello stretto di Hormuz e la questione nucleare rimangono profonde. In particolare, la delegazione iraniana ha respinto la richiesta di rinunciare non solo allo sviluppo del programma nucleare, ma anche a qualsiasi futura acquisizione di armamenti nucleari.

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«Nelle ultime 24 ore, si è discusso delle varie dimensioni dei principali temi di negoziato, tra cui lo Stretto di Hormuz, la questione nucleare, il risarcimento di guerra, la rimozione delle sanzioni economiche e la completa cessazione della guerra contro l’Iran e nella regione», ha scritto su X il ministro degli Esteri iraniano, Esmaeil Baqaei. «Il successo di questo processo diplomatico dipende dalla serietà e dalla buona fede della controparte, dall’astensione da pretese eccessive e richieste illegali, e dal riconoscimento dei diritti legittimi e degli interessi giusti dell’Iran».

Le ripercussioni sui mercati globali

In questa situazione di stallo si teme un possibile effetto sull’economia mondiale, perché lo Stretto di Hormuz è simbolo dell’energia fossile in Asia e anche in Europa, che appare sempre più ai margini della diplomazia internazionale. Secondo l’ultimo bollettino economico della BCE, la guerra costerà all’Eurozona circa 0,3 punti percentuali di Pil entro la fine del 2026, con una crescita reale rivista al ribasso allo 0,9% (rispetto all’1,3% stimato in precedenza). E l’inflazione è tornata a correre, balzando al 2,5% in marzo (dal 1,9% di febbraio), trainata dall’impennata dei prezzi energetici, passati da una variazione del 3,1% a una del 4,9% in un solo mese.

Cosa chiede Teheran

Ma la guerra ha un impatto anche per l’economia di Teheran. Da quanto riferiscono fonti del New York Times, la delegazione iraniana ha messo sul tavolo della trattativa diplomatica un risarcimento economico per i danni causati da sei settimane di raid aerei e lo sblocco delle entrate petrolifere congelate in Iraq, Lussemburgo, Bahrein, Giappone, Qatar, Turchia e Germania per la ricostruzione nazionale, ma gli Usa hanno respinto tali richieste.

Il processo Netanyahu

E in questa grave crisi internazionale emerge un aspetto fondamentale: il destino giudiziario di Benjamin Netanyahu intrecciato con quello bellico. Il premier, infatti, continua a fuggire dal processo ai suoi danni per corruzione. Il 12 aprile avrebbe dovuto fornire la sua testimonianza ufficiale, si legge nel quotidiano Times of Israel. Ma ora il processo è stato sospeso a causa della guerra contro l’Iran, iniziata il 28 febbraio scorso, e avrebbe dovuto riprendere dopo il cessate il fuoco concordato tra Washington e Teheran.

Libano sotto attacco

Cadono intanto le bombe israeliane sul Libano. Una pioggia di missili ha raso al suolo case, strade, infrastrutture civili e provocato oltre 250 morti in poche ore. Tutto mentre si discuteva per cessate il fuoco tra Usa e Iran. Per il Presidente nazionale della Croce Rossa Italiana, Rosario Valastro: «Le speranze della popolazione, che attendeva con ansia il cessate il fuoco, si sono infrante davanti a questa nuova ondata di violenza che ha colpito, in molti casi, quartieri affollati. Sono centinaia i morti e i feriti, tra cui donne, bambini e operatori sanitari. Alcuni di loro risultano ancora dispersi o intrappolati sotto le macerie. La situazione è drammatica».

Mielizia

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Michele D'Amico
Michele D'Amico
Sono nato nel 1982 in Molise. Cresciuto con un forte interesse per l’ambiente.Seguo con attenzione i movimenti sociali e la comunicazione politica. Credo che l’indifferenza faccia male almeno quanto la CO2. Giornalista. Ho collaborato con La Nuova Ecologia e blog ambientalisti. Attualmente sono anche un insegnante precario di Filosofia e Scienze umane. Leggo libri di ogni genere e soprattutto tante statistiche. Quando ero piccolo mi innamoravo davvero di tutto e continuo a farlo.
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