Dopo l’attacco di sabato, da parte di Israele e Stati Uniti, all’Iran, ondate di missili iraniani hanno raggiunto Israele, Bahrain, Emirati Arabi, Qatar, Iraq, Giordania, Arabia Saudita, Oman (principale Paese negoziatore) e Kuwait, dove sono stati colpiti, forse per errore, tre F-15 americani.
Il conflitto armato si va espandendo in tutta l’area del Golfo.
Civili sotto i raid
Secondo la Mezzaluna Rossa, almeno 787 persone sono state uccise in Iran negli attacchi congiunti israeliani e statunitensi in 131 contee. Almeno 40 edifici a Tel Aviv sono stati danneggiati dagli attacchi iraniani di sabato, secondo quanto riportato dal quotidiano israeliano Haaretz, mentre le vittime in Israele sembrano 11.

I bersagli iraniani
Il portavoce delle Guardie Rivoluzionarie, Mohammad Ali Naeini, ha dichiarato che 650 militari americani sono stati uccisi o feriti durante i primi due giorni della guerra, di cui 160 nel solo attacco a un quartier generale militare statunitense in Bahrein. I principali bersagli iraniani restano soprattutto le basi americane in Medio Oriente, dove sono schierate truppe statunitensi, e le strutture militari di Israele. Un drone iraniano ha anche colpito una pista di atterraggio di una base militare britannica a Cipro.
“Un colpo solo”
In seguito all’uccisione della Guida suprema Ali Khamenei, il presidente degli Usa, Donald Trump, ha annunciato di aver eliminato 48 leader in un colpo solo. «Li stiamo facendo a pezzi. Non abbiamo nemmeno iniziato a colpirli duramente, la grossa ondata arriverà presto», ha aggiunto.
E ancora: «Siamo già in notevole anticipo rispetto alle nostre previsioni, ma qualunque sia il tempo, va bene. Qualunque cosa serva, lo faremo sempre — e lo abbiamo fatto fin dall’inizio. Avevamo previsto 4 o 5 settimane, ma abbiamo la capacità di andare molto più lontano».
Armi illimitate
«Questa era la nostra ultima, migliore possibilità di colpire, che è ciò che stiamo facendo adesso, per eliminare le intollerabili minacce poste da questo regime malato e sinistro. E sono davvero malati e sinistri». Dopotutto, ha dichiarato il tycoon: «Le scorte di munizioni degli Stati Uniti, di livello medio e medio-alto, non sono mai state così elevate o migliori. Come mi è stato detto oggi, abbiamo una scorta praticamente illimitata di queste armi».
L’esercito israeliano in Libano
Intanto le truppe israeliane stanno avanzando verso il Libano, dopo i bombardamenti dei giorni scorsi su Beirut e in risposta agli attacchi di Hezbollah. «Per impedire la possibilità di attacchi diretti contro le comunità israeliane, il primo ministro Benjamin Netanyahu e io abbiamo autorizzato l’Idf ad avanzare e a mantenere ulteriore territorio dominante in Libano, per difendere da lì le comunità di confine», ha dichiarato il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz.
Un’Europa divisa
L’escalation militare preoccupa l’Europa, ancora una volta divisa. Francia, Germania e Gran Bretagna hanno dichiarato di essere pronte per azioni difensive. In particolare, il presidente Emmanuel Macron ha affermato che bisogna rafforzare la deterrenza nucleare di fronte alla combinazione di minacce.
Macron, dalla base navale di Île Longue, nella rada di Brest, ha fatto sapere che otto Paesi europei hanno accettato di partecipare al piano di deterrenza nucleare proposto dalla Francia, tra cui Germania, Gran Bretagna e Polonia. I Paesi coinvolti — tra i quali figurano anche Olanda, Belgio, Grecia, Svezia e Danimarca — potranno ospitare “forze aeree strategiche” francesi.
Per la Spagna, la voce europea deve moderare
Di segno opposto la reazione della Spagna, che tramite il ministro degli Esteri, José Manuel Albares, ha rivendicato l’indipendenza del Paese nelle decisioni politiche: «Ogni Paese prende le proprie decisioni di politica estera. La Spagna ha una posizione molto chiara: la voce dell’Europa deve essere in questo momento una voce di equilibrio e moderazione, lavorare per la de-escalation e perché si torni al tavolo negoziale», ha detto Albares.

«Una logica di violenza come quella che stiamo vivendo porta a una spirale di azioni militari unilaterali fuori dalla Carta delle Nazioni Unite; nessuno ha un obiettivo chiaro. L’Europa deve difendere il diritto internazionale».
Sostegno della Cina all’Iran
A sostegno di Teheran è intervenuto il ministro degli Esteri cinese Wang Yi nel corso di un colloquio telefonico con il suo omologo iraniano Abbas Araghchi. Secondo l’emittente statale cinese China Central Television, Wang ha ribadito il forte sostegno della Cina all’Iran, sottolineando il valore dell’amicizia tra i due Paesi e l’appoggio di Pechino alla difesa della sovranità, della sicurezza e degli interessi di Teheran. La Cina ha inoltre invitato Stati Uniti d’America e Israele a fermare immediatamente le operazioni militari per evitare un’ulteriore escalation e scongiurare l’estensione del conflitto in Medio Oriente.
I rialzi sul mercato energetico
Gravi ripercussioni sull’economia globale stanno intanto arrivando dopo la chiusura dello Stretto di Hormuz. Secondo gli analisti del think tank Bruegel, con l’inizio della guerra del 28 febbraio, «i prezzi del petrolio sono aumentati di circa l’8% e quelli del gas europeo di circa il 20% la mattina del 2 marzo. L’Europa è molto meno dipendente dal petrolio e dal gas naturale liquefatto del Golfo rispetto a Cina, India, Giappone o Corea del Sud, ma non è isolata. Petrolio e gnl sono mercati globali: qualsiasi blocco dello Stretto di Hormuz potrebbe innescare immediati picchi di prezzo che colpirebbero l’Europa, indipendentemente dalle sue limitate importazioni fisiche».
Ancora dipendenti dai combustibili fossili importati
Nell’analisi del think thank si sottolinea come in Europa gli shock geopolitici rivelino la continua dipendenza dai combustibili fossili importati, negoziati su mercati globali volatili. «Invece di rallentare la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio, le nuove tensioni dimostrano che l’impiego di fonti energetiche pulite, prodotte internamente, dovrebbe essere accelerato».
«Solo riducendo la dipendenza strutturale dalle importazioni di petrolio e gnl l’Europa potrà proteggere durevolmente la propria economia da ricorrenti shock esterni».



















