Iran, guerra aperta dopo i raid: Il cielo di Teheran durante l'attacco, 28 febbraio 2026
Il cielo di Teheran durante l'attacco, 28 febbraio 2026. Foto: West Asia News Agency

Iran, è guerra aperta dopo i raid. I retroscena dell’attacco e l’incubo escalation

Alle ore 7.00 di ieri è scattata l'offensiva militare di Usa e Israele su Teheran e altre sette città. Fra le vittime, decine di studentesse in una scuola nel sud del paese mentre la tv di Stato conferma la morte di Ali Khamenei. Cosa può accadere adesso?
1 Marzo, 2026
4 minuti di lettura

Alle 7.00 ora locale di ieri, nel giorno della festività ebraica di Shabbat, Usa e Israele hanno colpito con diversi attacchi le città iraniane: Teheran, Qom, Karaj, Isfahan, Tabriz, Kermanshah, Urmia e Shiraz. L’operazione, chiamata da Israele “Ruggito del Leone”, ha fatto registrare duecento vittime. Attraverso un videomessaggio, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha successivamente dichiarato di aver ricevuto «numerosi segnali» indicanti la possibile morte della Guida Suprema iraniana, Ali Khamenei.

A tarda notte la tv di stato iraniana ha confermato la sua morte.

Bombardata una scuola nel Sud

Nel Sud dell’Iran è stata invece bombardata una scuola elementare femminile. Sono morte circa 85 persone, la maggior parte delle quali studentesse. La risposta dell’Iran non si è fatta attendere. I missili dei Pasdaran hanno colpito le basi statunitensi nell’area del Golfo, in Qatar, Bahrein, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti. I droni hanno colpito anche l’aeroporto internazionale di Dubai. La notizia diffusa pochi giorni fa dall’Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica), secondo cui in un’area sotterranea del sito nucleare di Isfahan viene immagazzinato uranio arricchito fino al 60% di purezza — vicino al 90% necessario per l’uso militare — non ha favorito un accordo né scongiurato un conflitto tra le due potenze.

Trattative fallite e evacuazioni

La richiesta di Donald Trump, durante i colloqui di Ginevra, di smantellare completamente le strutture nucleari, limitare l’arsenale di missili balistici e interrompere il sostegno agli alleati regionali era stata respinta da Teheran. E le parole del presidente statunitense avevano già lasciato presagire un attacco imminente, destando preoccupazione nel Medio Oriente e nel resto del mondo. «Non sono contento del fatto che non siano disposti a darci ciò che dobbiamo avere. Non ne sono entusiasta. Vedremo cosa succederà», aveva detto Trump, mentre l’imponente portaerei Uss Gerald R. Ford attraversava il Mediterraneo per fornire sostegno in caso di un attacco all’Iran. La crisi ha spinto 11 nazioni a ordinare l’evacuazione immediata dei propri cittadini dalla regione.

Accuse di propaganda

Secondo il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, Stati Uniti e Israele hanno utilizzato tecniche di propaganda nazista per diffondere disinformazione contro Teheran. «I bugiardi professionisti sono bravi a creare l’illusione della verità. “Ripeti una bugia abbastanza spesso e diventerà verità” è una legge della propaganda attribuita al nazista Joseph Goebbels. Questa legge è ora sistematicamente utilizzata dall’amministrazione statunitense e dai profittatori di guerra a loro vicini, in particolare dal regime israeliano, per alimentare una sinistra campagna di disinformazione contro la nazione iraniana», ha dichiarato Baghaei su X, in un messaggio pubblicato in inglese, persiano e arabo.

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«Qualunque cosa stiano affermando riguardo al programma nucleare iraniano, ai missili balistici e al numero di vittime durante i disordini di gennaio è semplicemente la ripetizione di “grandi bugie”. Nessuno dovrebbe lasciarsi ingannare da queste evidenti falsità», ha aggiunto.

La posizione di Washington

La tensione, insomma, era percepibile da tempo. Si stava soltanto aspettando il momento giusto per intervenire. Le parole del segretario di Stato, Marco Rubio, non hanno lasciato dubbi: «L’Iran è uno Stato che pratica detenzioni illegittime. Per decenni l’Iran ha continuato a detenere crudelmente americani innocenti, così come cittadini di altre nazioni, per usarli come leva politica contro altri Stati. Questa pratica abominevole deve finire». E così, gli Stati Uniti in poche ore hanno fatto evacuare tutto il personale non essenziale e i loro familiari dall’ambasciata di Beirut, temendo che gli attacchi contro l’Iran possano scatenare un conflitto tra Israele e Hezbollah.

La repressione interna

Sul fronte interno, in Iran nel frattempo non si fermavano le proteste e la repressione da parte del regime teocratico. Amnesty International ricordava come le autorità di Teheran dovessero sospendere immediatamente ogni proposito di eseguire la condanna a morte di otto persone riconosciute colpevoli di reati commessi durante le proteste nazionali del gennaio 2026. «Le autorità iraniane stanno ancora una volta mostrando il loro profondo disprezzo per il diritto alla vita e alla giustizia, minacciando esecuzioni rapide e imponendo condanne capitali al termine di processi accelerati, a poche settimane dall’arresto. Attraverso la pena di morte cercano di instillare paura e reprimere lo spirito di una popolazione che chiede cambiamenti fondamentali», ha dichiarato Diana Eltahawy, vicedirettrice regionale per il Medio Oriente e l’Africa del Nord di Amnesty International.

Diplomazia assente

Le proteste, nate per reclamare migliori condizioni di vita, diritti e libertà, contribuivano a destabilizzare l’ordine interno del regime. Tuttavia, nonostante il dichiarato sostegno di gran parte del mondo occidentale, una richiesta esplicita di cambiare l’approccio nei confronti della popolazione iraniana non è mai stata realmente posta al centro delle trattative diplomatiche.

Ipotesi cambio di regime

In questo scenario, l’intervento militare finalizzato al cambio di regime appariva come l’unica soluzione possibile. E questo nuovo teatro di guerra sembra far emergere sempre di più la convinzione che la soluzione diplomatica non sia in grado di produrre risultati concreti per ridurre l’escalation militare, venendo progressivamente sostituita da politiche di forza, secondo cui lo Stato considerato nemico può essere attaccato e bombardato in nome della difesa degli interessi nazionali, in spregio al diritto internazionale e al principio di autodeterminazione dei popoli. Come avviene per i palestinesi, accade anche per gli iraniani.

Chiuso lo Stretto di Hormuz

Ma l’Iran non è isolato. Il 17 febbraio si è consolidata infatti l’alleanza con Cina e Russia attraverso l’esercitazione navale “Maritime Security Belt 2026” nello Stretto di Hormuz. Dopo i raid, lo stretto — da cui transita il 20% del petrolio mondiale — è stato chiuso, con delle conseguenze devastanti sui prezzi del petrolio e del gas. Un ricatto economico che potrebbe riguardare soprattutto l’Europa.

Le reazioni internazionali

Dura la risposta del Ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, che ha definito l’attacco «del tutto immotivato», offrendo la mediazione di Mosca in seno al Consiglio di Sicurezza Onu per una soluzione basata sul diritto internazionale. «La sovranità nazionale, la sicurezza e l’integrità territoriale dell’Iran devono essere rispettate», ha dichiarato il ministero degli Esteri della Cina. «Occorre una de-escalation e un’immediata cessazione delle ostilità, perché l’alternativa è un conflitto più ampio», ha detto il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres. E ha aggiunto:

 

Iran, guerra aperta dopo i raid: Antonio Guterres
Antonio Guterres. Foto: Eric Bridiers/Flickr

«Stiamo assistendo a una grave minaccia alla pace e alla sicurezza internazionali. L’azione militare rischia di innescare una catena di eventi che nessuno può controllare, nella regione più instabile del mondo».

 

Mielizia

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Michele D'Amico
Michele D'Amico
Sono nato nel 1982 in Molise. Cresciuto con un forte interesse per l’ambiente.Seguo con attenzione i movimenti sociali e la comunicazione politica. Credo che l’indifferenza faccia male almeno quanto la CO2. Giornalista. Ho collaborato con La Nuova Ecologia e blog ambientalisti. Attualmente sono anche un insegnante precario di Filosofia e Scienze umane. Leggo libri di ogni genere e soprattutto tante statistiche. Quando ero piccolo mi innamoravo davvero di tutto e continuo a farlo.
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