Iran, l'ombra dell'escalation: manifestanti sullo sfondo della bandiera iraniana
Foto: Tetiana Strilchuk/Alamy

Iran con il fiato sospeso. Le piazze in rivolta e le minacce di Donald

Le proteste popolari provocate da una profonda crisi economica, la repressione dello Stato islamico. E lo spettro di un attacco militare in nome della democrazia. I precedenti storici e lo scenario, sempre più teso, fra le potenze internazionali
15 Gennaio, 2026
3 minuti di lettura

Continuano le proteste in Iran, scoppiate il 28 dicembre, con la chiusura delle attività commerciali del Gran Bazaar di Teheran a causa del caro-vita, catalizzatore di un malcontento più ampio. Una crisi che è l’esito di anni di corruzione, sanzioni e bombardamenti, tra cui quelli condotti da Israele e dagli Stati Uniti durante la guerra dei dodici giorni dello scorso 13 giugno. Così ha spiegato Djavad Salehi-Isfahani, economista iraniano della Virginia Tech:

Iran, l'ombra dell'escalation
Djavad Salehi-Isfahani. Foto: Hunter Q. Gresham / Virginia Tech

«Questa crisi ha distrutto i redditi reali della popolazione, redditi che per generazioni ci si aspettava sarebbero cresciuti e che invece sono rimasti stagnanti per 15 anni».

Dalle urne alle piazze

Dopo le grandi rivolte del 2009 contro le elezioni irregolari che portarono al potere Maḥmūd Aḥmadinežād, le proteste di Dey e quelle del 2022, con la nascita del movimento “Donna, vita, libertà”, sorto in seguito alla morte di Jina Mahsa Amini, uccisa dalla polizia morale, la popolazione è scesa nuovamente in piazza.

Repressione di Stato

La repressione è stata fin da subito durissima: fino a oggi si registrano decine di migliaia di morti. Amnesty International ha denunciato che «le forze di sicurezza, tra cui i Guardiani della Rivoluzione e le forze speciali di polizia, hanno usato illegalmente fucili, pistole caricate con pallini di metallo e proiettili veri, cannoni ad acqua, gas lacrimogeni e pestaggi per uccidere, disperdere, intimidire e punire persone che manifestavano in gran parte in modo pacifico». Inoltre, «centinaia, se non migliaia, di manifestanti — anche di soli 14 anni — sono stati arrestati arbitrariamente durante la dispersione delle proteste e nel corso di irruzioni notturne nelle abitazioni. Altre persone sono state prelevate direttamente dagli ospedali».

Vittime invisibili

Il numero delle vittime resta difficile da stabilire: il blocco di internet rende estremamente complesse le comunicazioni interne ed esterne al paese. Le famiglie delle vittime subiscono intimidazioni, con il rischio di ritorsioni o della mancata restituzione dei corpi dei propri cari. Vi è inoltre la possibilità che molte persone uccise siano state sepolte frettolosamente in fosse comuni o in luoghi nascosti.

Errore già visto

Non è chiaro se un’operazione esterna possa davvero aiutare il popolo iraniano. Guardare il mondo con gli occhi dell’Europa e degli Stati Uniti si è rivelato spesso un errore fatale: esportare la democrazia, combattere guerre “giuste”, considerare le nostre società depositarie di valori universali. Lo abbiamo visto in Libia, Afghanistan e Iraq.

Le accuse all’Onu

Nelle ultime ore l’ambasciatore iraniano all’Onu, Amir Saeid Iravani, ha inviato una lettera al segretario generale António Guterres in cui accusa Stati Uniti e Israele: «Gli Stati Uniti e il regime israeliano hanno una responsabilità legale diretta e innegabile per la conseguente perdita di vite di civili innocenti, in particolare tra i giovani».

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L’Unione Europea, tramite Ursula von der Leyen, ha dichiarato: «Siamo al fianco del popolo iraniano, proporremo nuove sanzioni contro i Pasdaran». Dura la reazione di Mosca. «Condanniamo fermamente le interferenze esterne sovversive nei processi politici interni dell’Iran. Allo stesso tempo, notiamo che il governo del paese sembra aperto a un dialogo costruttivo per contrastare le conseguenze socioeconomiche negative delle politiche occidentali ostili», ha affermato la portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova.

La posizione della Russia

Zakharova ha inoltre sottolineato che le minacce di Washington di nuovi attacchi militari contro l’Iran sono totalmente inaccettabili: «Chiunque intenda usare disordini provocati dall’esterno come pretesto per ripetere l’aggressione contro l’Iran commessa nel giugno 2025 deve essere consapevole delle conseguenze disastrose che tali azioni avrebbero per il Medio Oriente e per la sicurezza internazionale globale. Respingiamo fermamente anche i tentativi di ricattare i partner stranieri dell’Iran attraverso l’aumento dei dazi commerciali».

Lezioni della storia

In questo nuovo conflitto non è affatto certo che si possa replicare quanto avvenuto in Venezuela. Occorre ricordare i tragici epiloghi della storia di un regime che, dal 1979, con la Rivoluzione khomeinista e la nascita della Repubblica islamica sciita, sorveglia e punisce. Nessun cambiamento si ottenne con l’invasione dell’Iran da parte dell’Iraq nel 1980: circa un milione di morti solo tra gli iraniani, con attacchi alla popolazione curda anche tramite armi chimiche. A nulla servirono gli interventi dell’Unione Sovietica, degli Stati Uniti, del Regno Unito e della Francia per affossare l’autocrazia. Otto anni di sangue e distruzione.

E Trump soffia sul fuoco

Intanto Donald Trump incita le rivolte: «Gli aiuti arriveranno presto, le autorità iraniane pagheranno un prezzo molto alto per la repressione delle proteste». Si teme, in ogni caso, un’azione unilaterale degli Stati Uniti, in violazione del diritto internazionale e del ruolo dell’Onu.

Con il rischio di nuovi padroni e senza alcuna reale autodeterminazione dei popoli.

Mielizia

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Michele D'Amico
Michele D'Amico
Sono nato nel 1982 in Molise. Cresciuto con un forte interesse per l’ambiente.Seguo con attenzione i movimenti sociali e la comunicazione politica. Credo che l’indifferenza faccia male almeno quanto la CO2. Giornalista. Ho collaborato con La Nuova Ecologia e blog ambientalisti. Attualmente sono anche un insegnante precario di Filosofia e Scienze umane. Leggo libri di ogni genere e soprattutto tante statistiche. Quando ero piccolo mi innamoravo davvero di tutto e continuo a farlo.
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