Lo scorso 7 gennaio Donald Trump ha firmato l’ordine esecutivo che prevede il ritiro degli Stati Uniti da 66 organizzazioni internazionali.
Una decisione che aggiunge un nuovo e significativo tassello alla strategia di autoisolamento nel nome dell’“America First”.
Giornate di tensione
L’ordine è arrivato dopo l’intervento militare in Venezuela, culminato con la cattura di Nicolás Maduro e della moglie Cilia Flores, e nello stesso giorno in cui a Minneapolis (Minnesota), la 37enne Renee Nicole Good, attivista a sostegno delle comunità migranti perseguitate e poetessa, è stata uccisa a sangue freddo dall’Ice (l’agenzia per l’immigrazione americana), a pochi isolati dal luogo in cui venne assassinato nel 2020 George Floyd.

Se la forza soppianta il diritto
Sul fronte internazionale, appare chiara la volontà dell’amministrazione Trump di condurre una politica globale fondata sull’uso della forza, minando il diritto internazionale e le istituzioni multilaterali come l’Onu. Una visione imperialista che si completa con una strategia economica basata sulle fonti fossili, in particolare sul petrolio.
Negoziato sul clima, addio
La conferma arriva con l’abbandono del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc), organismo scientifico delle Nazioni Unite che ha contribuito alla ratifica del Protocollo di Kyoto, e con l’uscita dalla Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc).
Quest’ultima, entrata in vigore nel 1994, dopo il Summit della Terra di Rio de Janeiro del 1992, ha coinvolto 195 Paesi nella lotta al riscaldamento globale, ponendo le basi per i successivi Accordi di Parigi. Gli Stati Uniti non riconoscono più il ruolo cruciale dell’Onu e considerano l’economia verde un ostacolo alla crescita economica.
Disimpegno multilaterale
D’altronde, i dati dell’Emissions Database for Global Atmospheric Research (Edgar) sono chiari: nel 2024 le otto economie con i livelli di emissioni più elevati – Cina, Stati Uniti, India, Unione europea, Russia, Indonesia, Brasile e Giappone – sono state responsabili complessivamente del 66,2% delle emissioni globali di gas serra. Tra queste, solo Ue e Giappone hanno registrato una riduzione delle emissioni rispetto all’anno precedente, rispettivamente dell’1,8% e del 2,8%.
Negli altri paesi le emissioni sono rimaste sostanzialmente stabili, con lievi aumenti in Cina (+0,8%), Stati Uniti (+0,4%) e Brasile (+0,2%), oppure sono cresciute in modo più marcato in India (+3,9%), Russia (+2,4%) e Indonesia (+5%), che ha fatto registrare l’incremento relativo più elevato. In questo contesto, appare evidente come la lotta ai cambiamenti climatici difficilmente possa imporsi nell’agenda globale senza un forte impegno multilaterale.
AMERICA FIRST 🇺🇸
Today, President Donald J. Trump signed a Presidential Memorandum directing the withdrawal of the United States from 66 international organizations that no longer serve American interests including:
🔴35-non UN organizations
🔴31 UN entities
pic.twitter.com/72pTyV811N— The White House (@WhiteHouse)
January 7, 2026
Usa sempre più isolati
Il “Memorandum presidenziale” prevede l’uscita da 31 organismi delle Nazioni Unite. Il segretario generale António Guterres ha espresso rammarico per le decisioni sottoscritte da Trump. «Come abbiamo costantemente sottolineato, i contributi al bilancio ordinario delle Nazioni Unite e al bilancio per il mantenimento della pace, approvati dall’Assemblea generale, costituiscono un obbligo legale ai sensi della Carta delle Nazioni Unite per tutti gli Stati membri, compresi gli Stati Uniti», ha dichiarato Stéphane Dujarric, portavoce di Guterres.
«Tutte le entità delle Nazioni Unite continueranno ad attuare i loro mandati come conferito dagli Stati membri. Abbiamo la responsabilità di fornire servizi a coloro che dipendono da noi e continueremo a portare avanti i nostri compiti con determinazione».
Gli altri stop
La decisione del tycoon riguarda anche organizzazioni che si occupano di antiterrorismo, migrazione e sviluppo, l’Istituto internazionale per la giustizia e lo stato di diritto, il Centro scientifico e tecnologico in Ucraina, il Consiglio economico e sociale delle Nazioni Unite e i fondi per la costruzione della pace e della democrazia.
E se fosse un autogol?
Per Simon Stiell, responsabile delle Nazioni Unite per il clima, «i cittadini e le aziende statunitensi ne subiranno le conseguenze». In altre parole, «si tratta di un colossale autogol che renderà gli Stati Uniti meno sicuri e meno prosperi».
Secondo Stiell, questo comporterà «energia, cibo, trasporti e assicurazioni meno accessibili per famiglie e imprese americane, mentre le energie rinnovabili continuano a diventare più economiche dei combustibili fossili, i disastri climatici colpiscono sempre più duramente raccolti, imprese e infrastrutture, e la volatilità di petrolio, carbone e gas alimenta conflitti, instabilità regionale e migrazioni forzate».

Ambiguità globali
Restano elementi di ambiguità nelle scelte dell’amministrazione statunitense. Dall’inizio del suo nuovo mandato, Trump ha ritirato gli Stati Uniti dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), dall’Accordo di Parigi e dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite.
Già nel 2017 aveva minacciato di tagliare gli aiuti ai paesi che non riconoscevano Gerusalemme come capitale di Israele, mentre continua a esercitare il potere di veto nel Consiglio di sicurezza dell’Onu, come dimostrato dai tentativi di bloccare gli sforzi per porre fine alla guerra nella Striscia di Gaza.
E come se non bastasse, Trump ha imposto a Francesca Albanese, Relatrice speciale Onu sui territori palestinesi, sanzioni dopo la pubblicazione del rapporto sul coinvolgimento di aziende internazionali nel genocidio.



















