Vi avevo detto che sarebbe stata una risalita ripida ed eccomi qui a confermarvelo. Questa ultima puntata del nostro Diario da Belém arriva dall’aereo di ritorno con un grande magone dentro, non il magone della partenza ma quello di una consapevolezza: il sistema del multilateralismo ha fallito e la Cop30 lo ha dimostrato.
Il documento finale
Il documento conclusivo è arrivato senza ciò che tutti aspettavano: nessun riferimento esplicito alle fonti fossili, proprio il cuore di questo decennio. Ci sarà tempo per ripararne. Ma intanto è chiaro come le divisioni tra blocchi geopolitici, con gli Stati Uniti quasi assenti, l’Europa non compatta e le economie emergenti in attrito, abbiano condotto ad un testo a dir poco prudente.
E senza un piano concreto, la traiettoria resta preoccupante: il mondo si muove verso circa 2,4°C. A quelle temperature cambiano oceani, raccolti, città, salute, migrazioni: una trasformazione che supera la soglia di sicurezza per società ed ecosistemi.
Oltre la prudenza
Questa Cop non riduce il divario tra impegni e scienza, ma mostra che molte realtà — paesi, comunità, imprese — non vogliono più aspettare i tempi del multilateralismo. Belém non ha consegnato la svolta che speravamo, ma ha lasciato uno spiraglio: la transizione può avanzare anche fuori dai meccanismi ufficiali.
Sempre che cresca la volontà politica di farlo.
Giorno 11 > Sabato 22 > Il serio rischio di una chiusura debole

Annunciata per mesi come “la conferenza che avrebbe cambiato tutto”, questa Cop rischia di chiudersi con molto meno di quanto promesso. E dopo quanto accaduto ieri, lo si percepisce ancora di più. La giornata è stata segnata da negoziati a porte chiuse, da stanze in cui si entra uno alla volta, da tentativi della Presidenza brasiliana di ricucire posizioni che ormai sembrano rigide come cemento.
L’incendio agli onori delle cronache
Intanto la cronaca ha travolto la politica: nel tardo pomeriggio un incendio nella Blue Zone ha bloccato tutto. La venue è stata evacuata, colonne di fumo fuori dai padiglioni, cancelli chiusi, delegati ammassati dove capitava. La mattina dopo i lavori sono ripartiti.
Ai tempi supplementari
Il calendario diceva che il 21 novembre sarebbe dovuta essere la fine, ma ovviamente non lo sarà: ormai è quasi una tradizione che le Cop scivolino nel weekend, e Belém non farà eccezione.

Niente “fossili” nella bozza
All’alba è arrivata anche la nuova bozza. Una bozza che sembra più un esercizio di equilibrio che di ambizione: asciutta, piena di alternative, costruita per evitare fratture piuttosto che per ottenere risultati. È come se il coraggio si fosse perso per strada. Ma quasi nessuno ne è stato soddisfatto. L’ambizione climatica è al minimo, soprattutto sulle riduzioni delle emissioni. E la parola “fossili” non compare ancora. Nemmeno una volta.
Il nodo combustibili fossili
Nel frattempo, più di 40 Paesi hanno firmato la richiesta di inserire un riferimento netto all’uscita dai combustibili fossili nella Belém Declaration. La Colombia qui gioca in attacco, cercando di tenere il fronte unito. Le prossime 24 ore saranno decisive: il Brasile dovrà alzare l’asticella dell’ambizione, mediare tra blocchi geopolitici distantissimi e impedire una chiusura debole in una Cop ospitata nel cuore dell’Amazzonia.
È una salita ripida. A domani, quasi sicuramente!
Giorno 10 > Venerdì 21 > Guterres, il nodo dell’adattamento e l’Ue sui fossili

Oggi la venue ha un’energia strana, quasi immobile. A metà mattina è arrivato anche Antonio Guterres. La sua presenza, di solito, serve a dare quello che chiamano “push politico”. Oggi, invece, sembra aver aggiunto solo un altro livello di aspettativa.
Modalidade mutirão: si collabora (a oltranza)
Il paradosso è che i negoziati non si sono mai fermati: si è lavorato tutta la notte. Il mutirão, questa sorta di “lavoro collettivo” evocato dalla presidenza brasiliana, ha un obiettivo chiaro: chiudere tutto entro domani. Ma stamattina era evidente che siamo ancora lontani da un equilibrio stabile.

La finanza per l’adattamento
L’adattamento è il punto che blocca tutto. I ministri dell’America Latina hanno preso posizione in maniera compatta: una Cop in Amazzonia non può chiudersi senza progressi reali sull’adattamento. Ma il problema è sempre lo stesso: i Paesi ricchi dovrebbero dedicare una parte consistente dei 300 miliardi annui promessi entro il 2035 proprio alla resilienza. Nessuno vuole essere il primo a mettere numeri sul tavolo. E il negoziato resta fermo.
L’accordo europeo sui fossili
Nel frattempo, l’Unione Europea ha finalmente trovato una posizione comune sulla roadmap per l’uscita dai combustibili fossili: accelerare gli impegni di Dubai, ancorarli alla scienza e monitorarne l’attuazione ogni anno.

Un segnale politico importante, anche se non sufficiente da solo a rompere lo stallo. Belém sembra trattenere il fiato. È evidente che il tempo sta finendo, e questa Cop sta cercando un varco tra posizioni che si irrigidiscono mentre tutti aspettano un testo che non arriva mai.
Domani capiremo se il negoziato sta reggendo!
Giorno 9 > Mercoledì 19 > Tra “shuttle diplomacy” e piccoli avanzamenti

La giornata è iniziata presto, con quel silenzio strano che precede sempre i momenti più complicati. Poi, appena entrati in venue, è stato chiaro a tutti: oggi la Cop è entrata nella fase in cui l’energia scende e il testo esplode. È il classico “punto basso” delle conferenze sul clima, quello in cui la fine si avvicina ma le parentesi spuntano ovunque.
Le convergenze sono lontane
La prima bozza circolata ieri mattina lo ha mostrato senza pietà: pagine intere di opzioni alternative, frasi doppie, compromessi ancora tutti da inventare. Nessuno vede una pista di atterraggio chiara. Intanto la Presidenza continua a spingere la sua immagine-mantra: entrare in modalidade mutirão, tutti attorno allo stesso tavolo finché non si chiude. E infatti da ieri è partita la shuttle diplomacy, giri rapidi da stanza a stanza per misurare margini, pressioni, linee rosse. L’obiettivo è chiaro: pubblicare versioni riviste e provare a chiudere il pacchetto politico entro domani. Per far spazio al negoziato, una serie di eventi è già stata spostata a metà settimana.

Il difficile capitolo Loss and Damage
Sui contenuti, il quadro è misto: sul Fondo Perdite e Danni, invece, si è fermi. Ci sono troppe letture diverse, troppe sensibilità che non si toccano. Senza una finanza credibile, gli indicatori del Global Goal on Adaptation rischiano di diventare letteratura e i Paesi vulnerabili questo non lo accettano più. Chiedono equilibrio tra mitigazione, adattamento, perdite e danni. Chiedono almeno 120 miliardi l’anno per l’adattamento entro il 2030. E lo chiedono con una franchezza che non lascia margini di ambiguità.
Il passo avanti sull’Adattamento
Una buona notizia c’è: il Fondo per l’Adattamento riceverà 133 milioni di dollari nuovi. Germania, Spagna, Svezia, Irlanda, Lussemburgo, Svizzera, Vallonia, Corea del Sud e Islanda ci sono. L’Italia, ancora una volta, manca all’appello: non contribuisce dal 2021. E nei corridoi la parola “continuità” è quella più pronunciata.
Fossili: l’ampio fronte in cerca di consenso
Poi c’è il tema del giorno: l’uscita dai combustibili fossili. L’idea lanciata dal Brasile e rilanciata da Lula ha raggiunto quota 82 Paesi favorevoli. È un fronte ampio, trasversale. Ma fragile: il consenso non è affatto garantito. Ogni ora si aggiusta qualcosa, si toglie qualcosa, si riapre un blocco. E nei corridoi la sensazione è chiarissima: è una corsa contro il tempo, e la salita è appena ricominciata.
A domani, da Belém, dove oggi si sente tutta la fragilità e tutta la posta in gioco di questa Cop30.
Giorno 8 > Martedì 18 > Le trattative nei corridoi in un clima rovente

Il giorno otto è iniziato con quella sensazione strana che si avverte solo nelle Cop quando entri nella settimana decisiva: gli annunci si moltiplicano, le strategie cambiano all’improvviso e ogni corridoio sembra nascondere una nuova trattativa. Ieri sera, infatti, la notizia è arrivata a sorpresa: il presidente André Corrêa do Lago ha deciso di cambiare le regole.
Niente più grande pacchetto finale unico, quello che di solito tiene tutti col fiato sospeso fino all’ultima notte, ma due decisioni separate.
Decisioni separate
La prima, sarà il cuore politico della Cop30, la seconda, il Pacchetto B, conterrà invece i temi più spigolosi o ancora acerbi, probabilmente con una forma giuridica più leggera. Intanto, dietro le porte chiuse, la diplomazia si muove in silenzio. La Cina sta cercando un equilibrio quasi impossibile: portare dentro Russia e Arabia Saudita in un compromesso che includa – per la prima volta nella storia delle Cop – un riferimento all’uscita dai fossili.
Missione delicatissima, ma in corso. Sul Fondo perdite e danni si litiga su tutto: riferimenti alla Cop28, mandati del Fondo, livello di dettaglio. Anche qui si è ripiegato sugli informal-informal, segno che questo dossier potrebbe trascinarsi fino all’ultima notte.
Pressioni crescenti
La Presidenza è stata chiara: niente rallentamenti. Qui a Belém il caldo resta pesante, i ministri continuano ad arrivare e i testi iniziano a cambiare ogni poche ore. È la fase fluida, quella in cui tutto sembra possibile e niente è davvero garantito.
E tutto fa pensare che domani sarà ancora più intenso.
GIORNO SETTE > Lunedì 17 novembre > La settimana decisiva tra lobbisti e nuovi scenari globali

Il giorno sette è ripartito dopo la pausa di domenica. E fin da stamattina si è capito che qualcosa è cambiato. I corridoi si sono riempiti, la Blue Zone è tornata a brulicare di delegati e l’aria è quella delle settimane decisive.
L’ingresso del centro conferenze è presidiato dall’esercito: da ore circola voce di una nuova manifestazione indigena per chiedere un incontro diretto con Lula. È quella fase della Cop in cui tutto può sbloccarsi o impantanarsi del tutto.
Le questioni ancora aperte
Il Brasile ha provato a rimettere ordine pubblicando un documento che riassume le questioni ancora aperte: ambizione verso 1,5°C, finanza, misure commerciali e giusta transizione. È un modo per preparare il terreno ai ministri, arrivati ormai a ondate da ogni continente. Dentro le sale, però, il passo resta lento: sugli indicatori dell’adattamento non c’è ancora intesa, la Just Transition procede a rilento e la proposta di una roadmap globale per l’uscita dai combustibili fossili continua a circolare, senza ancora un posto ufficiale nell’agenda.
Il confronto con i leader
Ieri il Presidente della Cop, André Corrêa do Lago, è sceso a incontrarli di persona insieme alle ministre Marina Silva e Sonia Guajajara. Un gesto accolto con rispetto, che ha ricordato a tutti che questa è una Cop in democrazia: dove il dissenso può ancora trovare spazio. Ma nei corridoi la sensazione è doppia: accanto alla partecipazione civile cresce anche l’ombra dei lobbisti fossili. Secondo un’analisi, uno su venticinque tra i delegati rappresenta aziende di petrolio o gas: mai così tanti nella storia delle Cop.
Una scelta che sposta l’equilibrio
Infine, una notizia che cambia gli equilibri: la Cop32 si terrà ad Addis Abeba, in Etiopia. Una scelta che dà più peso al continente africano ma che, dietro le quinte, solleva dubbi. Alcune delegazioni europee temono che l’Etiopia stia rallentando i negoziati sull’adattamento per arrivare al 2027 con una “vittoria politica” già pronta.
Il tempo stringe
Qui a Belém, intanto, il caldo resta soffocante e il tempo stringe. È la settimana in cui i testi cambiano di ora in ora, le alleanze si spostano, e ogni parola può diventare compromesso.
Sono già al quarto caffè e qui sono appena le 14. Sarà una lunga giornata e una lunga settimana. A domani!
Giorno 6 > Sabato 15 > Voci, passi e bandiere per la transizione giusta

La Cop è entrata nella sua fase politica: stanno arrivando i ministri dell’Ambiente da mezzo mondo, chiamati a mettere le mani nei punti che i negoziatori non riescono più a sbloccare.
Dalla prossima settimana ci sarà anche il ministro italiano, perché ormai è chiaro a tutti che senza un intervento politico non si scioglie nulla: né l’adattamento, né la finanza, né, soprattutto, la questione dei combustibili fossili.
La mobilitazione fuori dalla Blue Zone
Fuori dalla Blue Zone, però, è accaduto quello che forse racconteremo più a lungo. Belém si è riempita di voci, bandiere e passi: una marea umana di 50 mila persone ha attraversato la città per chiedere giustizia climatica. Movimenti, comunità amazzoniche, attivisti, cittadini comuni. In testa, i popoli indigeni, che ormai da giorni chiedono ascolto e diritti, nessuna tensione, solo un messaggio chiarissimo: senza giustizia per chi vive nella foresta, la transizione non è né giusta né credibile.
I nodi centrali dei negoziati
Dentro la Cop, i lavori non rallentano. Sul tavolo ci sono i temi più delicati: gli indicatori sull’adattamento — che molti Paesi del Sud considerano irrealistici senza risorse adeguate — e il grande nodo della finanza climatica, con l’evento di alto livello sulla Baku–Belém Roadmap che prova a mettere ordine tra impegni, priorità e tempi certi. Cresce anche il dibattito sul commercio, perché è chiaro che una transizione globale non può ignorare tariffe, scambi e filiere industriali.
La pausa dei negoziatori
Domani (domenica 16, ndr) la Cop chiude per la pausa dei negoziatori. Ci risentiamo lunedì per capire davvero cosa resterà sul tavolo e cosa, invece, rischia di scivolare via.
Belém, intanto, continua a ricordarci che il clima è negoziato… ma è soprattutto vita reale.
Giorno 5 > Venerdì 14 > Fuori dai fossili, qualcosa di muove

Mentre scrivo, è notte fonda e l’aria è pesante. Nella casella di posta continuano ad arrivare aggiornamenti dal centro stampa della Cop: i negoziati non si fermano. È solo il giorno cinque, ma sembra già la maratona finale. Segno che le tensioni stanno emergendo.
Prevenire l’impatto del climate change costa
Il primo nodo riguarda l’adattamento. Doveva essere uno dei risultati chiave di Belém: ma il confronto si è incagliato. Diversi Paesi africani e arabi chiedono di rinviare la decisione al 2027. Il motivo è semplice: senza finanziamenti certi, quegli indicatori rischiano di trasformarsi in una lista di compiti impossibili. Non si può chiedere ai Paesi vulnerabili di adattarsi al clima con bilanci nazionali già al limite.

Si lavora alla “Transition away”
In parallelo, la discussione sui fossili si fa sempre più concreta. L’appello di Lula per costruire una roadmap globale di uscita ordinata e giusta dai combustibili fossili non è rimasto un titolo.
Un gruppo trasversale di Paesi, dal Nord al Sud del mondo, sta cercando di portarlo nel testo finale, anche se non è formalmente in agenda. L’idea è chiara: senza una direzione comune, la transizione rischia di essere diseguale, lenta e ingiusta.
Non nelle trattative, ma presenti
Intanto, questa resta la Cop con la più ampia partecipazione indigena di sempre: oltre 2.500 persone. Ma solo una piccola parte ha accesso alla zona negoziale. È il paradosso di Belém: massima presenza, minimo potere. L’atmosfera resta elettrica.

La sensazione è che, nonostante tutto, qualcosa si stia muovendo davvero.
Giorno 4 > Giovedì 13 > Il chiaro messaggio dei popoli indigeni

Al suo quarto giorno la Cop è tornata ad essere quella di sempre. Ha avuto un momento che difficilmente si dimentica: l’arrivo della Flotilla indigena.
Decine di canoe e imbarcazioni, comunità arrivate dopo oltre 3.000 chilometri di viaggio lungo il Rio delle Amazzoni.
Richieste dirette
Sono entrate a Belém con una chiarezza che dentro il vertice a volte manca: stop a nuove esplorazioni petrolifere in Amazzonia, protezione dei popoli in isolamento volontario e un fondo climatico diretto, accessibile e trasparente per chi difende la foresta ogni giorno. Non un gesto simbolico, ma un promemoria politico:
senza i popoli indigeni, la transizione non regge.
Al lavoro sulla finanza
Sul fronte negoziale la partita si concentra sulla Baku to Belém Roadmap, il tentativo di costruire un percorso credibile per la finanza climatica dei prossimi anni. I Paesi vulnerabili chiedono risorse vere e stabili, in poche parole più soldi. Il G77 (organizzazione intergovernativa delle Nazioni Unite, formata da 134 paesi del mondo, principalmente in via di sviluppo, ndr) vuole impegni chiari. Le economie sviluppate frenano. È la solita tensione, ma qui pesa di più: senza una roadmap solida, tutto il resto rischia di rimanere teoria.

La vita dentro il vertice
Belém oggi ci ha ricordato una cosa semplice: la Cop vive davvero quando dal fiume entrano le voci di chi la crisi climatica la affronta ogni giorno, non quando restiamo chiusi nelle sale e tagliamo fuori la società civile!
Giorno 3 > Mercoledì 12 novembre > La sfida dell’adattamento. Oggi le scelte cruciali

La presidenza brasiliana è riuscita ad evitare lo scontro tra paesi e a far passare la lista principale dei punti, rimandando però a oggi (mercoledì) le decisioni più delicate: finanza, rendicontazione e il deficit di ambizione degli impegni nazionali (Ndc) rispetto alla soglia di 1,5 °C.
Adattarsi al cambiamento climatico
Il tema ufficiale di quest’anno è “Adattarsi al cambiamento climatico”, e in molti si chiedono cosa significhi davvero. In parole semplici: la mitigazione agisce sulle cause, l’adattamento sulle conseguenze. A Belém, l’attenzione è tutta su questo: ogni paese deve presentare i propri Piani Nazionali di Adattamento (Pan), ma l’attuazione è ancora limitata.
Finanza climatica e giustizia globale
Sul fronte della finanza climatica, resta la distanza tra promesse e realtà. L’impegno fissato alla Cop29 prevede di mobilitare 1.300 miliardi di dollari l’anno entro il 2035, ma le risorse effettive sono ancora lontane. Intanto, la decisione di assegnare la Cop32 ad Addis Abeba, in Etiopia, ha dato una spinta politica importante: il continente africano entra finalmente al centro dell’agenda, con le sue priorità su perdite, danni e giustizia climatica.

E mentre fuori dai padiglioni le proteste indigene infiammano, nei corridoi già si mormora che un accordo finale, in qualche forma, arriverà.
Giorno 2 > Martedì 11 novembre > La Cop30 fra attese, pioggia e speranze di accordo

Foto: Ueslei Marcelino / Cop30.
La Cop30 si è aperta con un clima – letteralmente – instabile: pioggia intensa, umidità e il tipico caos organizzato che ormai caratterizza Belém in questi giorni. Ma dentro l’Hangar Convention Center si respirava una sensazione diversa da quella di molte altre Cop: dopo giorni di trattative silenziose, la presidenza brasiliana è riuscita ad evitare lo scontro, approvando un’agenda condivisa che permetterà di concentrarsi subito sul merito.
Le parole dell’Onu e l’appello di Lula
Nel suo discorso inaugurale, Simon Stiell – segretario esecutivo dell’Onu Clima – ha ricordato ai delegati che «il loro compito non è combattere tra loro, ma combattere insieme la crisi climatica». Parole chiare, accolte da applausi misurati ma sinceri. Lula, invece, ha puntato il dito contro l’inerzia e le disuguaglianze: «stiamo andando nella direzione giusta, ma alla velocità sbagliata». Ha ribadito che la Cop30 dovrà essere «la Cop della verità», capace di smascherare fake news e negazionismi, ma soprattutto di portare la giusta transizione al centro del negoziato.
Voci dal Sud globale
Fuori dalle plenarie, i delegati africani e le comunità indigene hanno fatto sentire la loro voce: gli uni chiedono una finanza climatica più equa, gli altri il riconoscimento dei territori come primo strumento di protezione del clima.

Intanto, Belém – la prima città amazzonica ad ospitare una Cop – si prepara a diventare davvero «capitale del mondo» per capire se arriverà finalmente un piano d’azione.
Giorno 1 > Lunedì 10 novembre > Benvenuti a Belém. Dietro le quinte della Cop30 insieme ad Andrea Grieco

Mi chiamo Andrea Grieco e inizio da oggi, giornata ufficiale di apertura della Cop30, il mio diario di bordo direttamente dal Brasile, nei corridoi dell’Hangar Convention & Exhibition Centre di Belém, dove si terrà fino al 21 di questo mese il vertice sul clima dell’Onu.
Non è la mia prima volta in un evento di questo genere. Ho seguito diverse Cop negli ultimi anni e anche in questa occasione la sensazione è la stessa: un misto di speranza e urgenza, di parole altissime e realtà che faticano a raggiungerle.
Diplomazia e tensioni globali
Nelle due giornate che hanno preceduto l’avvio della Cop30, con il Summit dei leader, la scena è stata dominata da due temi: da un lato il peso dello spettro di un possibile ritorno di Trump, che aleggia su ogni discussione e condiziona la diplomazia globale; dall’altro, la spinta del Sud del mondo guidato da Brasile, India e Sudafrica che reclama un nuovo equilibrio nelle responsabilità climatiche e maggiori risorse per adattamento e transizione giusta.
Lula e il ruolo del Brasile
Nel frattempo, Lula prova a riaffermare il ruolo del Brasile come ponte tra Nord e Sud globale, rilanciando l’idea che difendere l’Amazzonia significhi difendere il pianeta, ma anche chi lo abita e lo protegge.
Dieci anni dopo Parigi
Il quadro d’insieme d’altro canto non è facile. A dieci anni dall’Accordo di Parigi, il mondo si presenta al nuovo vertice sul clima con un equilibrio fragile e risultati ben lontani dagli obiettivi prefissati: l’Ndc Synthesis Report rivela che le revisioni dei piani climatici nazionali comporterebbero una riduzione delle emissioni di appena il 17% rispetto al 2019, una cifra ancora distante dal −43% necessario per mantenere entro fine secolo l’aumento della temperatura entro 1,5 °C.
Il 2024 è stato l’anno più caldo mai registrato, con +1,3 °C della temperatura media globale rispetto ai livelli preindustriali. E il multilateralismo, con i nazionalismi che riemergono e le guerre in corso, è in profonda crisi.
Cambiamento cercasi
Questo diario proverà a raccontarvi proprio questo: cosa accade dietro le quinte, tra discorsi ufficiali, strategie e quei momenti in cui si intravede (forse) la possibilità di un vero cambiamento.
Buona lettura!


















