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Nicola Favretto, docente di ambiente e sostenibilità presso l'Università di York (Uk)

“Salvare il clima e garantire il benessere? Si può”. La sfida resiliente di Nicola Favretto

Il docente italiano, impegnato nell'Università di York in una complessa ricerca sulle pratiche di adattamento, racconta come scienza, territori e volontà istituzionale possano unire le forze per rispondere alla crisi ambientale. Senza lasciare indietro nessuno
17 Febbraio, 2026
4 minuti di lettura

«Sviluppo resiliente significa crescere e migliorare le nostre società senza dimenticare che viviamo in un mondo che cambia rapidamente a causa del riscaldamento globale. Significa combinare adattamento agli impatti che già viviamo e riduzione delle emissioni, garantendo benessere e opportunità alle persone». Nicola Favretto è un ricercatore italiano che da oltre quindici anni lavora a cavallo tra scienza, politiche pubbliche e territori, sviluppando risposte concrete alle sfide poste dai cambiamenti climatici

Crisi climatica, sviluppo e limiti planetari

Docente di Ambiente e sostenibilità presso l’Università di York nel Regno Unito, Favretto ha coordinato progetti di portata globale per organizzazioni internazionali come la Commissione Europea e il Programma di Sviluppo delle Nazioni Unite (Undp). I suoi studi spaziano dalla gestione sostenibile del territorio alla resilienza climatica, dall’agricoltura alla governance ambientale, con un approccio partecipativo che che pone le comunità locali al centro dei processi di analisi e intervento.

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In questa conversazione, Favretto ci offre uno sguardo lucido e pragmatico sulle contraddizioni del nostro tempo: come conciliare sviluppo e limiti planetari, come tradurre gli impegni internazionali in azioni locali efficaci.

E soprattutto come costruire una governance ambientale che non lasci indietro nessuno.

Professor Favretto, nelle sue ricerche parla di una sfida multilivello: locale, nazionale, internazionale. Cosa intende?

Le sfide ambientali non si fermano ai confini di un territorio. Hanno effetti a catena, dal livello locale al pianeta. Quando un ghiacciaio si scioglie sulle nostre montagne, l’impatto riguarda le comunità locali che perdono una risorsa d’acqua, ma anche fiumi, agricoltura, energia idroelettrica e turismo a livello nazionale. A livello internazionale, lo scioglimento dei ghiacciai in Groenlandia o Antartide fa salire i mari e minaccia territori costieri lontanissimi. Servono soluzioni coordinate: è l’unico modo per affrontare problemi così interconnessi.

In un suo recente studio ha analizzato le azioni per lo sviluppo resiliente al clima in Italia. Come si è svolta la ricerca?

Abbiamo condotto 124 interviste in tre regioni vulnerabili: Valle d’Aosta, Basilicata e Sardegna. Da agricoltori a produttori di energia, da operatori turistici a decisori politici, ognuno ci ha raccontato come il cambiamento climatico influenza la sua vita. In Basilicata e Sardegna, agricoltori seminano i cereali con due mesi di ritardo per siccità e piogge irregolari.

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In Valle d’Aosta, un produttore di mele ha aderito a schemi assicurativi dopo che una gelata gli aveva distrutto il 90% del raccolto. La resilienza non riguarda un singolo settore: serve guardare insieme agricoltura, energia, turismo e ambiente.

Quali impatti del cambiamento climatico sono emersi?

Il cambiamento climatico è già qui. Prima area critica: l’acqua. Piogge irregolari, estati secche, fiumi in difficoltà, ghiacciai che si ritirano. In Basilicata la produzione di mais è calata del 50% in cinque anni. Gli agrumeti che consumavano 70 metri cubi d’acqua per ettaro ora ne richiedono 100. Seconda area: la società. L’agricoltura è sotto pressione per siccità, parassiti e malattie, l’idroelettrico diminuisce. Un viticoltore della Basilicata: «Le piogge eccessive hanno causato peronospora e perdite enormi». Il turismo cambia: meno neve e sci, più escursioni estive. Terza area: foreste che perdono resilienza, incendi, degrado, frane. In Valle d’Aosta lo sci alpinismo è crollato, ma cresce il turismo estivo.

I territori come hanno risposto?

Le risposte cambiano da territorio a territorio. Si collegano dighe, si puliscono fiumi, si sposta la pesca al largo, si sperimenta neve artificiale. In Basilicata le dighe accumulano un miliardo di metri cubi d’acqua. In Sardegna il doppio, con gestione pluriennale. Gli agricoltori passano a colture resistenti alla siccità e irrigazione smart. Le comunità sperimentano energia solare ed eolica.

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In Basilicata l’olivo si diffonde nelle aree aride: «Con pochissimi input otteniamo ottimi risultati: l’olivo sostituisce agrumi e frutteti». In Valle d’Aosta gestire le foreste significa resilienza e opportunità per turismo ed economia del legno.

La maggior parte delle azioni riguarda l’adattamento?

Sì, abbiamo identificato 27 categorie, concentrate su gestione dell’acqua e territorio. Misure pratiche per resistere e andare avanti. Molte regioni puntano su governance centralizzata, dighe e sistemi interconnessi. In agricoltura si opta per le varietà resistenti al caldo. Nelle zone costiere pesca al largo e barriere artificiali per la biodiversità. L’adattamento è diventato una necessità quotidiana.

E la mitigazione nel settore energetico?

Comunità e imprese puntano sulle fonti rinnovabili: fotovoltaico, agrivoltaico, eolico, idroelettrico. Si sperimentano treni a idrogeno e sistemi geotermici. Molto interessanti le comunità energetiche rinnovabili: cittadini che producono e condividono energia pulita localmente. Questo aumenta autonomia e riduce vulnerabilità ai prezzi. La mitigazione passa dall’energia: cambiare come produciamo elettricità è cruciale per gli obiettivi climatici.

Ma adattamento e mitigazione si possono integrare?

Sì, la vera sfida è combinarli. Nelle interviste solo cinque categorie fanno davvero entrambe le cose. Soluzioni multi-funzionali: l’agricoltura conservativa senza aratura mantiene il suolo fertile, riduce degrado e trattiene acqua e carbonio. Le tecnologie intelligenti come irrigazione smart ottimizzano le risorse. La gestione sostenibile delle foreste tutela biodiversità, assorbe carbonio e sostiene l’industria del legno.

Ci sono casi esemplari?

Sì. Un esempio emblematico viene dall’agricoltura in Italia, dove adattamento e mitigazione possono procedere insieme. Pur incidendo relativamente poco sulle emissioni dirette, l’agricoltura è centrale per la resilienza climatica e oggi affronta siccità, parassiti e stagioni sempre più instabili.

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Pratiche come la diversificazione delle colture e una migliore gestione dell’acqua aiutano ad adattarsi, ma incidono anche sulla mitigazione, se si considera che il sistema alimentare globale è responsabile di circa il 30% delle emissioni. La sfida è integrare queste soluzioni con una più ampia strategia di decarbonizzazione in tutti i settori.

Quali sono le condizioni abilitanti per lo sviluppo resiliente?

Anche questo è stato oggetto di ricerca, provo a spiegarlo in maniera schematica. Per la politica e le istituzioni serve una visione chiara che colleghi azioni locali a obiettivi nazionali e globali. Nell’ambito dell’economia e della finanza sono necessarie risorse durature, integrando l’adattamento in bilanci pubblici e fondi europei. Dal punto di vista della formazione e della collaborazione, bisogna lavorare insieme, mettendo in rete amministrazioni, imprese e comunità. Riguardo la cultura e consapevolezza, le persone devono capire che la sfida riguarda tutti. Nell’ambito dell’innovazione e della tecnologia, servono investimenti intelligenti e ricerca su tecnologie emergenti.

E quali, invece, i passi concreti per vincere questa sfida?

Lo sviluppo resiliente si costruisce con politica, risorse, collaborazione, consapevolezza e innovazione. Dai confronti con ministeri e agenzie emerge che bisogna superare la logica a compartimenti stagni. Non servono sempre nuove strategie, ma coordinare quelle esistenti, coinvolgendo cittadini. La cultura locale può diventare leva fortissima. La transizione energetica deve essere graduale: ridurre emissioni senza dimenticare le esigenze sociali, accompagnata da consapevolezza e partecipazione.

Attraverso il coordinamento, l’innovazione e un approccio vicino alle persone, la resilienza climatica è possibile.

Mielizia

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Gaetano Caricato
Gaetano Caricato
Gaetano Caricato è un dottore agronomo e dottore di ricerca in scienze zootecniche. Nato a Potenza, si occupa di temi ambientali da oltre trenta anni. Dai primi studi, intrapresi durante la preparazione della tesi sperimentale, conseguita con lode presso la Facoltà di Agraria dell’Università degli Studi della Basilicata , ha intrapreso la carriera universitaria come tecnico laureato prima e cultore della materia in acquacoltura. Dopo la nascita dei figli, Adriana e Federico, si è trasferito presso l’agenzia regionale per la protezione dell’ambiente della Basilicata (ARPAB), Dipartimento Provinciale di Matera, dove ha svolto sia il ruolo di dirigente ambientale sia quello di collaboratore professionale tecnico esperto. Oggi in ARPAB si dedica agli ecosistemi, all’uso del suolo ed alla biodiversità, sempre guidato dalla sua passione per la natura.
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