Se qualcuno avesse ancora qualche dubbio sulle imbarazzanti dichiarazioni di Wim Wenders, presidente della Giuria al festival del cinema di Berlino, in merito al rapporto tra cinema, ovvero l’arte, e la politica, può approfittare sabato 21 e domenica 22 febbraio della messa in onda su Rai5 di Davide Iodice. Pinocchio e gli altri.

Ovvero il documentario diretto da Felice Cappa sull’ultimo lavoro del regista e drammaturgo napoletano, “Pinocchio. Che cos’è una persona”?
Plauso unanime
Questo breve, intenso e illuminante spettacolo approda finalmente in questi giorni anche a Roma, al Teatro India, dove lo speciale Rai è stato presentato in anteprima e dove lo spettacolo è in scena fino al 22 febbraio, dopo quasi due anni di tournée e unanimi consensi e riconoscimenti, tra cui il premio speciale Ubu 2024 dell’Associazione nazionale critici del teatro e il plauso incondizionato di Willem DaFoe che l’ha fortemente voluto a Venezia nella Biennale Teatro 2025 da lui diretta.
Teatro di vita
«Il teatro è vita, dunque politica, perché si espone, è un grimaldello nella società», sostiene Iodice nel filmato e non si può che sottoscrivere quando, come in questo caso, la creazione artistica diventa laboratorio sociale e tensione etica proprio grazie al medium teatro dei corpi vivi e “extra-ordinari” della sua “Scuola elementare del Teatro conservatorio popolare per le arti della scena”, il progetto di arte e inclusione sociale a partecipazione gratuita ideata e diretta a Napoli dallo stesso Iodice e sostenuta da diverse associazioni.

La scuola diffusa nei quartieri di Napoli
Il laboratorio si sviluppa in diversi luoghi della città moltiplicandovi pratiche di formazione, creatività, socialità, cooperazione ed è il modo in cui Iodice riesce, oggi, a portare rispetto al ragazzo difficile che è stato e ai grandi maestri del teatro che l’hanno trasformato, da Julian Beck a Carmelo Bene, da Grotowski a Leo & Perla che fondarono a Marigliano il “teatro dell’ignoranza”, della provocazione e dell’alterità sociale.
Domande radicali
«Cos’è una persona?», si interroga il titolo dello spettacolo. «Una persona è un problema irrisolvibile», prova a rispondere il maestro quando i tanti Pinocchio che affollano la scena si ritrovano alla scuola della vita a chiedere le domande altissime dei bambini: cosa sono l’amore? Il dolore? E il male? Cosa provano genitori, fratelli, amici, insegnanti quando queste domande arrivano da ragazzi portatori di disabilità fisiche ed emotive?
Per questo i veri protagonisti “bisognosi di cure speciali”, gli otto Pinocchio con gli abiti gialli, il cappello a punta e il naso lungo, hanno lavorato alla creazione dello spettacolo insieme ad una persona prescelta: la mamma, un fratello adottivo, il padre, un’amica. Insieme, nella scena spoglia e nera come il ventre della balena che un giorno inghiotte Geppetto, le coppie danzano, si sfiorano, si ri-conoscono, camminano insieme sui sentieri irti della malattia, della diversità, della solitudine, delle diagnosi. Con ironia, leggerezza, fatica, poesia.
Grillo in croce
Ed è proprio il Grillo parlante ad aprire la rappresentazione, un grillo vanamente sapiente che scandisce lo spettacolo del suo “Cri-Cri” ed è affisso ad una croce, la croce schiacciante dell’onniscienza medica, dei referti, del disamore, dell’estraneità che spesso, troppo spesso, la società intera riserva a tutti loro.

La favola come specchio dell’alterità
La parabola del burattino di Collodi è dunque la metafora perfetta per raccontare il desiderio di trasformazione, le prove esistenziali, lo sconforto e la magia – che belle quelle mamme coraggio con i capelli azzurri della fata Turchina! – che nutrono le vite dei disabili e dei loro familiari, la voglia di essere visti al di là della neurodivergenza o dei tratti somatici che etichettano e pre-giudicano.
Sogni oltre le bugie
E se nel primo girotondo mamme e fratelli raccontano tutte le bugie e le delusioni cui sono destinati («Avrai la macchina e la patente per viaggiare con i tuoi amici», «Ti sposerai e avrai dei figli», «Tutti riconosceranno il tuo talento musicale»…), nel finale sono loro, Carlo e Chiara, Stefano, Ariele e gli altri, a raccontarci i loro sogni: un viaggio in Giappone, una fidanzata, scrivere un libro…

Drammaturgia condivisa
Il testo nasce da una tessitura di improvvisazioni e attività collettive in una drammaturgia costruita insieme, gli interpreti con disabilità e attori normodotati che cercano in questa possibilità l’intensità che spesso nel teatro non si trova più.
«Pinocchio e la compagine simbolica della favola incarnano le caratteristiche di un’adolescenza incomprensibile e incompresa – spiega Iodice – nel cui tormento si specchia una società di adulti in rovina».
La domanda che resta
Ce lo mostra il quadro più dolente dello spettacolo, nato dallo scavo drammaturgico e scenico sulla «domande delle domande», quella che Geppetto si chiede nel libro dal ventre della balena e quella che incombe su tutti i ragazzi disabili e i loro cari: «E dopo?».
Oltre il domani
Dopo, quando la fata giace morta nel letto, al ciuchino-Pinocchio non resta che vorticare e ansimare, percorrendo chilometri di passi nella propria prigione, denunciando il senso di esibizione continua, la fatica estenuante di non essere mai all’altezza degli altri.

E lo sgomento di un futuro in cui la vera magia sarà quella, dice una mamma, di accogliere, di accettare, di non fare domande, di vivere un tempo pieno di significato che stanca e riempie.


















