“Fu Fra Giovanni semplice uomo e santissimo ne’ suoi costumi… Fu umanissimo e sobrio; e castamente vivendo, da i lacci del mondo si sciolse, che chi fa queste cose di Cristo, con Cristo deve stare bene. In somma fu in tutte l’opere e i ragionamenti suoi umilissimo e modesto, e nelle sue pitture facile e devoto; et i santi che egli dipinse hanno più aria e somiglianza di santi, che quegli di qualunche altro”, racconta Giorgio Vasari di Guido di Pietro, ovvero Fra Giovanni da Fiesole.

Ovvero il “dipintore” che immediatamente dopo la sua morte, nel 1455, a circa sessant’anni divenne per tutti il “Beato Angelico”.
Il nuovo omaggio di Firenze
A settant’anni dalla monografica del 1955 che lo riscoprì, consegnando al mondo non l’ultimo dei pittori gotici, ma uno dei precursori del Quattrocento fiorentino e del primo Rinascimento, Firenze torna a rendere omaggio all’umile domenicano che “aveva per costume non ritoccare, né raccorciar mai alcuna sua dipintura, ma lasciarle sempre in quel modo che erano venute la prima volta, per creder (secondo ch’egli diceva) che così fusse la volontà di Dio”.

Esperienza monumentale
Monumentale è dunque la mostra “Beato Angelico” allestita da Carl Brandon Strehlke, curatore emerito del Philadelphia Museum of Art, con Stefano Casciu (Direttore regionale Musei nazionali Toscana) e Angelo Tartuferi, (già Direttore del Museo di San Marco) in un percorso che si snoda tra il Museo San Marco e Palazzo Strozzi per accompagnarci idealmente dal convento dove l’artista visse e lavorò dedicando la sua arte ai confratelli fino alle tappe più significative della sua carriera, ricca di committenti importanti come i Medici e due pontefici, Eugenio IV e Niccolò V.

Quattro anni di ricerca
Monumentale e irripetibile, poiché raccoglie come frutto di oltre quattro anni di ricerca e progettazione 140 opere fra dipinti, sculture, miniature e disegni pervenuti da oltre settanta prestigiose istituzioni (dal Louvre al MoMa di New York, dall’Alte Pinakothek di Monaco alla National Gallery di Washington, dal Rijksmuseum di Amsterdam a molte biblioteche e collezioni italiane e internazionali, chiese e istituzioni territoriali) e ben 28 iniziative di restauro che dei capolavori in esposizione hanno consentito nuove scoperte e il recupero della straordinaria vivezza cromatica e narrativa.
Tra questi, la ricostruzione anche grafica di diverse Pale d’altare tra cui spicca quella di San Marco, commissionata da Cosimo de’ Medici per l’altare maggiore della chiesa omonima, smembrata in epoca napoleonica e che vede qui riunite, per la prima volta dopo oltre trecento anni, diciassette delle diciotto parti dell’opera giunte da musei di tutto il mondo.

Un’esperienza di luce e serenità
Se già più di 130mila visitatori hanno risposto al richiamo di Beato Angelico, c’è da immaginare che entro il 25 gennaio, data di chiusura dell’evento, complici anche le festività, la mostra raggiungerà cifre record. E ne varrà la pena, poiché questo appuntamento è davvero un’occasione eccezionale per immergersi, per qualche ora almeno, a dispetto dei rumori e fulgori sintetici che accompagnano ormai il Natale e le notti sante, nella serenità rarefatta e luminosa delle sue Madonne, nella nudità silenziosa delle crocifissioni che impreziosiscono le celle del suo convento, nella purezza del suo sguardo, nella beatitudine della luce che impregna e vivifica ogni sua opera.
Museo San Marco, tappa iniziale
Date le due sedi, meglio iniziare la visita da San Marco dove fra Giovanni da Fiesole arrivò intorno al 1440, dopo la grande ricostruzione del Michelozzo sponsorizzata da Cosimo de’ Medici, che sottrasse il convento ai silvestrini per donarlo all’ordine dei domenicani. Cosimo, grande mecenate dell’artista e profondamente devoto, aveva in San Marco una sua cella dove si ritirava per meditare e pregare, l’unica decorata con il blu dei lapislazzuli.
Giovanni da Fiesole aveva preso i voti intorno ai vent’anni, insieme al fratello Benedetto, dimostrando presto una straordinaria capacità artistica che venne indirizzata inizialmente verso la miniatura. In mostra, nella biblioteca del Museo, sono infatti visibili alcuni suoi meravigliosi Libri delle ore.

La spiritualità nell’arte di Fra Giovanni
Per alcuni anni, prima della chiamata a Roma, fra Giovanni si dedicò anima e corpo ad affrescare il suo convento e qui ogni opera è un messaggio e un inno alla sacralità della vita religiosa. È qui che fra Giovanni, in contatto con i più importanti intellettuali e artisti dell’epoca e perciò assoluto protagonista della rivoluzione culturale e sociale in atto, diventa il pittore “Beato Angelico”, colui che dipinge la spiritualità così come il suo illustre confratello Tommaso d’Aquino, così spesso protagonista dei suoi affreschi, era il “Dottore Angelico” della saggezza teologica.
Dai chiostri alle predelle
Dal San Domenico in adorazione del Crocifisso che ci accoglie nel chiostro alla Crocefissione del refettorio, dalla celeberrima Annunciazione che accoglieva i confratelli in cima alle scale ad ognuno degli affreschi delle celle, così essenziali nei colori e nel segno, arriva la testimonianza di un artista talentuoso e umile, votato alla celebrazione della profonda armonia del creato.

Palazzo Strozzi e la maestria dell’azzurro
Seconda tappa, Palazzo Strozzi, con le sale dipinte nell’azzurro cielo del pittore (“Dipingo ispirandomi alla volta celeste del Paradiso”, soleva dire sorridendo) che testimoniano lungo il percorso tutta la sua maestria, il rapporto con altri artisti, la fondamentale influenza sull’arte rinascimentale tutta. Nella prima sala è la monumentale Deposizione cui Beato Angelico lavorò nel 1443, ereditata da Lorenzo Monaco e opera di profonda inventiva intellettuale, dove la costruzione geometrica dei piani (orizzontali, verticali e il corpo diagonale del Cristo) e la prospettiva sono non esercizi di stile ma devozione verso il momento solenne del gesto.

Scolaresca in contemplazione
Proseguiamo con il Giudizio universale (1425-28) con la modernità delle tombe rovesciate e i due emisferi di dannazione e beatitudine che si rispecchiano; il volto emaciato del Cristo Re dei Re e le Crocefissioni sagomate, le molte Madonne sul Trono (di Cortona, Perugia, Fiesole) circondate di santi e martiri e le Madonne umili, sedute a terra, immortalate nei gesti affettuosi e intimi del Bambino che le accarezza il volto, il cuore.
Un’intera scolaresca di adolescenti ha sostato – giustamente – oltre mezz’ora davanti alla Pala di San Marco, vero fulcro della mostra, con le 17 predelle a coronare la Madonna assisa che abita uno spazio di luminoso silenzio in cui ogni corpo, ogni pennellata, ogni colore sembra davvero emanare luce interiore. Un’opera altissima, che sintetizza la lezione di Giotto con la raffinatezza dell’altro frate pittore, Filippo Lippi, un’opera che richiede e suggerisce silenzio, sosta, meditazione.

La semplice onestà dell’arte
E forse sono la semplicità e l’onestà dell’arte di Beato Angelico che ancora ci conquistano. La sapienza narrativa delle sue predelle, ricche di dettagli e di storie, e di quel capolavoro che è l’Armadio degli argenti, anch’esso in mostra, commissionato da Piero de’ Medici; la forza espressiva dei dannati del Giudizio universale come la soavità dei suoi angeli musicanti.
La sua pittura come risultato tangibile di una verità esistenziale, di un’adesione totale al divino che diviene lo splendore dei rossi e dei blu, la trasparenza degli incarnati, la meraviglia di una luce celestiale.
Opere in cielo
“Non mi sia lode perché ero considerato un secondo Apelle, ma perché, o Cristo, ho dato tutti i miei guadagni ai tuoi: le prime opere infatti rimangono in terra, ma le seconde sono in cielo. Nacqui nel fiore della Toscana, mi prese l’Urbe” si legge sull’epitaffio scritto da Lorenzo Valla.

Per chi vuole coronare il tour “angelico”, oltre agli affreschi in Vaticano, la sua tomba monumentale è a Santa Maria sopra Minerva.
Per saperne di più
Beato Angelico
Fondazione Palazzo Strozzi e Museo di San Marco
Firenze
Tutti i giorni 10.00-20.00
Giovedì fino alle 23.00
Fino al 25 gennaio
www.palazzostrozzi.org


















