Leonora Carrington, tra ecofemminismo e alchimia domestica. A Milano la mostra

La preziosa retrospettiva di Palazzo Reale restituisce una figura radicale del Novecento, capace d'intrecciare arte, mito e visione critica del mondo. Trasformando l’esperienza individuale in una pratica di libertà e resistenza
17 Dicembre, 2025
3 minuti di lettura

Milano accoglie, negli spazi di Palazzo Reale, la prima ampia retrospettiva italiana dedicata a Leonora Carrington, pittrice, scultrice, scrittrice, drammaturga e – last but not least – pioniera del pensiero femminista ed ecologista. La mostra, curata da Tere Arcq e Carlos Martín, ne riabilita la statura intellettuale, sottraendola all’ombra ingombrante del surrealismo maschile.

Ed evidenzia la sorprendente attualità della sua opera, capace di mescolare sogno e realtà, magia e politica, mito e psicologia.

Eroina in metamorfosi

Nata tra le nebbie post-vittoriane del Lancashire e rinata sotto il sole elettrico del Messico, Leonora Carrington (vissuta tra il 1917 e il 2011) ha attraversato il Surrealismo non come una musa (“Ero troppo occupata a fare arte – si legge all’entrata del bell’allestimento meneghino – quindi non avevo tempo per essere la musa di nessuno”) , ma come un’eroina in perenne metamorfosi, trasformando l’esilio in un regno di magia e libertà.

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L’Italia è stata una tappa decisiva nella sua formazione; in particolare, nella Firenze dei primi anni Trenta ha saputo consolidare la sua decisione di dedicarsi all’arte e assorbire influenze pittoriche essenziali, che rimarranno sempre nel suo immaginario, come quelle dei pittori del Trecento e del Quattrocento.

Un viaggio poetico e politico

Attraverso le sei sezioni tematiche (L’inizio di un Grand Tour dentro la vita; La sposa del vento; Spaesamento; Il viaggio dell’Eroina; L’oscurità luminosa; La cucina alchemica), l’esposizione permette a visitatrici e visitatori di approfondire il suo corpus poetico e, allo stesso tempo, di raggiungere quei territori in cui la sua coscienza radicale hanno fatto dell’arte non semplice rappresentazione, ma un atto di resistenza ecofemminista.

Foto: Vincenzo Bruno

La soglia dell’alchimia domestica

L’opera di Carrington abita una dimensione in cui il domestico svela una nuova dimensione. In composizioni magistrali come Grandmother Moorhead’s Aromatic Kitchen del 1974, ad esempio, la cucina smette di essere il perimetro della costrizione per farsi laboratorio di trasmutazione. Tra vapori e ingredienti ancestrali, si consuma una liturgia silenziosa: la donna, sacerdotessa della materia, è capace di manipolare gli elementi in una sorta di riappropriazione del proprio potere fin qui negato. È un’autonomia che non cerca il conflitto, ma si nutre di una conoscenza profonda e “altra”, radicata nei saperi proibiti e nella cura del mondo vegetale e animale.

Il corpo come paesaggio

Il cuore dell’esposizione pulsa attorno al trauma dell’internamento psichiatrico a Santander, in Spagna: un’esperienza che Carrington trasfigura da abisso clinico a risveglio ontologico. «Il mio corpo era il luogo in cui avvenivano i miracoli… ero diventata un elemento della terra, un pezzo di materia universale» scrive in Down Below (Giù in fondo, edito in Italia da Adephi, 1979), piccolo libro di un’intensità ammaliante dove la sua prosa si fa carne, descrivendo una fusione mistica tra la sofferenza fisica e la vibrazione della terra.

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Per l’artista, d’altronde, il corpo femminile non è un oggetto di desiderio, ma un’estensione del paesaggio, un’entità porosa in cui il dolore si converte in creatività politica e la resistenza diventa una forma di sacralità laica.

Foto: Vincenzo Bruno

Ibridi e armonie non umane

L’estetica carringtoniana è dominata da una figurazione che sfida l’antropocentrismo. Le sue creature sono innesti di regni diversi — donne-iene, fanciulle-albero, saggi pennuti — che popolano tele dove la gerarchia specista è abolita a favore di un’armonia universale. Queste figure ibride sono le sentinelle di un’ecologia dell’anima, dove l’integrazione degli opposti e il rispetto per ogni essere non sono astrazioni ideologiche, ma necessità vitali.

Una profezia contemporanea

La retrospettiva milanese, attraverso oltre 60 opere che includono dipinti carichi di una tensione onirica e documenti d’archivio, restituisce l’immagine di un’artista che ha saputo abitare l’oscurità per estrarne una luce nuova. Leonora Carrington appare oggi come la profetessa di un matriarcato dello spirito, dove l’immaginazione rimane l’ultima, estrema difesa contro la predazione del mondo.

Foto: Vincenzo Bruno

Un manifesto ritrovato

Da segnalare il catalogo edito da Electa, che raccoglie i contributi dei curatori Carlos Martín e Tere Arcq insieme a quelli di studiosi internazionali e comprende un omaggio all’artista: la ripubblicazione del suo testo Female Human Animal. Breve ma dirompente, il brano rappresenta un manifesto sulla questione dell’identità femminile e un atto d’accusa alle convenzioni patriarcali. Con sarcasmo e ironia e con tono aforistico e surreale, Carrington smonta stereotipi e ruoli prestabiliti, restituendo così l’immagine di una donna fluida e inafferrabile, forza creativa ed energia trasformativa.

Leonora Carrington, Grandmother Moorhead’s Aromatic Kitchen, 1974, Foto: Siae

La mostra Leonora Carrington, dopo Milano, viene presentata a Parigi al Musée du Luxembourg, dal 18 febbraio al 19 luglio 2026.


Per saperne di più

Leonora Carrington
A cura di Tere Arcq e Carlos Martín.

Mielizia

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Francesca Romana Buffetti
Francesca Romana Buffetti
Antropologa sedotta dal giornalismo, dirige dal 2015 la rivista “Scenografia&Costume”. Giornalista freelance, scrive di cinema, teatro, arte, moda, ambiente. Ha svolto lavoro redazionale in società di comunicazione per diversi anni, occupandosi soprattutto di spettacolo e cultura, dopo aver studiato a lungo, anche recandosi sui set, storia e tecniche del cinema.
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