«Quello dei cantastorie è un sapere quanto mai utile a fronteggiare i mali della modernità, a conoscere le cose che ci vengono nascoste da un’informazione sempre più appiattita nel grigiore “trasparente” degli schermi, a smontare verità precostituite e imposte. E soprattutto a ritrovare nelle voci e negli sguardi delle persone la fonte come la forza popolare che rende ogni storia tale».
Mauro Geraci (Palermo, 1962) è una figura preziosamente eccentrica nel panorama artistico e intellettuale italiano. Il suo percorso ultradecennale da interprete di un’antica (ma allo stesso tempo attualissima, sottolinea lui) pratica culturale, quella dei cantastorie, s’intreccia con la ricerca accademica come docente di Antropologia culturale all’Università di Messina. Attraverso i suoi studi spazia dalla poesia popolare del nostro meridione alla ricollocazione nella modernità delle narrazioni orali, fino all’osservazione ravvicinata dell’Albania contemporanea, con il fermento letterario e la sfida identitaria che la caratterizza. E con le sue ballate, sprezzanti e irriverenti, cuce come un sarto sapiente le questioni ambientali e i fatti di cronaca, i valori dell’antimilitarismo e le memore ancestrali delle comunità.
L’incontro con il pubblico romano
Il pubblico romano potrà conoscerlo durante Settimo poesia, l’open mic poetico che Saperenetwork organizza sabato 13 (ore 17.00 – 19.00) al caffè letterario “Mangiaparole” come edizione invernale dei Poetry Village.

E con questa intervista Geraci ci racconta le ragioni di questo suo impegno, caratterizzato anche da una forte ispirazione civile.
Perché questa passione da parte sua verso le “storie cantate”, com’è avvenuto il suo incontro con questa forma d’arte?
È una passione che ha radici lontane, come racconto nella ballata Io, cantastorie. I cantastorie li ho conosciuti da bambino: mio padre, Giuseppe, era critico musicale e teatrale al Giornale di Sicilia di Palermo. Portava a casa montagne di dischi e spesso andavo con lui ai recital di Ciccio Busacca, Ignazio Buttitta, Rosa Balistreri, Franco Trincale. Poi nel ‘72 ci siamo trasferiti a Roma e lì, crescendo, ho cominciato a seguire i poeti-cantastorie più da vicino, contattandoli, conoscendoli direttamente, appropriandomi delle loro tecniche comunicative, dei loro saperi.
Soprattutto del gusto dei contrasti, delle doppie morali che si celano in ogni vicenda umana, del loro sforzo di condurre il pubblico delle piazze a svelare le grandezze nascoste nelle storie più piccole sapendole “guardare da una certa distanza”, direbbe Verga. E immedesimandosi, allo stesso tempo, nei suoi personaggi, nei dilemmi, nelle difficili scelte che si celano in ogni situazione.
Fra le basi della sua formazione civile oltre che artistica, c’è il grande poeta siciliano Ignazio Buttitta. Qual è la lezione a oggi di questo fondamentale interprete delle lotte sociali e politiche nella Sicilia del dopoguerra?
La prima lezione che Ignazio Buttitta ancor oggi ci dà è quella dell’ascolto. L’ascolto come premessa indispensabile per trasformare in poesia e musica i lamenti, i rancori, i drammi delle persone che, in questo modo, con una grande riflessione di piazza, possano rendersi meglio conto dei motivi, dei poteri, degli inganni che stanno alla base. Buttitta, come del resto nell’incipit del suo capolavoro U rancuri. Discorso ai feudatari, iniziava spesso i suoi recital domandando ripetutamente al pubblico: “Chi mi cuntati?”. Il poeta non canta ciò che vuole e che non interessa a nessuno ma ciò che, soprattutto gli uomini più “piccoli”, gli confessano, raccontano, rivelano.
E la seconda?
È una lezione altissima, omerica, vale a dire l’idea che il poeta sia una voce al servizio del popolo, dei “più piccoli” direbbe San Matteo, dei “muti” o dei “vinti” direbbero Manzoni e Verga. Un poeta che tanto più acquista autorità popolare quanto più sa svestirsi della sua personalistica, romantica autorialità.

Ma l’arte del cantastorie interessa ai giovani? E quali forme sta assumendo in un’epoca segnata da una profonda trasformazione dei modelli di comunicazione?
Certo, li interessa e molto, non appena riescono a comprenderne la portata critica, superando gli stereotipi folkloristici, etnicisti o arcaicizzanti di cui spesso vengono purtroppo vestiti, i cantastorie vengono enormemente apprezzati dai giovani. Ho avuto modo di verificarlo in tantissime occasioni: ultima quella dei ragazzi del liceo artistico “Mario Rapisardi” di Paternò, a Catania che, lo scorso settembre, in un laboratorio che assieme a Francesca Busacca, la presidente dell’associazione culturale “Cantastorie Busacca”, ho svolto sulle tecniche comunicative e conoscitive dei cantastorie.
Hanno ideato, composto e raffigurato in un bellissimo cartellone, Vita di Giulia, una ballata potentissima dedicata alla povera Giulia Cecchettin, vittima emblematica della più attuale stagione femminicida. All’interesse dei giovani contribuisce anche la presenza di nuovi cantastorie. Tra questi ricordo solo Giacomo Sferlazzo, bravissimo artista impegnato nel sociale, soprattutto in un crocevia particolare come quello di Lampedusa.
Già nel suo “Le ragioni dei cantastorie. Poesia e realtà nella cultura popolare del Sud” del ’96 lei si interrogava sulla funzione del poeta nella narrazione del reale. Si può dire allora che il cantastorie sia anche un poeta?
Molto spesso i cantastorie sono anche poeti. Altre volte i cantastorie portano in piazza storie, ballate e cuntrasti scritti per loro da altri pueti. Penso, ad esempio, ai testi scritti da Turiddu Bella per Orazio Strano e Franco Zappalà o a quelli di Ignazio Buttitta per Cicciu Busacca: come il celebre Lamentu pi la morti di Turiddu Carnivali o Lu trenu di lu suli sul disastro di Marcinelle. Si tratta, in ogni caso, di una poesia che deve avere due caratteristiche fondamentali. La prima è quella di sapersi combinare all’interno del prisma mediatico che tra oralità, scrittura, stampa, canto, suono, recitazione, pittura e teatralità contraddistingue lo spettacolo dei cantastorie. La seconda è quella di sapersi piegare a rappresentare, esprimere ed esplorare i vari punti di vista etici e sentimentali che si scontrano in ogni umana vicenda. In questo senso il cantastorie è un poeta. Altrimenti, nel senso romantico del termine, no. Su questo parla, altissima, la nota poesia di Buttitta Non sugnu pueta.
Un altro suo fondamentale interlocutore è Franco Trincale: il cantastorie oggi novantenne, originario anche lui della Sicilia ma trapiantato a Milano, che accompagnava negli anni Settanta con le sue ballate il movimento operaio e che ha raccontato in piazza Duomo i fatti di Mani pulite. Siete ancora in contatto?
Franco Trincale per me è un secondo padre, anche perché è stato mio padre a farmelo conoscere nel lontano 17 luglio 1970, al celebre festival “Palermo Pop ‘70”, nel quale Trincale cantava La ballata del Pinelli oppure Nixon boia sulla guerra in Vietnam… Gli chiusero i microfoni nello stadio gremito di ottantamila giovani, poi risalì sul palco quasi a mezzanotte abbracciandosi con Duke Ellington. Fu mio padre a regalarmi, da ragazzo, Le ballate di Franco Trincale pubblicato nel 1970 dalla Feltrinelli. Trincale poi è diventato ed è il mio maestro. Lui mi ha insegnato che si può dire tutto, in modo graduale, sperimentale… Mi faceva cantare in Piazza Duomo al suo fianco ed era difficile cantare in piazza, a Milano nell’era Berlusconi.
Abbiamo fatto tantissime cose assieme, nelle università, nelle scuole, nelle piazze, nei festival, in Svezia al Musikmuseet. Sono sempre in contatto con lui. È un rapporto che non finirà mai. Tra le ultime produzioni, ricordo la recente raccolta di poesie e disegni Pensu. Chiudu l’occhi e scrivu, che si può scaricare gratuitamente dal sito dell’editore Strade Bianche di Stampa Alternativa. E il film Metamorfosi di un cantastorie, uscito per la regia di Claudio Bernieri e con la consulenza del sottoscritto insieme a Claudio Piccoli e Tiziana Oppizzi dell’Associazione cantastorie on line, in occasione dei suoi novant’anni.

Come sta vivendo questa fase così delicata della vita, lui che era abituato alle piazze?
Oggi Franco ha scelto di ricoverarsi in forma leggera in una Rsa di Milano per stare sempre vicino alla moglie Lina, da anni purtroppo malata di Alzheimer. E Trincale ha trasformato questo “luogo di fine vita” in un luogo d’inizio, anzi di rinascita dell’arte del cantastorie: la sua stanzetta è un museo, da lì riceve giovani, partecipa, organizza concerti e iniziative… Insomma, senza l’enorme e rischioso lavoro svolto da Trincale, sin dagli anni Sessanta voce di operai, emigranti e studenti, oggi i cantastorie non esisterebbero.
Tornando alle sue ispirazioni da artista, quali sono i temi che oggi la stimolano come cantastorie, quali le urgenze su cui le sembra utile prendere la parola?
Sicuramente i grandi temi legati all’imperversare delle mafie, delle guerre, delle violenze specie sulle donne, dei disastri ambientali, del covid e delle malattie del “benessere”… Il mio ultimo disco o, meglio, la mia ultima chiavetta usb, s’intitola L’insostenibile leggerezza dell’app, che riprende il titolo del grande romanzo di Kundera e raccoglie su questi temi trenta ballate scaricabili anche gratuitamente dal mio sito geracicantastorie.it. Una decina sono dedicate ai grandi danni conoscitivi e socioculturali provocati dallo smartphone.
Ascolta la ballata antimilitarista di Mauro Geraci
Possiamo strapparle un parere, da antropologo, sul progetto del ponte sullo Stretto?
Il ponte sarebbe la fine, più che dell’isola, della Sicilia, con la sua unica bellezza mitica e metaforica evocata da Sciascia. Il ponte, a mio avviso, conclama la catastrofe storica, politica, economica, urbanistica, ambientale, mitica della “postmodernità” e, in questo senso, lo vedo come ultimo, tragico anello d’una catena di ponti maledetti e diabolici così, del resto, decantati dalle grandi letterature euromediterranee: da quelle folkloriche del ponte di Arta in Grecia e di Scutari e Berat in Albania a quelle dei ponti mortali o “code del diavolo” studiati dagli antropologi Alfonso Maria Di Nola e Luigi Maria Lombardi Satriani.
Per non parlare della prepotenza mafiosa, devastante e invasiva dei ponti che separano ciò che le acque della natura uniscono, descritti dalla letteratura balcanica, come in Il ponte sulla Drina di Ivo Andrić o Il ponte a tre archi di Ismail Kadare. Insomma, per parafrasare anche Ernesto de Martino, credo che il mondo sia stretto: può fondarsi solo sul rispetto delle distanze, delle diversità, degli attraversamenti, del dialogo e il ponte, a mio avviso, uccide tutta l’universale dialettica dello Stretto e dei suoi eroi, Ulisse, Colapesce fino a ‘Ndria Cambria, protagonista del capolavoro di Stefano D’Arrigo, Horcynus Orca, di cui quest’anno ricorrono cinquant’anni dalla prima pubblicazione. Per questo e altro ancora considero il ponte sullo Stretto impensabile, insopportabile.
La tradizione dei cantastorie rappresenta anche un modo per restituire voce a chi di solito non ce l’ha. Chi sono oggi quelli che non hanno voce?
Credo che quelli che oggi non hanno voce siano soprattutto i ragazzi. Ragazzi che, perfino i segretari dell’università, oggi chiamano “utenti” e non “studenti”, decurtandoli a priori d’ogni potenzialità creativa se non rivoluzionaria che ogni studente dovrebbe avere, direi per definizione. Secondo me oggi quelli che non hanno voce, schiacciati come sono, direbbe il grande sociologo Jean Baudrillard, dalla trasparenza del male, sono proprio gli uomini e donne che non si rendono conto d’essere stati ridotti a user, utenti, profili, aree riservate, numeri di “id” sempre più tracciati, monitorati, spiati, commercializzati, svenduti.
Ed è a loro che il poeta-cantastorie credo debba rivolgersi, nel tentativo di farli uscire dalle gabbie schermate, dai social dove tutto è già costruito, incasellato, dato dall’alto. Nel tentativo d’infondere ancora il gusto della piazza, della “piazza che fa scuola”, come recita il titolo di un cd, A chiazza fa scola, che ho realizzato con Trincale nel 2000. E ancora, il piacere dell’agorà come luogo pubblico, vivo, fisico della riflessione ed invenzione collettiva.

Un luogo nel quale sia possibile riappropriarsi di parole, gesti, suoni, sguardi, intese, abbracci popolari che sono indispensabili, direbbe Buttitta, a “torciri” il corso della storia.

















