Fabio Brescacin rappresenta una delle figure più autorevoli e influenti nel panorama dell’agricoltura biologica italiana. Presidente di EcorNaturaSì, gruppo leader nella distribuzione di prodotti biologici, biodinamici e naturali, è stato protagonista di una rivoluzione silenziosa ma decisiva nel settore agroalimentare, capace di coniugare innovazione imprenditoriale e rigore etico in un modello di economia sostenibile e responsabile. Dal 1979, anno in cui si laurea in agraria, ha avviato un percorso pionieristico, fondando esattamente quarant’anni fa, nella sua Conegliano (Tv), “Ariele”: uno dei primi negozi italiani dedicati esclusivamente agli alimenti biologici, prima di dare vita a Gea ed Ecor, realtà cardine nella diffusione e distribuzione di prodotti naturali e biodinamici.
Una rete per la sostenibilità
La sua visione si è ulteriormente rafforzata con la fusione strategica nel 2009 tra NaturaSì ed Ecor, da cui nasce appunto EcorNaturaSì, oggi una rete articolata che comprende oltre trecento aziende agricole certificate, oltre 350 punti vendita specializzati e 1.500 dipendenti, un ecosistema virtuoso che unisce produttori, consumatori e comunità in una filiera trasparente e rispettosa dell’ambiente. Brescacin non si limita a guidare un’impresa: promuove un modello che riflette un profondo impegno verso la formazione, la cultura agricola e la salvaguardia del territorio.

Una testimonianza, la sua, di grande valore, per riflettere sul ruolo cruciale del cibo come elemento di connessione tra salute individuale, comunità e Pianeta.
Lei è stato tra i pionieri del biologico in Italia. Qual è stata la scintilla che l’ha spinta verso questo modello agricolo e imprenditoriale, in un’epoca nella quale era ancora poco compreso?
Studiavo agraria a Padova e durante le visite in azienda mi capitava spesso di trovarmi in luoghi tristi, poco vitali. Non ero affatto entusiasta all’idea che il mio futuro potesse svolgersi in ambienti del genere. Poi per caso, anche se il caso forse non esiste, mi capitò di visitare un’azienda biodinamica in Carinzia, in Austria, poco prima della laurea.
Fu una rivelazione: scoprii che esisteva un altro tipo di agricoltura, che già allora aveva cinquant’anni, oggi oltre cento, quella biodinamica. Quell’approccio mi entusiasmò profondamente. Capii che quella era la strada giusta: un’agricoltura in armonia con la natura, che non la avvelena, e che offre un cibo realmente sano, non contaminato.
Nel corso degli anni, Naturasì ha costruito una rete solida tra produttori, distributori e consumatori. Qual è, secondo lei, la chiave per far dialogare etica, economia e agricoltura in modo armonico?
Ci proviamo ogni giorno. Siamo partiti da un piccolo negozio, nato come cooperativa di consumatori, a cui poi si è affiancata una cooperativa agricola. Da oltre quarant’anni lavoriamo per costruire un dialogo autentico tra chi produce e chi consuma. Credo che sia non solo possibile, ma necessario. Il consumatore ha bisogno di un cibo sano, e questo può offrirlo solo un agricoltore che lavora con rispetto. Ma l’agricoltore, a sua volta, ha bisogno di essere riconosciuto e sostenuto da chi acquista i suoi prodotti, anche attraverso un giusto prezzo. Credo nell’intelligenza e nella consapevolezza delle persone: dobbiamo costruire una comunità tra produttori, consumatori e chi, come noi, svolge un ruolo di intermediario. Questa è etica, ma non intesa come un “volemose bene”: è un modo corretto, sano e giusto di fare economia. Un’economia che non si fonda sul profitto di uno a scapito dell’altro, ma su un equilibrio che tenga conto delle esigenze di tutti.

La biodinamica è spesso oggetto di critiche. In che modo può rappresentare un’evoluzione della sostenibilità agricola e non solo una tecnica produttiva?
La biodinamica è la prima forma di agricoltura agroecologica. Nasce nel 1924, prima ancora che la chimica invadesse i campi. Alla base c’è una visione profonda, armonica, del rapporto tra uomo e natura. Da lì sono nate tutte le altre forme di agricoltura ecologica: il biologico, la rigenerativa, la permacultura…
Oggi, forse, non abbiamo ancora compreso fino in fondo il valore della biodinamica, e per questo spesso viene criticata. Ma nella pratica, le aziende biodinamiche sono tra le più avanzate: curano il suolo, tutelano la biodiversità, rispettano il benessere animale. È un’agricoltura che si prende cura della natura, delle piante, degli animali, delle persone a cominciare da chi lavora la terra, fino a chi consuma i suoi frutti.
I giovani sembrano sempre più sensibili al cambiamento climatico e al rispetto per la terra. Che messaggio si sente di rivolgere a chi vuole avvicinarsi all’agricoltura biologica?
È vero, i giovani sono molto più sensibili, ed è giusto così: saranno loro a vivere su questo pianeta, ed è nel loro interesse che resti sano e vitale. A volte, però, non è chiaro che uno dei modi più concreti per prendersi cura della Terra è attraverso una sana agricoltura. Chi vuole davvero essere ecologista deve sostenere un’agricoltura rispettosa. Come? In primo luogo scegliendo di mangiare cibo sano, perché acquistare prodotti coltivati in modo sano significa sostenere chi li produce. In secondo luogo, impegnandosi attivamente: ci sono tanti giovani che vogliono tornare in campagna, lavorare la terra, e noi dobbiamo trovare il modo di sostenerli, perché oggi non è semplice. Il costo dei terreni, le difficoltà economiche… sono tanti gli ostacoli. Ma è una sfida importante: dare ai giovani accesso alla terra, non necessariamente come proprietà, ma come opportunità concreta di lavoro e di vita, è uno dei grandi compiti che ci attendono.

Come vede il futuro del cibo in Italia e in Europa, considerando la crisi ambientale, la transizione ecologica e le sfide della grande distribuzione?
Il futuro del cibo è molto incerto. Oggi diamo per scontato che ci sarà sempre cibo sugli scaffali, che con pochi euro potremo sempre comprare pane, pasta, verdura… Ma non è così. L’agricoltura è in grande difficoltà. Da un lato ci sono i cambiamenti climatici, che rendono imprevedibili le stagioni e i raccolti. Dall’altro, una crisi economica che porta molti agricoltori ad abbandonare i campi, soprattutto nelle aree marginali. Oggi l’Italia – e l’Europa – non sono autosufficienti dal punto di vista alimentare. E questa è una situazione molto preoccupante. Sostenere l’agricoltura significa promuovere una produzione sana, corretta, rispettosa. Perché a tutto possiamo rinunciare, tranne che al cibo.
Qual è il ruolo della cultura, intesa come consapevolezza, educazione e stili di vita, nel cambiamento dei consumi e nella diffusione di un’agricoltura più rispettosa della terra?
La cultura è fondamentale. È il vero motore della vita, e anche dell’economia. Le mie scelte di consumo, i miei investimenti, le direzioni che do alla mia vita dipendono dalla cultura che ho dentro di me. Il cambiamento, se lo vogliamo davvero, può avvenire solo attraverso una trasformazione culturale, che poi generi anche un cambiamento economico. L’economia è mossa dal consumo, non dalle multinazionali. Sono i singoli individui, con le loro scelte, a muovere l’economia. E ogni scelta è il riflesso di una cultura personale. Se nutriamo una cultura ecologica, orientata alla sostenibilità, a uno stile di vita più consapevole, allora potremo cambiare davvero qualcosa.

La cultura è l’unico vero punto di partenza per trasformare il nostro modello economico e migliorare le condizioni di vita delle persone.


















