Come sfameremo dieci miliardi di persone nel 2050? Con la popolazione mondiale che continua a crescere, la minaccia dell’insicurezza alimentare viene usata come leva per aumentare la produzione di cibo. Siamo ossessionati dalla produzione, che diventa così sempre più intensiva.
In realtà, la domanda giusta sarebbe: come nutrire il Pianeta in modo sano e sostenibile?
Un viaggio nello spazio e nel tempo
A dare alcune risposte è “How to Feed the Planet” (Italia, 2026), nuovo documentario di Francesco De Augustinis. Un viaggio intorno al mondo, nello spazio e nel tempo, che fa luce sugli squilibri dell’industria alimentare globale, legati a conflitti, disastri ecologici e disparità fra le persone, e invita a riflette su come sia possibile assicurare cibo a tutti e tutte senza distruggere popoli ed ecosistemi. «Ci si preoccupa di come aumentare la produzione per dare da mangiare alle persone. Dovremmo invece capire come usiamo male le risorse, ripensare i nostri consumi e costruire un modello sufficiente per i bisogni alimentari e in linea con i limiti ecologici», spiega il regista.

Indagini sull’industria del cibo
Presentato per la prima volta al Festival delle Terre, rassegna di documentari indipendenti su ambiente, agroecologia e diritti realizzata dal Centro Internazionale Crocevia, “How to Feed the Planet” chiude il cerchio sugli aspetti della produzione alimentare indagati nei precedenti lavori (Deforestazione Made in Italy, One Earth – Tutto è connesso, Until the End of the World) sviluppati nell’ambito del progetto indipendente One Earth.
«Deforestazione, squilibri della produzione zootecnica e contraddizioni dell’industria ittica intensiva sono i tanti capitoli aperti in passato e inclusi ora in How to Feed the Planet», prosegue De Augustinis. Dal Cilento al Congo, passando per Sud America, Stati Uniti ed Europa dell’Est, il documentario mette in discussione i dogmi dell’industria del cibo e riporta al centro il ruolo, spesso sottovalutato, delle risorse alimentari nell’innescare i grandi conflitti contemporanei.
Alle origini della vera dieta mediterranea
Quali sono, per esempio, i principi di una dieta sana e in linea con i limiti ecologici? Come emerge dal documentario, di certo non sono quelli della moderna dieta mediterranea. Presentata come soluzione alimentare equilibrata e salutare, la dieta mediterranea così come ci viene proposta da più parti è ridotta più che altro a uno strumento di marketing, ben lontana dalla dieta codificata dal biologo statunitense Ancel Keys negli anni ’50 in Cilento. È da lì che il regista parte per risalire alle origini di un modello alimentare che invece potrebbe essere una soluzione. Una dieta semplice, basata principalmente su prodotti vegetali e con ridotto consumo di proteine animali.

Semplicità e specificità locali
«Il concetto di dieta mediterranea è usato male a seconda di cosa si vuole promuovere. Prodotti locali, consumati localmente, sono invece il motto della vera dieta mediterranea e di una dieta sostenibile» spiega Antonia Trichopoulou, scienziata, presidente dell’Hellenic Health Foundation. È questo uno dei punti chiave del racconto di De Augustinis.
La soluzione per sfamare il pianeta non risiede in un regime alimentare valido per tutto il mondo ma nell’adozione di scelte diverse basate su contesti locali. Sono i principi della dieta mediterranea originale, oggi alla base di un’altra dieta: la Planetary Health Diet, ideata nel 2019 dalla Eat Lancet Commission e che può rispondere alla sfida di nutrire il pianeta rispettando i limiti ecologici.

Conflitti per la produzione agroalimentare
Nel viaggio di “How to Feed the Planet” emerge chiaramente come lo sviluppo di un diverso modello agroalimentare potrebbe disinnescare anche molti conflitti, su grande e piccola scala, nati per accaparrare terre e risorse. Come in Argentina, per esempio, dove le popolazioni rurali fanno i conti con bande armate e sottrazione delle terre per far spazio alla coltivazione di soia destinata alla produzione zootecnica.Oppure in Ucraina, dove una delle scintille che ha destabilizzato la regione è precedente all’invasione da parte della Russia e ha a che fare con i progetti che hanno reso il Paese “il granaio d’Europa”. E, ancora, nei villaggi rurali della Repubblica Democratica del Congo, dove si concentrano sempre più interessi dell’agribusiness e al tempo stesso esplodono i conflitti.
Biodiversità alimentare e agricoltura familiare
In questo angolo di Africa gli ambienti naturali vengono inquinati dalle produzioni e l’insicurezza alimentare colpisce milioni di persone, nonostante la maggior parte di esse si occupi di agricoltura. Anche qui, la soluzione risiede nelle scelte. Come racconta Simplex Malembe, portavoce dell’associazione congolese di produttori agricoli Conapac, «si pensa che l’agricoltura famigliare sia arcaica e che non voglia evolvere. In realtà, se ben sostenuta, l’agricoltura famigliare può nutrire il Congo». Le storie raccolte da De Augustinis però mostrano come le istituzioni oggi puntino invece su grandi progetti industriali e come il legame fra guerre, produzioni agricole e accaparramento delle zone più produttive sia evidente.

Scegliere un nuovo modello, si può
Intrecciando immagini di oceani, foreste tropicali e campi coltivati, con voci provenienti da diverse parti del mondo, “How to Feed the Planet” unisce i puntini (e le criticità) di un sistema alimentare insostenibile che spesso non immaginiamo essere collegati. «Possiamo capire cosa non ha funzionato nel sistema che abbiamo costruito e creare un nuovo modello basato su un uso sapiente, etico e veramente sostenibile delle risorse. Sono scelte individuali e politiche da cui non possiamo più scappare», conclude il regista. How to Feed the Planet è nelle sale dei cinema italiani a partire da aprile 2026.
Per saperne di più:
one-earth.it/en/how-to-feed-the-planet/




















