Più di 1,1 miliardi di persone, circa il 23% della popolazione adulta globale, ha un accesso alla terra precario e percepisce il rischio di perderlo entro i prossimi cinque anni.
E il trend va peggiorando.
Un rapporto globale sulla proprietà fondiaria
Lo dice il primo Rapporto sullo stato della proprietà e della governance fondiaria, presentato durante la seconda Conferenza Internazionale sulla Riforma Agraria e lo Sviluppo Rurale (Icarrd+20) che si è tenuta a fine febbraio a Cartagena, in Colombia. Il dossier, curato da Fao, International Land Coalition e Cirad, mostra una situazione allarmante. Da un lato, 2,5 miliardi di persone dipendono direttamente dalla terra, che però è in gran parte nelle mani di pochi soggetti. Solo il 35% dei diritti fondiari è formalmente documentato. Il 42% della terra non ha invece titoli di proprietà ed è gestita secondo sistemi “consuetudinari”.

Diritti non riconosciuti
Si tratta di aree in cui vivono popolazioni Indigene, che rimangono al di fuori del riconoscimento formale. Il che non è un grosso problema nella maggior parte del mondo: la proprietà consuetudinaria della terra, sia collettiva sia individuale, anche se non documentata, può infatti aumentare la sicurezza fondiaria. Ciò vale in particolare nei contesti in cui i titoli di proprietà individuali formali non sono la norma.
Al contrario, la formalizzazione, specialmente sotto forma di titoli di proprietà privati, può incrementare l’insicurezza fondiaria quando costringe all’esodo le comunità locali.
I mercati della terra
L’attuale stato delle cose è il risultato di diverse trasformazioni storiche, ecologiche e socio-politiche. Dopo la Seconda guerra mondiale, il processo di decolonizzazione e il riassetto dell’ordine geopolitico hanno aperto la strada a riforme agrarie redistributive in molti paesi del mondo. Ma sull’onda della globalizzazione, intensificatasi a partire dalla fine degli anni ‘70, i mercati fondiari si sono rafforzati e i diritti di proprietà hanno visto una crescente privatizzazione.
Concentrazione forzata
Sull’onda di una retorica secondo cui la proprietà privata della terra agricola facilita investimenti, sviluppo economico e riduzione della povertà, si è determinato l’effetto opposto, fotografato oggi dal dossier Fao. Gli sfollamenti di donne e uomini, in prevalenza contadini, sono aumentati, il land grabbing è diventato un fenomeno globale e la ricerca di asset sicuri da parte di multinazionali e grandi attori finanziari ha inasprito gli episodi di sfratto, violenze e acutizzato l’insicurezza fondiaria.
Movimenti agrari e governance globale
In risposta, sono sorti movimenti agrari transnazionali che hanno organizzato contadini, popoli indigeni e altri produttori alimentari su piccola scala per confrontarsi negli spazi della governance globale, ovvero le Nazioni Unite. Questo confronto politico ha portato alla creazione di strumenti internazionali come le Linee guida sulla proprietà fondiaria (Vggt), la Dichiarazione Onu sui diritti dei contadini e delle persone che lavorano nelle aree rurali (Undrop) e quella sui diritti dei popoli indigeni (Undrip).
Si tratta di quadri normativi che affermano principi e definiscono, tra le altre cose, i diritti collettivi dei popoli su terre e territori. Attraverso queste conquiste, i movimenti sociali tentano oggi di dare un nuovo impulso alle riforme agrarie redistributive in tutto il mondo.
Riforme incompiute
Dall’adozione delle Vggt nel 2012, 71 paesi – un terzo del totale – hanno intrapreso qualche forma di riforma agraria. Tuttavia, raramente i governi vanno oltre la semplice menzione di questi strumenti. La mancanza di implementazione concreta a livello nazionale rimane quindi la sfida più grande per la realizzazione di riforme trasformative, che restituiscano la terra ai piccoli produttori e ai popoli indigeni sottraendola ai grandi interessi privati.

Il caso colombiano
In piccolo è quello che sta tentando di fare il governo colombiano, organizzatore – insieme a quello brasiliano – della seconda Conferenza internazionale sul tema. Nel 2023, con un emendamento costituzionale, la Colombia ha riconosciuto i contadini come soggetti di diritto, meritevoli di una protezione speciale che di fatto obbliga lo stato a promuovere l’accesso progressivo alla terra, garantire la sovranità alimentare e riconoscere le cosiddette “territorialità contadine”.
Per quanto riguarda il rispetto dell’Accordo di Pace tra governo e Farc del 2016, che prevede la ridistribuzione dei 7 milioni di ettari di terra tra i contadini e le persone colpite dal conflitto armato, l’attuale governo – retto dall’ex guerrillero Gustavo Petro – supera di gran lunga i suoi predecessori: Juan Manuel Santos era riuscito a cedere 27 mila ettari e Iván Duque poco più di 32. Petro ha raggiunto la soglia dei 700 mila ettari prima della fine del mandato.
Mobilitazione dal basso
Su questa esperienza positiva hanno puntato le organizzazioni di contadini, pastori, pescatori artigianali e popoli indigeni, che hanno partecipato in centinaia da tutto il pianeta a Icarrd+20 – il numero ad indicare i due decenni trascorsi dalla prima conferenza, organizzata dalla Fao e dal Brasile a Porto Alegre nel 2006. Organizzati nel Comitato internazionale di pianificazione per la sovranità alimentare (Ipc), i delegati di movimenti come La Via Campesina, il World Forum of Fisher Peoples (Wffp), la World Alliance of Mobile Indigenous Peoples and Pastoralists (Wamip), l’International Indian Treaty Council e molti altri, sono confluiti a Cartagena dai cinque continenti per portare la propria visione e le proprie proposte, in un tentativo di rilanciare il tema della riforma agraria in tutto il mondo.

Dalla terra al territorio
Questi cosiddetti “movimenti agrari transnazionali” sono portatori di una cosmovisione che va oltre al concetto di “terra”, per introdurre quello di “territorio”, uno spazio che supera la dimensione produttiva e ingloba quella dei beni comuni, della spiritualità e delle relazioni. Uno spazio entro il quale rivendicare diritti non solo ai mezzi di sussistenza, ma all’autodeterminazione.
Una questione sempre più urgente
Alcuni strumenti di diritto internazionale oggi codificano questi concetti e forniscono linee guida per legiferare attorno ad essi. Ma i governi nicchiano nell’implementazione coerente e la concentrazione fondiaria cresce. Basti dire che l’1% dei proprietari terrieri oggi possiede il 70% della superficie agricola globale.

Rendendo le riforme agrarie sempre più urgenti per riportare lavoro e giustizia sociale nelle aree rurali.






















