Il Bambino Scienziato è un libricino bellissimo, senza data e senza tempo, edito in realtà dalla Fondazione Ibm nel 1980. Lo aveva curato Mario Lodi, anche se non appare inserito nell’elenco delle sue opere in Wikipedia (lo aggiungiamo?), mentre l’anno di uscita è confermato in una pagina web in cui si vende, usato, al costo di 50 euro.
L’infanzia e la scoperta (scientifica) del mondo
Nell’introduzione, Lodi ci ricorda benissimo come il bambino nei primi anni di vita organizza la propria conoscenza del mondo: «I suoi strumenti sono i sensi, gli stessi strumenti che ebbe l’uomo nel lungo tempo che precede l’invenzione delle macchine. I sensi e la mente (…) Il suo metodo è corretto dal punto di vista scientifico perché raccoglie dati, li confronta, li seleziona, formula ipotesi, le verifica, ricava sintesi, e procede nelle esperienze rimettendo tutto in discussione di fronte a dati nuovi, imprevisti».

La perdita dell’esperienza diretta
Poi, però, il bambino diventa «spettatore di esperienze altrui: la sola manipolazione che fa è quella di premere i tasti del selettore alla ricerca di ombre parlanti gradite. (…) Il lavoro della sua memoria è enorme, se vuole ricordare tutto. (…) Privato dell’esperienza diretta il bambino è diventato un apparecchio ricevente. Riceve ma non sa decodificare i dati, sistemarli, capire. È come un naufrago che non sa orientarsi nel mare caotico delle informazioni a getto continuo che gli arrivano e resta, quindi, in balia di ogni messaggio, incantato e impotente».
Sotto il diluvio dell’informazione
Quei bambini, che nel frattempo sono cresciuti, siamo oggi tutti noi, e sempre più frastornati abbiamo costruito la società in cui viviamo, in cui il diluvio di informazione è diventato assoluto e totale. E l’immagine di osservatori è quella che forse meglio sintetizza la passività dei cittadini consumatori nei confronti di ciò che succede nel mondo, così come il disagio, individuale e sociale, psicologico e mentale, connesso inevitabilmente a un non vivere sostanzialmente gran parte della propria vita.
Spettatori e ripetitori
Sul web, in Tv, sui giornali, tra sentenze e proclami aggressivi, urla e insulti scomposti, quasi nessuno si riferisce alle proprie esperienze, ricerche, pensieri. Si parla delle frasi banali di un generale, della mancata partecipazione di un comico al festival di Sanremo, dell’intelligenza artificiale (come se si sapesse che cos’è), di quello che dicono i politici…
Una intera società che si compone di spettatori di vite altrui, affacciati alla finestra di un mondo di cui siamo convinti di non avere responsabilità.
Conservare le esperienze
Umberto Eco, che di recente ci è stato riproposto nel decennale della morte, metteva in guardia dai pericoli del vivere come in un perenne presente, senza memoria, senza storia. Io, che per questioni di età non devo più costruirmi un futuro, sto cercando di recuperare materiale accumulato nel corso dei decenni, solo in piccola parte già ordinato e pubblicato in libri, articoli, video e pagine web. Con l’obiettivo di utilizzare la memoria, quella umana e quella messa a disposizione dalla tecnologia.
La memoria tecnologica
Tuttavia, quasi tutte le memorie tecnologiche cui nel corso dei decenni abbiamo affidato i nostri dati, documenti, creazioni, nel giro di pochissimo tempo sono diventate obsolete. Gran parte di quei dati oggi non sono più accessibili, perché abbiamo rottamato le macchine che li leggono. Così, paradossalmente, dei supporti di 20 o 30 anni fa sono rimasti quasi solo i libri di carta, che si interfacciano direttamente agli occhi del lettore.
Supporti obsoleti e storie perdute
Al contrario, le opere dell’umano ingegno pubblicate non solo su supporti analogici come la pellicola e i nastri e le cassette audio e video, ma anche sui dischi ottici, diventati il supporto standard della cultura digitale dopo gli esordi improbabili su musicassetta o floppy disk, non incontrano più la maggioranza del pubblico, che usa quasi solo i telefonini e accetta computer privi di lettori Dvd.

Biblioteche estinte e ignoranza al potere
Cioè, nel mondo presente non si raccoglie più il sapere nelle biblioteche, ma si ammucchiano alla rinfusa informazioni, opinioni a vanvera, produzioni importanti mischiate ad autentica spazzatura, in spazi cloud gestiti da provider commerciali, e il risultato della scomparsa delle biblioteche è una globale ignoranza al potere i cui effetti devastanti vediamo tutti ogni giorno, sulla convivenza civile, la democrazia, la pace.
Chi possiede i nostri dati ?
Nell’era digitale, da sempre, l’unica vera competenza indispensabile ai cittadini attivi della società dell’informazione – dal momento che hardware, software, elaborazioni possibili e procedure varie cambiano nel tempo – dovrebbe essere questa: avere ben chiaro dove abbiamo messo i nostri dati e come li possiamo recuperare. Oggi, sembra che i più siano rassegnati a che i nostri documenti, anche quelli personali, siano custoditi on line non si sa dove e non si sa da chi. E poi ci lamentiamo che ci sentiamo oppressi da poteri che non possiamo controllare!
Attivi e in relazione
Personalmente, preferisco tenere da conto i miei registratori audio e video analogici e digitali, i dischi rigidi con le copie off line di tutti i dati, e continuare a litigare con cavi, interfacce, adattatori vari. Per non smettere, se possibile, di capire quello che sto facendo quando gestisco il “digitale”. Mentre intanto cerco di ricordarmi che le cose importanti della vita sono altre, le persone, gli affetti, la società, la natura, e che comunicare tra umani è più importante che adeguarsi ogni pochi mesi agli ultimi capricci del mercato o alle incertezze di una burocrazia ignorante.
Perché quando riusciamo a esserci, con gli altri, allora non siamo più solo spettatori di esperienze altrui.













