Non si fermano i bombardamenti nell’area del Golfo Persico. Il 10 marzo, a poche ore dall’elezione di Mojtaba Khamenei come nuova Guida suprema, l’Iran ha lanciato missili contro la base americana di Al-Harir, nel Kurdistan iracheno. Nel frattempo, nelle prime ore del mattino, le sirene d’allarme sono risuonate a Dubai, negli Emirati Arabi Uniti e in Bahrein.
E nelle scorse ore gli attacchi hanno raggiunto anche Tel Aviv e il centro di Israele.
Missili e sistemi di difesa
Il regime degli ayatollah ha colpito il campo militare tedesco in Giordania, mentre la Turchia ha schierato i sistemi di difesa Patriot dopo l’intercettazione di un secondo missile balistico lanciato da Teheran nello spazio aereo turco.
Il conflitto si allarga
Intanto il conflitto nel Golfo si sta allargando, tanto da indurre Italia, Francia, Regno Unito e Grecia ad inviare risorse militari a Cipro, in seguito a un attacco con droni di fabbricazione iraniana contro una base britannica sull’isola. Dall’altro canto, il presidente Donald Trump ha cercato, nei giorni scorsi, di rivendicare il successo dell’intervento militare: «Le forze di Teheran sono quasi interamente annientate». Ma restano ancora molte perplessità sui reali obiettivi di Israele e degli Stati Uniti, perché il cambio di regime risulta ancora improbabile.
Libano sotto pressione
Di certo Israele ha intensificato gli attacchi nel Libano, dove è stata colpita la base Onu della missione Unifil. Nel villaggio di Nabi Chit si registrano 41 vittime, ma nell’intero territorio nazionale i morti sono più di 500. «Se non farete rispettare la legge e se la scelta sarà tra proteggere i nostri cittadini e la sicurezza dei nostri soldati o lo Stato del Libano, sceglieremo i nostri cittadini. Il governo libanese pagherà un prezzo molto alto», ha minacciato il ministro della Difesa israeliano Israel Katz.
Accuse a fosforo bianco
Secondo l’ong Human Rights Watch, il 3 marzo 2026, nella città di Yohmor, l’esercito israeliano ha utilizzato illegalmente munizioni al fosforo bianco contro aree abitate. «L’uso di fosforo bianco sulle zone residenziali è estremamente allarmante e avrà conseguenze disastrose per i civili», ha affermato Ramzi Kaiss, ricercatore per il Libano presso l’organizzazione, sottolineando come gli effetti incendiari causino sofferenze permanenti.
L’avvertimento dell’Unione europea
Sulla “guerra totale” voluta da Israele è intervenuta anche Kaja Kallas, Alto Rappresentante Ue, dichiarando che il Libano rischia di diventare «un altro fronte nella guerra contro l’Iran». Si contano già 753.000 cittadini sfollati. Kallas ha condannato la decisione di Hezbollah di attaccare Israele, definendo i proxy iraniani «bersagli legittimi», ma ha anche ammonito Israele: «La sua rappresaglia sta destabilizzando una situazione già fragile. Israele dovrebbe cessare le operazioni; la sovranità e l’integrità territoriale del Libano devono essere rispettate».
Il bilancio delle vittime
Sul fronte iraniano, l’ambasciatore Onu Amir Saeid Iravani ha affermato che almeno 1.332 civili hanno perso la vita e ha accusato Usa e Israele di colpire infrastrutture civili come scuole e strutture mediche. Si temono ora pesanti raid sulle città di Tiro e Sidone, e la “pioggia nera” dopo gli attacchi ai depositi petroliferi iraniani.
Stretto minato
Preoccupano le dichiarazioni dei Pasdaran: «Saremo noi a decidere la fine della guerra», ha dichiarato un portavoce. Le Guardie Rivoluzionarie hanno annunciato che il diritto di transito attraverso lo Stretto di Hormuz spetterà solo ai Paesi che interromperanno i rapporti diplomatici con Israele e Stati Uniti. Si teme il minamento dello stretto, punto di passaggio del 20% del petrolio mondiale. La guerra, iniziata il 28 febbraio, ha già portato il greggio sopra i 100 dollari al barile.
Diplomazia energetica
«La guerra è già costata 3 miliardi di euro ai contribuenti», ha dichiarato la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen. E così, mentre Giappone e Germania attingono alle riserve strategiche, il presidente russo Vladimir Putin si è detto pronto a offrire idrocarburi agli europei in cambio di una «cooperazione sostenibile esente da pressioni politiche».
Riarmo e tensioni
Nello Stretto di Hormuz è giunta intanto la nave cinese Liaowang-1, segnale della tensione geopolitica ed energetica, che riguarda anche i Paesi dell’Unione europea, sempre più divisa: la Spagna ha ritirato l’ambasciatrice in Israele, Ana Salomon. La stessa Unione europea che ha rinunciato al suo ruolo di mediatore per inseguire una corsa agli armamenti, come rivela il rapporto dello Stockholm International Peace Research Institute (Sipri).
«Sebbene le aziende europee abbiano incrementato la produzione di armi e il nuovo sostegno agli investimenti dell’Unione europea per le industrie belliche degli Stati membri abbia portato a una serie di ordini intra-Ue, gli Stati europei hanno continuato a importare armi dagli Stati Uniti nel periodo 2021-2025», ha spiegato Katarina Djokic, ricercatrice del programma di trasferimento di armi del Sipri.
«Allo stesso tempo, i maggiori fornitori europei hanno continuato a inviare la maggior parte delle loro esportazioni di armi al di fuori dell’Europa».



















