Durante la scorsa edizione del Poetry Village, il festival di poesia organizzato a settembre da Saperenetwork (l’editore di questa rivista) a Roma, abbiamo sperimentato un laboratorio con i giovanissimi di primo approccio alla produzione in video. Lo schema di lavoro che vi raccontiamo è lo stesso che si può applicare in una scuola o in un qualsiasi gruppo di bambini e, perché no, anche di adulti.
Vediamo allora come si può replicare e arricchire questa esperienza.
Primo approccio davanti alla videocamera
Mettiamo i ragazzi, in questo caso intorno ai dieci anni, davanti a uno schermo televisivo, con una videocamera collegata e puntata su di loro, così che si vedano “live” come allo specchio. Allora ridono, si schermiscono un po’ e, se con lo zoom vai a cercare le loro facce da vicino, facilmente fanno smorfie, sgranano gli occhi, spalancano la bocca.
Giocare con l’obiettivo
La macchina da presa è sul treppiede e le riprese vengono naturalmente ferme, nitide, belle e chiare. Si tratta di una videocamera, meno consueta per loro di un telefonino, con uno zoom ottico che invita naturalmente al gioco del cinema e che, staccata dal cavalletto, consente una presa agevole e sicura anche con una mano sola. A uno a uno i bambini passano dall’altra parte e sono loro adesso dietro l’obiettivo a inquadrare i compagni. A questo punto si tratta di scegliere prima un’inquadratura e poi, iniziata la ripresa, di non muovere la macchina e nemmeno lo zoom, lasciando che siano gli altri, quelli osservati, ad animare la scena.
La magia del rivedersi
Si stacca ogni inquadratura dopo pochi secondi, si cambia il punto di vista e quando rivediamo, sono immagini certo un po’ buffe e nostre, ma hanno la stessa qualità di quelle di una trasmissione televisiva “vera”. Ciò è bello, sorprendente, forse inatteso: dunque non siamo condannati a quei video pietosi che fanno venire il mal di mare e anche con il telefono, usandolo allo stesso modo, capiamo che possiamo ottenere la stessa qualità, senza quegli interminabili tempi morti, quei movimenti inutili e incerti che rovinano anche le parti che potrebbero essere interessanti.
Semplici regole per una buona ripresa
Ridere nel rivedersi, ma anche apprezzarsi, verificare insieme come può essere facile: macchina ferma, “anche quando si muove”; riprese non più lunghe di quello che serve, poi staccare; tra una ripresa e l’altra cambiare il punto di vista (da vicino a lontano o viceversa, da destra, da sinistra, oppure spostarsi da un altro angolo). Praticamente, è l’essenza della televisione. La quale – magari diciamocelo, un po’ di teoria per confermare cose che tutti bene o male sappiamo– vista attraverso un vecchio televisore in bianco e nero, in un 70 pollici ultra Hd, in un computer o in un telefonino, via antenna, cavo, internet o in altri modi ancora, alla fine in quel modo si guarda: immagini e suoni che scorrono davanti e ci raccontano storie.
Però con una consapevolezza che una quindicina d’anni fa ancora non c’era: abbiamo anche nelle nostre mani la qualità, che non siamo destinati per forza al ruolo passivo di consumatori, che possiamo essere letteralmente gli autori dei nostri video, anche ad alti livelli.
Suono di valore
Se la macchina da presa ha l’attacco per le cuffie, ai bambini piace ed è molto utile lavorare in due, chi cura il video e chi il sonoro in diretta. Di solito, all’inizio serve sollecitare un’attenzione a cui non sono abituati. Nelle cuffie i rumori si sentono amplificati e il “tecnico audio” deve capire che è compito suo avvertire se sono troppi, segnalare se qualcuno (i compagni, ma a volte anche le maestre) chiacchiera sullo sfondo, se vengono mosse sedie con effetti devastanti (nelle cuffie ora, come nel video poi, si sentono di più di quanto l’orecchio umano normalmente avverta).
Ruoli nel gruppo
Non tutti devono saper fare bene tutto. Le riprese sì, sono le parole e le frasi della comunicazione video e, anche se qualcuno potrà essere più bravo, chiunque può e dovrebbe imparare a farle correttamente. Così come anche a tagliare e attaccare i pezzi video. Ma un montaggio fatto bene richiede qualche capacità ed esperienza in più, così come non tutti saranno ugualmente bravi e disinvolti a “recitare”, parlare nelle interviste, produrre suoni con la bocca o fare movimenti o facce strane.
Collettività all’opera
Il cinema, la televisione sono lavori di gruppo, a cui ognuno partecipa per quello che può e che sa e, nel caso, non sarà un delitto lasciare che uno più esperto, un adulto, un insegnante o anche un “amico” del gruppo dia una mano nella confezione di un decente prodotto finale, per dare il giusto valore al lavoro di tutti. Ogni componente del gruppo, nel vedere il proprio “film” (a soggetto, documentario, o anche quella cosa indefinibile che però abbiamo ideato e realizzato noi) montato bene, si riconoscerà e ne ricaverà soddisfazione.
Dalla pratica alla consapevolezza
Ricordiamoci che viviamo in una società in cui tutti, donne, uomini, ragazzi, siamo di fatto produttori di informazione, quando “postiamo” testi e immagini nella rete globale, e se la qualità della nostra produzione è bassa, quei contenuti, moltiplicati per miliardi, hanno oggi altrettanto effetto sulla vita dell’umanità quanto quelli delle grandi televisioni e case di produzione.

Quindi, imparare a produrre comunicazione bene, può servire a migliorare un pochino il nostro pianeta.













