Il vuoto, il senso della vita, le relazioni umane, l’indifferenza. Prosegue la ricerca di Claudio Tolcachir sull’umano attraverso la lente del teatro. Protagonista indiscusso della nuova scena argentina, fondatore nel 1998 a Buenos Aires del gruppo Timbre 4, che dal 2001 ha sede in un edificio del quartiere operaio della capitale argentina diventato il punto di riferimento del teatro off cittadino, Tolcachir – cinquant’anni portati con giovanile prestanza, fulvo e sorridente – è tornato poco tempo fa in Italia.

Con il suo teatro emotivo e politico, beckettiano e kafkiano insieme.
Due opere
A fine maggio, infatti, al Teatro India di Roma, sono andate in scena infatti Los de Ahi e La rabia, due opere assai diverse tra loro ma attraversate dalla stessa intensità drammatica, dai luccichii ironici della sua scrittura, dalla bravura indiscutibile dei suoi attori e di Tolcachir stesso, che della Rabia, oltre ad essere regista e drammaturgo, è anche unico protagonista.
L’ossessione di Rabia
«Ci sono progetti che si impossessano del nostro corpo in modo quasi ossessivo e non ci lasciano andare finché non si vede la luce. Rabia è uno di questi. Da quando ho letto il romanzo, sono rimasta intrappolato da immagini, sensazioni, momenti che mi hanno segnato profondamente, finché non ho intuito che il piacere morboso che mi procurava rivisitare la storia poteva essere una cerimonia teatrale unica e affascinante», ha confessato l’artista.
Minimalista e potente
Il romanzo è Rabbia di Sergio Bizzio, edito in Italia da Donzelli (2009), di cui Guillermo del Toro sta producendo la versione cinematografica. Assolutamente teatrale è invece l’azione minimalista di Tolcachir e del co-regista Lautaro Perotti che affidano ad una scatola nera abitata da una semplice scalinata grigia e ad un sapientissimo gioco di luci e suono la vicenda di José Maria, il muratore che dopo aver ucciso il suo capocantiere, decide di rifugiarsi nella soffitta della villa dove lavora come cameriera la fidanzata Rosa.
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Come un fantasma
Sepolto vivo, attento ad ogni rumore, ogni mese più raffinato fino a muoversi tra le stanze, la cucina e la soffitta con “l’eleganza di un fantasma”, l’uomo comincia a spiare della ragazza ogni gesto: la routine quotidiana delle pulizie, le telefonate con l’amica a cui confessa lo sgomento per il fidanzato scomparso, il bagno serale, l’autoerotismo stranamente sincrono al suo piacere. Imprigionato nella stanza-tana-trappola, arriva a chiamarla dalla stessa casa fingendosi lontano, è costretto ad assistere allo stupro della ragazza da parte del figlio dei padroni e felicemente monitora ogni mese della gravidanza così come ogni piccolo progresso del bambino che nasce e che sente, inspiegabilmente e visceralmente, figlio suo.
Infinite sfumature
Come il topo alter ego che fa capolino sotto gli armadi, il protagonista si nasconde e si rivela, trascinandoci nella sua vita vicaria e claustrofobica, assurda e ipnotica che Tolcachir-José Maria racconta in prima persona sgattaiolando e salendo dentro, sopra, accanto alla scalinata, offrendo una prova d’attore che tocca infinite sfumature di vocalità, gestualità, emozioni, dalla vendetta all’ironia, dalla rassegnazione alla morbosità, dalla tenerezza allo sgomento.

L’altra solitudine di Los de Ahì
Di un’altra emarginazione, meno privata e volontaria, ma non meno estrema, parla invece Los de Ahì, traducibile con “Quelli lì”, che già dal titolo volutamente sbrigativo ci catapulta in un altro micro-universo, convulso e insensato quanto silenzioso e accorto era quello della Rabbia. Siamo in un non-luogo ai margini di una metropoli qualsiasi, una terra di nessuno abitata da un distributore meccanico, scarti di città e tre raiders con le loro biciclette.
Pacchi e biografie senza nome
Vivono nell’attesa, Dani, Munir e Nuno. Nell’attesa che la macchina si illumini per attivare una commissione – pacco, indirizzo, consegna – ed erogare poi un compenso, banconote sputate dalla fessura che “dopaminano” la noia e consentono di continuare ad aspettare. Ad ogni segnale, i raider spariscono per consegnare pacchi anonimi a destinatari sconosciuti, tessono fili invisibili tra noi e la merce, assoluti protagonisti di biografie senza nome che fanno capolino nel testo come schegge di specchi, frammenti nel mosaico complesso e indaffarato dell’oggi.
Un’umanità tradita
Dani ha una malattia congenita agli occhi che lo rende progressivamente cieco, tra poco non riuscirà più a consegnare nulla, già ora cade, si fa male, prova a curarsi con le gocce e l’amore insperato di Susan, sopravvissuta e finalmente libera. Munir protegge la bicicletta e lo zaino di Eduardo, l’amico scomparso da giorni, con la tenerezza che si riserva alla propria infanzia. Nuno è già padre, veste griffato, si muove adrenalinico pensando alla piccola Lumi mentre la sua compagna straniera e incomprensibile esaspera la dimensione dell’incomunicabilità e dell’assurdo di questo mondo pieno di vita, di fragilità, di umanità tradita, a metà tra Ken Loach e Samuel Beckett.

A un passo dall’essere, noi, invisibili
Nourdin Batán, Fer Fraga, Malena Gutiérrez, Nuria Herrero e Gerardo Otero sono gli interpreti di questa graffiante riflessione che Tolcachir, attento investigatore delle dinamiche sociali, ha dedicato alla brutalità dell’indifferenza che ci contagia: «Quelle persone laggiù sono un piccolo universo invisibile, esseri ignorati, di cui normalmente non ricorderemmo i volti e i nomi. Forse è questo: fermarsi, riconoscere le loro storie; forse non siamo poi così diversi. Non siamo a più di un passo dall’essere stranieri, invisibili e orfani come loro. Se il teatro mi permette di iniettare un pezzo di vita lì, di recuperare una dimensione umana di fronte all’anonimato anestetizzante, saprò perché lo faccio.
«Una piccola battaglia, per affrontare la paura. C’è un luogo, così vicino al cuore del mondo, che il mondo se n’è dimenticato».


















