Alto, la figura elegante, il papillon sempre al collo – dettaglio che lo rendeva immediatamente riconoscibile tra i corridoi della Sapienza come tra quelli di Montecitorio, e che aveva qualcosa di programmatico: una certa idea di stile, di cura, di rispetto per il contesto. Non un vezzo, una firma. Abbinata a una gentilezza d’altri tempi, quella gentilezza che non è cerimonia ma attenzione genuina all’altro, la sua presenza aveva una qualità rara: metteva a proprio agio anche chi veniva a contraddirlo. Gianni Mattioli, fisico, professore, deputato, ministro e fondatore dei Verdi, è morto a Milano lasciando un’eredità difficile da eguagliare:
quella di chi ha saputo mettere la scienza al servizio del bene comune senza mai piegarla a un’ideologia.
Il fisico…
Nato a Genova il 29 gennaio 1940, Mattioli si laurea in Fisica alla Sapienza di Roma nel 1964 con una tesi sulla diffusione delle particelle ad alta energia. Nel 1973 diventa docente nella stessa università, dove insegna “Complementi di fisica matematica e Fisica ambientale”, conducendo ricerche in meccanica quantistica e fisica delle particelle elementari. È un accademico serio, rigoroso, poco incline alle tribune.
…prima del politico
Il momento che cambia tutto arriva nel 1977, quando entra in contatto con le popolazioni di Montalto di Castro, dove il governo ha in programma di costruire una centrale nucleare. Non è un’illuminazione ideologica: è un fisico che studia i dati, valuta i rischi, e non trova le risposte rassicuranti che il sistema energetico dell’epoca vorrebbe far credere. Da quel momento, la tutela della salute e dell’ambiente diventano il centro della sua vita.
Scelta scientifica, non ideologica
Questo è il punto che chi ha conosciuto Mattioli tiene a ribadire con forza: la sua opposizione al nucleare non nasceva da una “fede verde”, da un romanticismo antimoderno o da una paura irrazionale della tecnologia. Nasceva dai calcoli. Nasceva da chi sapeva leggere i numeri meglio di chiunque altro nella stanza. Mattioli ha insegnato a un Paese intero che l’ecologia non si costruisce con gli slogan, ma con la conoscenza.
La costruzione di una consapevolezza collettiva
Quando nel 1978, insieme a Massimo Scalia, mise in piedi il lavoro che avrebbe portato ai referendum antinucleari del 1987, stava chiedendo all’Italia di scegliere con la testa, non con la paura. Il suo era un ambientalismo scientifico nel senso più autentico del termine: fondato sull’evidenza, aperto al confronto, capace di distinguere tra rischio reale e rischio percepito. Non diffidava della tecnologia: diffidava dell’incompetenza e della disonestà intellettuale di chi la gestiva.
Il sodalizio con Massimo Scalia
Al centro di questa storia c’è un’amicizia che ha fatto la storia del Paese. Gianni Mattioli e Massimo Scalia, colleghi all’Istituto di Fisica della Sapienza prima ancora che compagni di battaglia, hanno costruito insieme uno dei movimenti civili più efficaci dell’Italia repubblicana. Nel 1978 fondano insieme il Comitato per il Controllo delle Scelte Energetiche, che raccoglie attorno a sé una generazione di giovani protagonisti destinati a segnare per decenni la politica ambientale italiana.
Scienziati per il bene comune
Nel 1981 danno vita alla rivista “Quale energia?”, di cui Mattioli è direttore per sei anni: una palestra di pensiero scientifico applicato alle scelte energetiche del Paese, in un’epoca in cui il dibattito pubblico era dominato da propaganda e interessi industriali. Il loro non era solo un sodalizio intellettuale: era un’amicizia profonda, fatta di stima reciproca e di una visione condivisa su cosa significhi essere cittadini responsabili.
Scalia e Mattioli si completavano – il rigore del fisico teorico e la capacità di sintesi politica – e insieme hanno rappresentato il prototipo di un modello rimasto raro in Italia: quello dello scienziato che entra nella politica portandosi dietro la propria coscienza disciplinare, intatta.
Battaglia antinucleare e referendum
Il culmine di questo impegno è il referendum dell’8 e 9 novembre 1987, quando gli italiani votarono per chiudere le centrali nucleari con una maggioranza schiacciante — circa l’80% dei voti validi. Mattioli e Scalia erano stati tra i principali costruttori di quel risultato: anni di lavoro scientifico, di divulgazione, di presenza nei territori, di dialogo con le comunità locali. Fu una vittoria di testa. E fu, in larga misura, merito loro.
Dati, non comizi
Nei decenni successivi, Mattioli tornò più volte in campo ogni volta che il tema nucleare veniva rimesso in discussione. Nel 2003 fu al fianco delle popolazioni di Scanzano Jonico che si opposero alla realizzazione di un deposito di scorie nucleari: “fondamentale fu la sua conoscenza scientifica a sostegno della nostra civile protesta”, ricordano oggi i rappresentanti del comitato locale. Anche lì, portava dati. Non comizi.
Quattro legislature e un ministero
L’impegno scientifico e civile sfociò naturalmente nell’impegno istituzionale. Nel 1987 Mattioli viene eletto alla Camera dei deputati per la Lista Verde nella circoscrizione Milano-Pavia, la carriera parlamentare lo vedrà protagonista per quattro legislature. Tra i fondatori delle Liste dei Verdi e poi della Federazione dei Verdi, di cui fu anche portavoce, Mattioli fu presidente del gruppo parlamentare dei Verdi dal 1988 al 1992.
In Parlamento si batté con competenza specifica – non con genericità ambientalista – sulle questioni di politica energetica e ambientale, come vicepresidente della Commissione Ambiente. La carriera istituzionale raggiunse il vertice con la nomina a Ministro per le Politiche comunitarie nel governo Amato II (2000-2001), cui fece seguito il ruolo di sottosegretario al ministero dei Lavori pubblici nei governi Prodi e D’Alema. Un percorso solido, mai chiassoso, costruito sulla sostanza più che sulla visibilità.
L’uomo oltre il politico
Chi lo ha conosciuto da vicino descrive Mattioli come un uomo sobrio, diretto, capace di un’ironia discreta. Non amava le pose del tribuno. Preferiva la chiarezza alla retorica, il documento alla dichiarazione. Era di quelli che si portano il fascicolo preparato bene anche quando gli altri arrivano a mani vuote. C’era in lui una serietà morale che non diventava mai moralismo, e una competenza tecnica che non si trasformava mai in arroganza. Sapeva spiegare le cose difficili in modo comprensibile senza banalizzarle: raro dono, preziosissimo nella politica.
Un’eredità scomoda
Mattioli se ne va in un momento in cui in Italia si torna a discutere di nucleare. Qualcuno, in questi anni, ha provato a riscrivere quella storia: a presentare il referendum del 1987 come frutto di emotività post-Chernobyl, a suggerire che quella fosse una scelta sbagliata. Lui non lo ha mai accettato. E i suoi numeri reggono ancora. L’eredità più preziosa che lascia non è una battaglia vinta, ma un metodo: l’idea che la politica ambientale debba essere fondata sulla conoscenza, che il cittadino meriti dati e non paure, che l’ecologia non sia una questione di sensibilità, ma di responsabilità verso chi verrà dopo di noi.
In un Paese che fatica a tenere insieme scienza e democrazia, Gianni Mattioli è stato la prova vivente che si può fare.



















