Mentre il mondo accelerava, lui predicava la lentezza (forse nel solco di Alex Langer). Non per nostalgia, ma come visione di resistenza. Mentre l’industria alimentare globalizzava e omologava, generando impatti ambientali e sanitari di cui pagheremo a lungo le conseguenze, lui cercava le sementi antiche, i pastori dimenticati, creava sui territori i presìdi del gusto, della qualità, dell’autenticità. Carlo Petrini aveva capito – e poi l’ha insegnato a tutti noi – che prendersi cura del cibo non significa solo fare un dono a se stessi, al piacere del palato.

Significa prendersi cura del pianeta, del prossimo anche in un’ottica di giustizia ed equità del lavoro agricolo, della biodiversità.
Radici e ingegno
Carlin, con il tipico diminutivo piemontese che ne raccontava l’umiltà, le radici e in qualche maniera anche la capacità d’ingegno, si è spento ieri sera nella sua casa di Bra, in provincia di Cuneo, dove era nato il 22 giugno 1949. Aveva 76 anni. La notizia è stata diffusa direttamente da Slow Food, il movimento internazionale che aveva fondato nel 1986: «Dalla sua grande capacità di visione e dall’amore per il bene comune, per le relazioni tra gli esseri umani, per la natura e la biodiversità sono nati Slow Food, la rete internazionale di Terra Madre e l’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo» si legge nel comunicato.
La sfida contro l’omologazione
Gastronomo, giornalista, scrittore e sociologo, ma appunto portatore soprattutto di visioni, Petrini aveva cominciato a occuparsi di enogastronomia già nel 1977, collaborando con le principali testate italiane e partecipando alla nascita del Gambero Rosso (a suo tempo come inserto del quotidiano Il manifesto).
Il suo cammino sarebbe cominciato nella “grande madre” della sinistra culturale italiana di quegli anni, l’Arci, con la fondazione di Arcigola, poi ribattezzata nel più smart Slow Food Italia. Voleva essere una risposta alla diffusione dei fast food e a un modello di produzione alimentare che considerava distruttivo per gli ecosistemi, i territori e le comunità. E aveva ragione, profondamente ragione. Ma dirlo alla metà degli anni Ottanta, in pieno riflusso, con la generazione dei “paninari” che prendeva il largo, quando a Roma in piazza di Spagna sbarcava il primo Mc Donald del Bel Paese, significava avere un coraggio intellettuale che solo chi non ha paura di differenziarsi, di sembrare anacronistico in virtù di un pensiero che in realtà sta più avanti, si può permettere.
Movimento globale
La storia, comunque, gli avrebbe presto dato ragione. Solo tre anni dopo, nel 1989, il Manifesto Slow Food venne firmato a Parigi da delegazioni di oltre venti paesi e Petrini fu eletto presidente del movimento internazionale. Da quel momento, Slow Food è cresciuta fino a diventare una rete presente in oltre 160 Paesi, capace di connettere contadini, pastori, pescatori, cuochi, accademici e tanti consumatori (perché il suo non è stato mai un messaggio di nicchia) attorno a un valore di fondo: il diritto a un cibo buono, pulito e giusto per tutti.

Il dialogo con Papa Francesco
I riconoscimenti, sia chiaro, non gli sono mancati. Nel 2016 la Fao lo nominò Ambasciatore Speciale per il programma Fame Zero in Europa. Nel 2017 è stato tra i fondatori delle “Comunità Laudato si’…”, ispirate all’enciclica di Papa Francesco, con il quale ebbe un lungo dialogo in tre tempi, raccolto in un libro molto intenso, Terrafutura, edito da Giunti (2020).
Nel 2019 fu anche invitato al Sinodo sull’Amazzonia in Vaticano. Eppure, il rapporto con la politica, nel senso più arido del termine, è sempre rimasto guardingo, da entrambe le parti. Mai un incarico istituzionale, mai una candidatura al di là di quella giovanile come consigliere comunale a Bra, negli anni Settanta, nelle file del Pdup. A dicembre, in un’intervista al Corriere, diceva di non coltivare più una militanza attiva e di guardare con perplessità a una sinistra che coglie ogni occasione per dividersi.
Un’utopia che diventa realtà
Così la sua frase più rappresentativa, che i social stamattina, alimentati dal popolo di estimatori, stanno ampiamente rilanciando, resta quella di un generoso costruttore di processi culturali e buone pratiche: «Chi semina utopia, raccoglie realtà». Un’utopia che lascia, non a caso, frutti molto concreti, come appunto l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (Cn), nata nel 2004, che colmava il vuoto lasciato dal mondo accademico su questi temi.
E come Terra Madre, la rete mondiale che riunisce comunità di piccoli produttori, allevatori e pescatori, con la felice intuizione del “Salone del gusto”, rappresentazione palpabile di quei concetti che soltanto nei libri o nel chiuso di un convegno non avrebbero lo stesso sapore.
La parola a Slow Food
Fa bene Slow Food ad annunciare che la sua opera proseguirà attraverso l’impegno della comunità che ha costruito, perché forse proprio questa comunità, questa intesa di idee e persone in un mondo che si divide per un nonnulla, è il più importante capolavoro di Carlin Petrini. E allora lasciamo a loro le parole per salutarlo: «Sapeva sognare e divertirsi, costruire e ispirare, verso un concreto riscatto sociale, lavorando con le persone, i giovani in particolare, auspicando fraternità, intelligenza affettiva e austera anarchia.

«La sua energia, la sua straordinaria empatia, la sua voglia di fare, il suo esempio di vita saranno la forza che guiderà tutti noi».

















