«Mostrano emozioni simili, forse identiche, ad alcune di quelle che definiamo gioia, tristezza, disperazione…». Così l’inglese Jane Goodall, la massima esperta di scimpanzé e attivista della conservazione ambientale scomparsa due giorni fa, l’1 ottobre, all’età di 91 anni, descriveva questi primati, durante una lezione alla West Virginia University, Usa, del 1990. È trascorso molto tempo da allora, ma la studiosa ha proseguito la sua intensa attività di divulgazione fino alla fine.
E proprio durante un tour di conferenze, a Los Angeles, è sopraggiunta la morte, dovuta a cause naturali.
Nuovo approccio
A partire dalle prime ricerche sugli scimpanzè, iniziate nel 1960 nel Parco Nazionale di Gombe Stream, Tanzania, l’impegno di Goodall portò un approccio nuovo nello studio del comportamento animale che, intrecciando scienza ed empatia, introduceva un cambio di prospettiva, ponendo “noi” e “loro” sullo stesso piano. Dal 1990 la scienziata abbracciò i temi della protezione dell’ambiente e della responsabilità umana nel determinarne le sorti: siamo l’unica specie che ha la possibilità di preservarne la bellezza e le risorse, dalle quali dipende, oppure di distruggerlo per soddisfare la miope visione dello sfruttamento che, sul lungo periodo, mette a rischio la nostra stessa sopravvivenza.
L’infanzia e la passione per gli animali
Molti episodi legati all’infanzia di Goodall, nata a Londra nel 1934 e cresciuta principalmente a Bournemouth, sulla costa inglese meridionale, rivelarono un precoce interesse per il mondo animale e una notevole capacità di osservazione, a partire dal suo cane. «Ho avuto un insegnante meraviglioso, quando ero giovane – raccontò in un’intervista – il mio cane Rusty. Grazie a lui ho imparato che non siamo gli unici esseri del pianeta con una personalità, una mente ed emozioni».
In un’altra testimonianza disse di sé: «La piccola Jane guardava gli uccelli che facevano il nido, i ragni che preparavano la tela e gli scoiattoli che si inseguivano sugli alberi… Imparava tutto ciò che poteva sugli animali e sulle piante… Leggeva e rileggeva Tarzan delle scimmie (di Edgar R. Burroghs, 1912, n.d.r.) in cui un’altra Jane viveva nella giungla… Sognava di vivere in Africa con gli animali, aiutandoli, e sperava che un giorno il sogno diventasse realtà».
La svolta africana
Goodall non ebbe la possibilità di seguire regolari studi scientifici, ma iniziò a lavorare come segretaria. La capacità di prendere note velocemente, in seguito, si rivelò utile per l’osservazione sul campo. Il 1957 segnò la svolta: raggiunta finalmente la tanto desiderata Africa, per visitare degli amici, ebbe l’incontro fortuito con il paleontropologo kenyota-inglese Louis Leakey, all’epoca già famoso per le pionieristiche ricerche in Tanzania sull’evoluzione umana.
L’incarico a Gombe
Anche se la giovane non aveva un’educazione accademica, lo scienziato le offrì dapprima un lavoro di segreteria, poi le propose di studiare gli scimpanzé nella riserva di Gombe. Poteva sembrare una scelta azzardata, ma Leakey ebbe il giusto intuito. Come sottolinea “Good for All News”, pagina web del Jane Goodall’s Institute, «fu colpito dalla sua attenzione per il dettaglio, la pazienza e la vasta conoscenza degli animali selvatici… Stava cercando qualcuno con uno sguardo nuovo e uno spirito appassionato, che potesse osservare le cose come chi apparteneva alla comunità scientifica non sarebbe stato capace di fare».
Fuori dagli schemi
Fu così che, nel 1960, la Jane bambina che si addormentava con l’inseparabile scimpanzé di peluche Jubilee aveva ora 26 anni e, davanti a sé, una popolazione di scimpanzé da studiare nel loro ambiente naturale. Doveva trovare un suo modo di condurre la ricerca, non avendo pratica di un metodo formale. Sapeva di poter contare sul sostegno di sua madre che, come la scienziata ha più volte ricordato, le ha insegnato a lavorare duramente, cogliere al volo ogni opportunità e non cedere mai.
L’empatia come strumento di ricerca
Perciò mise in campo le doti che Leakey aveva riconosciuto in lei ma, soprattutto, si lasciò guidare dall’empatia verso quegli esseri che sentiva così profondamente simili. Rifiutò la prevalente visione comportamentista dell’etologia, che considerava gli animali come “macchine biologiche”, e iniziò a individuare invisibili relazioni, gerarchie e caratteri. Diede a ogni individuo un nome e ciò che per altri ricercatori sarebbe stata una foresta con un gruppo di scimpanzé, divenne per lei un luogo familiare, la casa di David Greybeard, Flo, Flint, Goliath, Frodo, Flint e altri ancora.
Scoperta rivoluzionaria
Già nel 1960 scoprì che uno scimpanzé poteva modificare un rametto o una foglia, per ricavarne un bastoncino con cui estrarre termiti o formiche dal nido. L’osservazione fu straordinaria: un tratto distintivo dell’umanità ‒ l’invenzione e l’uso di strumenti ‒ era messo in discussione. Leakey riconobbe che «dobbiamo ridefinire uno strumento, ridefinire l’Uomo, o accettare gli scimpanzé come umani».
Osservò inoltre comportamenti riconducibili alla capacità di provare emozioni, come tristezza, rabbia, gelosia, e una complessa organizzazione sociale, capace di adattarsi alle strategie dei singoli e persino a forme di «guerra tribale».
Le critiche della comunità scientifica
Le prime presentazioni di Goodall furono contestate dalla comunità scientifica, che non colse la portata del suo lavoro. Soprattutto, furono criticati la mancanza di una formazione universitaria, che delegittimava la scientificità del metodo, e l’approccio antropomorfico, che infrangeva il tradizionale distacco tra ricercatore e oggetto della ricerca e, implicando una partecipazione emotiva, non garantiva l’imparzialità. Su incoraggiamento di Leakey, la scienziata nel 1966 conseguì un dottorato in Etologia presso l’università di Cambridge, Inghilterra. Il finanziamento della National Geographic Society, che rese possibile anche l’intervento del fotografo olandese Hugo van Lawick, fu determinante per la prosecuzione degli studi a Gombe.
L’impatto delle sue scoperte
Nel corso di venti anni, le immagini di Goodall tra gli scimpanzé fecero il giro del mondo e, insieme alle sue scoperte, contribuirono a scardinare una visione superata dell’etologia. Con il tempo, l’accettazione delle somiglianze comportamentali tra scimpanzé e umani ha costituito il presupposto per successive ricerche sulle emozioni e l’intelligenza negli animali; l’approccio empatico ha dimostrato di poter arricchire l’osservazione del comportamento di preziose sfumature. Goodall non era la prima a studiare gli animali nell’ambiente naturale, ma la sua capacità di cogliere la complessità e l’adattabilità del comportamento, anche nel singolo individuo, portò a un decisivo cambiamento rispetto all’idea che tutto sia “programmato” dall’istinto.
Le tre donne che hanno cambiato la primatologia
Le sue ricerche furono contemporanee a quelle di altre due scienziate, coinvolte da Leakey nello studio dei primati: la statunitense Dian Fossey, che si occupava del gorilla di montagna, e la canadese Biruté Galdikas, impegnata sull’orango. Ancora oggi, la comprensione di aspetti chiave del comportamento dei primati ci porta a interrogarci su noi stessi. Chi siamo? Quali caratteristiche realmente ci definiscono? Il confine tra “noi” e “loro” appare sempre più sfumato, e dovrebbe insegnarci che siamo tutti intrecciati in una rete, siamo tutti popolo della stessa Terra.
L’attivismo per la conservazione
La partecipazione a una conferenza sugli scimpanzé a Chicago, nel 1986, segnò un momento cruciale e l’inizio di una nuova fase nella vita di Goodall. Infatti, la conferma del rapido declino delle popolazioni di scimpanzé in tutta l’Africa, legata alla distruzione del loro habitat e alla caccia illegale, la convinse della necessità di dedicarsi alla protezione della natura. Dichiarò: «Non potevo più restare nella foresta sapendo che cosa stava accadendo là fuori».
Da allora, divenne una instancabile oratrice e diede vita a varie realtà, in particolare il “Jane Goodall Institute“, fondato nel 1977, per promuovere una visione integrata della conservazione ambientale: il successo di un progetto di conservazione in un territorio dipende dal benessere delle comunità umane in esso presenti. Sulla base di questo principio, ideò programmi di formazione in agricoltura sostenibile, di microcredito per offrire opportunità economiche alternative alla deforestazione e di sostegno sanitario alle famiglie.
L’ultimo messaggio
Nei giovani intravedeva la più concreta possibilità di cambiamento: a loro dedicò “Roots & Shoots” (Radici e Germogli), un programma di educazione alla sostenibilità avviato nel 1991, che ispira le nuove generazioni a essere motore di rinnovamento nelle proprie comunità. Proprio ai giovani è rivolto il suo ultimo video, pre-registrato e trasmesso dal palco sul quale avrebbe dovuto comparire proprio nel giorno in cui è mancata: «Uno dei miei più grandi motivi di speranza in questo mondo martoriato sono i giovani…. Stiamo formando una massa critica di giovani che comprendono che abbiamo bisogno di denaro per vivere, ma non dobbiamo vivere per il denaro in sé e per sé… Pensate all’impronta ecologica: ogni giorno, su questo pianeta, fate la differenza». E infine:

«Con milioni di persone in tutto il mondo che la pensano così, possiamo iniziare ad avere un mondo che non dovremo vergognarci di lasciare ai nostri figli».

















