È un luogo incerto e un tempo sospeso quello in cui si muove il protagonista de La Mort I La Primavera (La morte e la primavera, edito in Italia da “La nuova frontiera”, 2020), capolavoro incompiuto di Mercè Rodoreda. Il giovane si innamora, cresce, sogna, osserva le abitudini arretrate e oppressive del suo paese, che vive nella paura delle invasioni di ombre.
E che trova in strani rituali il senso di appartenenza alla comunità.

Un’allegoria dell’oppressione
Il romanzo è popolato da personaggi deboli e isolati che solo in modo simbolico paiono potersi opporre all’oppressione in cui vivono, allegoria – secondo molti – dell’oppressione franchista a cui si oppose senza sosta la scrittrice catalana, costretta all’esilio dal 1939 (tornerà in Catalogna solo nel 1972). Difficile leggere questa epopea senza eroi senza restare avvinti tra le sue pagine cupe e straordinarie: non a caso il libro ha avuto da quando è uscito, postumo nel 1986, diversi estimatori, compresi lo scrittore irlandese Colm Tóibín (autore fra gli altri dello splendido La casa dei nomi) e più recentemente Marcos Morau.

La danza alla Biennale
Il coreografo, anch’egli catalano così come la sua compagnia di danza “La Veronal”, ha chiuso i primi di agosto “Myth Makers”, la 19esima edizione del Festival Internazionale di Danza Contemporanea, alla Biennale di Venezia, con la prima assoluta della sua lettura di La Mort I La Primavera sul palcoscenico del Teatro Malibran.
Morau e i danzatori de “La Veronal” hanno così offerto al pubblico, sulla musica originale di Maria Arnal, una vera e propria immersione nelle profondità dell’immaginario oscuro creato da Rodoreda, per costruire un’allegoria sulla libertà creativa, l’impegno sociale e la capacità dell’arte di affrontare l’angoscia naturale del ciclo creazione-distruzione.

Linguaggi che s’intrecciano
Come sempre nelle messinscene della compagnia di Barcellona (che deve il suo nome a un omaggio a Virginia Woolf che tentò il suicidio con un’overdose di quel barbiturico), il linguaggio si estende dalla danza alla letteratura fino alle arti visive, alla fotografia, al cinema, dando vita a un proprio universo fortemente riconoscibile.

Visioni rituali
Definito da più parti come spettacolo barocco, confuso e bulimico nel suo accumulare immagini, oggetti di scena, composizioni coreografiche, è sembrato piuttosto a chi scrive un tentativo di dar conto dei rituali che si susseguono, spesso senza una logica apparente, nel mondo di Mercè Rodoreda: esseri umani chiusi dentro a tronchi di alberi poco prima di morire per impedire all’anima di fuggire dal corpo, giovani uomini costretti a prove di coraggio come propri riti di passaggio, donne gravide obbligate a non guardare nessun maschio che non sia il proprio marito.
Un mondo, insomma, governato dalla violenza e dominato da simboli di morte che la danza di Morau & La Veronal permette di attraversare e mettere in musica.
Il brivido dell’insensato
«Crediamo fermamente che l’obiettivo della drammaturgia della danza (e della danza come comportamento specifico del vivente) non sia quello di offrire il conforto del senso, ma di avvicinarsi al brivido dell’insensato», ha spiegato il coreografo.
Ed eravamo lontani dal “conforto del senso” anche in Afanador, prima creazione di Morau per il Ballet Nacional de España che, dopo la prima assoluta al Teatro de la Maestranza di Siviglia, il 1 dicembre 2023, ha inaugurato il mese scorso (in prima nazionale) al Teatro Costanzi la 40esima edizione del RomaEuropa Festival, come progetto speciale nell’ambito dei 160 anni delle relazioni diplomatiche Italia-Spagna.

L’anima inquieta dell’Andalusia
Lo spettacolo, apparentemente distante dalla prova veneziana, era ispirato all’arte di Ruvén Afanador, artista che come pochi ha saputo penetrare con le sue fotografie l’anima più inquieta del flamenco andaluso: sul palco del Costanzi, 33 danzatori del Balletto e nove musicisti hanno tradotto gli scatti del fotografo colombiano in movimento e musica, trasformandole in un universo coreografico ancora una volta visionario e surreale insieme.

Inventare mondi nuovi
Ha scritto ancora lo stesso Morau: «Ruven Afanador osserva il flamenco attraverso una lente deformante, fatta di sonno, desiderio e memoria. Se gli elementi della tradizione sono rassicuranti per definizione, cosa succede quando diventano strani e irriconoscibili? Lo sguardo surreale di Afanador sul flamenco è molto simile allo sguardo sul mondo che ha nutrito in questi anni il mio lavoro al comando di “La Veronal”: non rappresentare il mondo che esiste ma inventarne uno nuovo».

Morau protagonista
Sulla cresta dell’onda come è Morau (è stato il più giovane vincitore del Premio Nacional de Danza in Spagna, nel 2023 è stato nominato Cavaliere dell’Ordine delle Arti e delle Lettere dal Ministero della Cultura francese e miglior coreografo dell’anno dalla rivista “Tanz” per il 2023 e per il 2024), non sarà difficile vedere ancora – e presto – i suoi mondi nuovi librarsi con il ritmo incessante e lo sfavillio di scene, luci e costumi a cui ha abituato il suo pubblico.



















